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  | E' sempre l'allenatore la figura principale del calcio
  | Autore: Marco Viani | Fonte: Notiziario Settore Tecnico
  | Premessa

Per la prima volta nella sua storia la Francia ha vinto nel 1998 la Coppa del Mondo della FIFA. Protagonista di questo successo e stato Aimé Jacquet che, immediatamente dopo tale trionfo, si e dimesso dalla carica di selezionatore - allenatore per diventare direttore tecnico nazionale. Intervista ripresa da “FIFA Magazine”, dicembre 2000. Il secondo millennio e finito il 31 dicembre 2000. Cosa le ispira questa data questa fine d’epoca?. “Per me è tutta una vita che passa. Quando ero ragazzo l’anno 2000 era talmente lontano da non poter immaginare di esserci un giorno. Poi ci si arriva e tutto si riversa su una nuova vita”. Non ha già imboccato una nuova strada come direttore tecnico nazionale?. “Ah, sì. Il mio lavoro alla testa della direzione tecnica nazionale finirà nel 2002.  Segue il ciclo della Coppa del Mondo...”. ....che lei ha già conquistato nel 1998.
“Sì La Francia ha avuto la possibilità di vincere l’ultima Coppa del Mondo e l’ultimo Campionato d’Europa di questo secolo. Che bella ricompensa per il nostro calcio! Che é stato spesso ammirato in passato, ma mai si é rivelato di vincere, di raggiungere un obbiettivo. Almeno fino al 1984, con Michel Hidalgo e Michel Platini come leaders”. Come caratterizzerebbe il calcio francese? “Il nostro calcio é stato sempre tecnico, attraente. Durante certi periodi ben precisi si è adattato alle nuove esigenze e ha assunto una maggiore presenza tattica e atletica. Ciò gli ha permesso di diventare finalmente vincente. Pur diventando realista, ha comunque conservato una qualità sublime. In effetti si possono distinguere tre grandi epoche, ciascuna legata alla personalità di un giocatore. La prima nel 1958, l’epoca dello splendido Reims e di Raymond Kopa. Per me fu la scoperta del calcio, di un calcio che meravigliò il mondo. In seguito gli anni 80, l’epoca platiniana. E poi Francia 98 e Euro 2000, con Zinedine Zidane che ha rappresentato la concretizzazione del bel calcio francese”. Che a lei piacerebbe continuare nella nuova funzione di direttore tecnico nazionale. Come? “Questa funzione di direttore tecnico mi conferisce una responsabilità più pesante di quanto pensassi. Occupo un posto di osservazione, di proiezione. Sono preso totalmente da questo lavoro, ovvero il metodo francese le cui basi furono gettate da Georges Boulogne e poi sviluppate da altri direttori come Gérard Houllier (attuale allenatore del Liverpool n.d.r.). Un lavoro che ha una dimensione europea. È un’eredità pesante ma favolosa. È esaltante poter lavorare per rendere più solido il calcio francese”. Quali sono i punti principali del suo lavoro? “Il mio lavoro segue quattro assi. La prima é la formazione dei quadri degli allenatori, sia di base sia di vertice. Poi la formazione dei giovani dai 15 ai 18 anni. La direzione tecnica nazionale segue una filosofia nella loro preparazione affinchè conservino quella tecnica che é propria del nostro calcio. La preformazione prima dei 15 anni é la terza asse e infine il calcio femminile”. Quali sono gli scopi che perseguite con quest’ultimo? “Vorrei che mettesse radici nella Francia profonda. Il vertice e già buono, ma bisogna allargare la base. Si deve permettere alle ragazze di giocare a calcio, per poi recuperarle come allenatori. In futuro bisognerà formare i quadri dei maschi con le femmine perché queste apportano una diversa dimensione psicologica. Bisogna tener conto dell’evoluzione sociale affinché in futuro il calcio femminile possa trasmettere alla gioventù questa passione del gioco”. Una passione che lei vive sempre. “Sì, é favoloso. La mia passione per il calcio e più grande che mai. Oggi mi trovo nella fase della comunicazione. Voglio ridare qualcosa a quelli che sono stati alla base del nostro successo. Il gioco resterà sempre il gioco. Anche se il calcio ha subito dei profondi cambiamenti, per esempio nel rapporto fra allenatori e giocatori? “Sì, perché le persone si evolvono. Oggi i giovani sono più curiosi, più spinti, più svegli e interrogativi. Per questo bisogna preparare i tecnici ad allargare le proprie conoscenze e passare dal lavoro sul campo alla psicologia, alla fisiologia, alla droga, al doping, ai casi sociali. Certo, l’educatore di domani avrà sempre in spalla la rete dei palloni e un fischietto. Ma avrà bisogno di una formazione completa per poter