MAIL

HOME

Note Legali

  Canale Formazione Tecnica
  | I compiti dell'Allenatore in seconda
  | Autore: Walter Mazzarri | Fonte: Notiziario Settore Tecnico
 

| Premessa
Prima di enunciare i compiti ed il ruolo dell’allenatore in seconda, è senza dubbio opportuno precisare come questi siano direttamente proporzionali ai “voleri” ed alle necessità dell’allenatore in prima, nonché al rapporto di fiducia che questi ha nei confronti del proprio collaboratore. Infatti è sempre l’allenatore in prima che, in base ai propri intendimenti calcistici e di gestione della squadra, delinea gli ambiti ed i confini entro cui opererà il suo secondo. Del tecnico in prima, inoltre, è molto importante il comportamento nel determinare l’autorità del ruolo di tutti i suoi collaboratori, ed a maggior ragione del suo collaboratore più stretto, appunto l’allenatore in seconda, nei confronti della squadra, della società e di tutto l’ambiente in genere. Detto questo è evidente che, da parte sua, il secondo deve sapere che tutto ciò che fa è rivolto a far sì che ne tragga beneficio l’allenatore in prima, sia come immagine che da un punto di vista prettamente più tecnico, espletando al meglio i compiti assegnatigli e soprattutto avendo ben chiaro il concetto di non dover mai apparire o sostituirsi interamente al proprio “superiore”. Per questi motivi, oltre che per ovvie considerazioni di praticità tecnica, appare chiarissimo che per ricoprire al meglio un ruolo così delicato, il rapporto tra i due allenatori debba configurarsi obbligatoriamente quasi simbiotico, tanto basilari risultano essere la considerazione reciproca, la stima, l’identità di vedute (che non si traduce in un obbligo di pensiero univoco, ma più in una similitudine di forma mentis, in maniera che anche i pareri differenti risultano comunque più comprensibili e più facilmente recepibili in quanto frutto di una sorta di matrice comune). Di fatto, come spesso si sente usare nel linguaggio comune, tra i due allenatori, ed estendendo il discorso anche a preparatore e staff medico, si forma un vero e proprio team, neologismo rubato agli anglosassoni per definire il nostrano concetto di squadra. Così come in campo, anche al di fuori del rettangolo di gioco regna lo spirito della cooperazione, del mutuo soccorso, dell’appartenenza ad un gruppo con un fine comune. Infine è bene precisare come, essendo la duttilità una caratteristica peculiare del ruolo, la figura del tecnico in seconda possa assumere differenti connotazioni primarie, a seconda delle esigenze e a volte delle carenze dell’allenatore. Infatti, spesso risulta importante il ruolo di trait d’union tra il mister ed il preparatore atletico, oppure può essere il primo referente con gli osservatori, se non addirittura il primo osservatore in persona, in altri casi deve essere un supporto costante ed immancabile durante le sedute tecnico tattiche per coadiuvare ed assistere il tecnico durante gli allenamenti e a volte persino durante le gare (tant’è che la maggior parte dei secondi scende in panchina normalmente) per cercare di annotare i particolari che possono sfuggire al primo. Insomma la gamma dei compiti è estesissima e varia oltre che in base alle necessità del mister di ruolo, anche in base alle “abitudini” societarie, ed alle eventuali carenze o abbondanze negli organici tecnici.