affrontare tutti i problemi sociali, come quello del disgregamento delle famiglie. Secondo le circostanze dovrà essere educatore, compagno, padre, amico, eccetera. Non é più sufficiente imporre un’autorità. Occorre una filosofia, un comportamento e soprattutto avere la volontà di ascoltare e di far passare un messaggio. Deve essere credibile e difendere i propri valori”. Per lei, dunque, l’allenatore e l’uomo chiave?L’allenatore é la figura principale del calcio. Tutto poggia su di lui. Si trova all’incrocio di tutte le situazioni, ha rapporti con tutti: dirigenti, giocatori, pubblico, media, sponsor. Ha la visione completa del calcio, grazie alla sua esperienza, alla sua prospettiva”. L’allenatore é anche il perfetto capro espiatorio? “Ciò che succede a questo riguardo é talvolta di un’ingiustizia totale. Al massimo livello, dove la posta é rilevante, l’allenatore é il bersaglio privilegiato. Temo che in avvenire l’allenatore completo di campo non sia più riconosciuto e apprezzato. Il suo lavoro non si giudica da una partita all’altra, ma nel contesto di una stagione. Ho paura che il calcio-business distrugga l’uomo, in virtù del quale il calcio resta umano, resta soprattutto un’arte”. Lei è stato bersaglio di critiche molto dure prima del trionfo del 1998 “Sı, è stato un periodo quasi insopportabile. Non potevo ammettere ciò che veniva scritto. Tutti si possono sbagliare. Che si critichi va bene, ma da qui a distruggere tutto non si può. Con quale diritto ci si permette di criticare pesantemente una persona che ha esperienza? Ma tutto ciò non mi ha impedito di seguire la mia linea, grazie all’appoggio totale del presidente della Federazione, Claude Simonet, e del presidente della Lega, Noel Le Graet. E grazie a Michel Platini che ha fatto dichiarazioni in mia difesa. Occorrono dei parapetti che permettano agli allenatori di lavorare nella fiducia, nella sicurezza e in serenità. Oggi le loro condizioni di lavoro sono spaventose, inumane. Le critiche sono a volte eccessive, malsane e disoneste. Il calcio soffrirà se il suo leader (l’allenatore) sarà eliminato”. Durante le partite lei aveva sempre con se un quaderno. Può parlarci del suo contenuto? “Se non si scrive, si dimenticano le cose, tutto viene compresso. Nel mio quaderno c’erano più di 4 anni di lavoro di preparazione, di piccole annotazioni scritte in serenità e con lucidità. Ha fatto da ragione al mio calcio. Ad esempio, mi ha aiutato in certi momenti a non lasciarmi trascinare dall’entusiasmo e in altri a non sprofondare nel pessimismo. Gli avvenimenti puntuali rischiano di eliminare la visione totale e il mio quaderno mi é servito da memoria di riferimento. Grazie alle mie note non ho mai messo i miei giocatori in una situazione difficile. Talvolta sono stato duro con loro, ma mai ingiusto perché avevo i miei appunti a sostegno”. All’alba del terzo millennio il calcio ha davanti diverse sfide. Alcune, come il calendario internazionale sono state risolte, altre, specie in materia di trasferimenti, restano al momento aperte. Qual’è la vostra opinione al riguardo? “Occorre dire grazie a Michel Platini. Il calendario era assolutamente indispensabile. Occorreva questa omogeneità mondiale perché tutto il mondo fa parte del calcio. Per quanto riguarda la pratica trasferimenti, trovo che bisogna proteggere i giovani e la formazione. Un quadro legislativo é necessario per evitare che i ragazzi non siano sfruttati da mercenari per fini mercantili. Devono poter crescere nel loro contesto personale”. Tutte le associazioni nazionali non hanno i mezzi che dispone la Federazione francese. Vedrebbe una direzione tecnica nazionale “light” per queste, al fine di non farle perdere i loro migliori giovani calciatori? “É piuttosto un problema politico. Bisogna far maturare i giovani, sia sul piano sportivo sia intellettuale. La scuola di domani non può sottovalutare l’esperienza sportiva. Occorre una visione d’insieme. Così i ragazzi rimarranno nel loro paese e potranno difendere la loro identità sportiva ed umana. Il calcio c’insegna umiltà, semplicità e autenticità. È una scuola di vita”. Lei ha detto che si ferma nel 2002. Non potrebbe essere tentato da un ritorno come allenatore di club o di una nazionale? “Non si può predire il futuro. Al momento il mio ruolo nella federazione mi basta ampiamente”. Cosa fa fuori dal campo, durante il tempo libero? “Adoro la lettura, il cinema e sono un uomo che ama la campagna, la natura”.
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