| Caratteristiche dell'allenatore in seconda
In base a quanto sopra esposto risulta chiaro come l’elemento basilare per un tecnico in seconda sia una preparazione profonda ed accurata e soprattutto, vista l’ampia varietà di sfaccettature, quanto mai ampia ed omnicomprensiva. Infatti come già anticipato, oltre alle conoscenze tecnico tattiche, un buon secondo deve possedere buone conoscenze mediche utili per un discorso di preparazione atletica e di recupero post traumatico. L’altra caratteristica peculiare di questo complesso ruolo è l’equilibrio, inteso come capacità di essere sempre al massimo della lucidità anche in situazioni di forte stress, e come attitudine a non essere travolti dagli eventi, sia positivi che negativi. Infatti, un’attività in cui per forza di cose sono necessarie credibilità e capacità di mediazione, non può prescindere da una propria personalità. Entrambe le caratteristiche sopra enunciate sono di vitale importanza soprattutto se si considera il fatto che l’autorità ed il “potere” di cui gode il secondo gli sono in qualche modo delegati, sono esercitati in funzione di. È quella che in gergo giuridico viene definita un’autorità derivata anziché diretta, e cioè avente valore in quanto riflesso di una volontà superiore che la giustifica. Stando così le cose, e cioè essendo spesso il secondo visto quale una diramazione del primo, per acquistare una propria credibilità ed una propria personalità indipendente, agli occhi della squadra, dovrà necessariamente dimostrarsi preparato, sicuro, corretto, e con una personalità particolarmente spiccata. Infatti, come gli studenti tendono a prestare maggior attenzione agli insegnamenti dei docenti di ruolo piuttosto che a quelli dei supplenti, così anche i calciatori sono più portati a seguire le indicazioni dell’allenatore (che è colui che li giudica, facendoli o meno scendere in campo la domenica) , rispetto a quelle dei suoi collaboratori. La similitudine appare ancor più convincente se si pensa a come scuola e ambiente sportivo siano in realtà più simili di quanto non si creda: in entrambe le situazioni ci si trova in un ambiente a carattere prevalentemente giovanile, sia nel primo che nel secondo caso ci si prepara per migliorarsi costantemente e per sostenere delle prove, tutte e due le strutture sono a carattere gerarchico al cui vertice c’è una figura (preside – presidente) che si avvale di uno staff (insegnanti – tecnici) e di collaboratori per mettere in condizione un gruppo (alunni – calciatori) di ottenere determinati risultati. Importantissimo per ogni tecnico, e soprattutto per un secondo, è, poi, l’aspetto psicologico. Essendo spesso il tramite tra lo spogliatoio ed il mister, il secondo dovrà stabilire un rapporto di massima fiducia con entrambe le parti, in modo da poter essere sempre in grado di afferrare le diverse situazioni e soprattutto i diversi stati d’animo (e le loro cause) di tutti i componenti del gruppo. La capacità di rapportarsi, poi, spesso trova applicazioni estensive a seconda delle situazioni che si vengono a creare di volta in volta nelle varie strutture in cui si opera. In taluni casi, dovendo gestire anche gli aspetti materiali degli allenamenti, come le disposizioni dei vari materiali sul campo, o la programmazione degli allenamenti di soggetti in recupero da traumi o inattività, il tecnico in seconda si troverà ad interagire con magazzinieri, massaggiatori, preparatori, medici ecc. Anche in questi casi risulta essere necessaria una capacità organizzativa, di mediazione e di dialogo da non sottovalutare. Talvolta, addirittura, può presentarsi la necessità di relazionarsi con soggetti esterni all’ambito lavorativo in senso stretto, quali, ad esempio, i giornalisti, i tifosi, ecc. Ultima, ma non per importanza, è la passione per questo tipo di lavoro, necessaria per poter sopportare un notevole impegno mentale e per essere in grado di trasmettere quel qualcosa in più per dare gli stimoli necessari a pretendere il meglio da sé e dagli altri. Sia che un tecnico viva questa esperienza come rampa di lancio per passare a sua volta ad essere un allenatore in prima, sia che preferisca invece mantenere questo ruolo, defilato e dis-creto ma certamente basilare all’interno di un gruppo, infatti, l’abnegazione ed il coinvolgimento totale sono caratteristiche imprescindibili per svolgere quest’attività così come va svolta.
| Compiti dell'allenatore in seconda
Abbiamo visto come i compiti assegnati al secondo siano di volta in volta diversi in funzione delle situazioni in cui si trova ad operare: tipo di società, tipo di squadra, tipo di allenatore e tipo di staff. Generalmente, comunque, i compiti primari sono più o meno gli stessi ovunque: 1) Assistenza tecnico tattica al tecnico in carica. È oggettivamente il ruolo più soddisfacente da un punto di vista pratico, in quanto consente di esprimersi da un punto di vista appunto tecnico tattico, di coordinare i carichi di lavoro in base al calendario, alle esigenze specifiche dei singoli ed alle situazioni contingenti, ed infine permette di sperimentare e di verificare eventuali intuizioni. Ovviamente tutto ciò è un supporto al mister di ruolo, e viene svolto in base alle sue convinzioni ed iniziative, ma solitamente rimane un discreto margine di proposta, necessario per un vivo interscambio di idee ed esperienze in grado di arricchire e vivacizzare sia il rapporto professionale che il lavoro stesso. È una fase molto articolata della professione che si esterna prima, durante e dopo gli allenamenti e le gare. Innanzitutto, com’è ovvio, c’è alla base un lavoro di programmazione sia generale che specifica: quella generale viene svolta prima della preparazione estiva e può subire variazioni nel corso dell’anno a seguito di imprevisti o situazioni contingenti, ma in generale segue un tracciato predefinito all’inizio della stagione; quella specifica si esplica settimanalmente e quotidianamente, allorchè viene programmato il lavoro in vista di un incontro specifico. Entrambe funzionano come semplici riunioni aziendali, in cui vengono individuati determinati obiettivi ed identificati i modi migliori per raggiungerli. Nello specifico viene tracciato il lavoro del gruppo, e di eventuali singoli che necessitano di particolari attività (per un eventuale recupero, scarico, ecc.) e la suddivisione del lavoro tra i due tecnici (ad esempio: mentre il primo segue l’esecuzione dei calci piazzati, il secondo si occupa di esercitazioni su meccanismi per la difesa). Spesso, comunque, la squadra esegue i medesimi allenamenti, ed i due tecnici seguono la medesima esercitazione confrontandosi poi al termine sugli esiti della stessa. Durante le gare ufficiali, poi, i due tecnici sono a stretto contatto, essendo necessario un rapidissimo confronto sulle situazioni presenti in campo (ad esempio variazioni tattiche della squadra avversaria, problemi individuali o collettivi della propria, ecc.), tenendo presente che può succedere che il secondo debba sostituire il suo “superiore” in caso di espulsione di quest’ultimo, e quindi è necessario una volta di più che i due siano in perfetta sintonia ed abbiano le medesime esperienze su ciò che riguarda la propria squadra e su ciò che riguarda quella avversaria. 2) Un’altra fase vitale per la preparazione è quella relativa allo studio degli avversari che di volta in volta si andranno ad incontrare. Solitamente vengono inviati osservatori a visionare almeno due o tre gare della squadra interessata, ed al contempo vengono videoregistrati gli incontri, in modo da poter analizzare compiutamente situazioni che per forza di cose non potrebbero essere percepite direttamente durante la gara. Tra gli schemi più seguiti vi sono solitamente i calci da fermo, sia attivi che passivi, divenuti negli ultimi anni sempre più determinanti ai fini del risultato. Inoltre, grazie ad utilissimi ed innovativi programmi computerizzati, è ora possibile schematizzare in percentuali le varie fasi di gioco: passaggi da un calciatore e movimenti dello stesso, zone del campo maggiormente coperte o sfruttate, zone di copertura a seconda dei movimenti degli avversari, ecc. Le possibilità sono molteplici, ed, inutile sottolinearlo, interessantissime, ovviamente, però, questo lavoro esige un tributo temporale e di concentrazione notevole, nonché la necessaria capacità per vedere al volo determinati movimenti. Una volta preparata la cassetta con le azioni da rivedere ed eventuali report statistici i due tecnici si confrontano nuovamente prima di mostrare il tutto all’intera squadra, spiegare e far vedere sul campo eventuali misure e contromosse. 3) Soprattutto a certi livelli (A e B), dove è necessario avere più persone per ricoprire i diversi ruoli, e dove si rende necessaria un’articolata organizzazione del lavoro di tutte queste figure rapportato alle esigenze del tecnico responsabile, il secondo ha il compito di coordinare l’operato di medici, massaggiatori, fisioterapisti, preparatori atletici, allenatore dei portieri, magazzinieri, ecc.. 4) Il compito più delicato, e forse più difficile, resta comunque quello relativo alla gestione del gruppo. Qui le capacità psicologiche del secondo andranno sfruttate al meglio per porre in essere con tutto il gruppo e con ogni singolo calciatore un rapporto professionale, ma non troppo distaccato, e personale, ma di non eccessiva confidenza. Ciò sarà basilare per mantenere quell’equilibrio necessario a far sì che nei suoi confronti esistano stima, fiducia e credibilità, ma che al tempo stesso il rapporto non sconfini in qualcosa di troppo personale che renderebbe poi difficile la convivenza lavorativa. Quest’attività oltre a favorire il “compattamento” dello spogliatoio è importantissima per l’instaurazione di una corretta relazione tra squadra ed allenatore. Grazie ad una buona coesione di gruppo ed ad una costruttiva accettazione del credo calcistico del tecnico, sarà possibile dare alla squadra quel quid in più in grado di fornire le giuste motivazioni e la giusta carica per il raggiungimento dell’obiettivo finale. Inutile dire che per ottimizzare i risultati tutto lo staff e tutti i calciatori devono essere ben predisposti ad un lavoro di gruppo, ma non bisogna sottovalutare l’importanza di un ruolo atto a cercare di eliminare o minimizzare le inevitabili tensioni che nel corso di una stagione per forza di cose possono venirsi a creare tra i vari componenti del gruppo.
|  Esperienze personali
Avendo avuto la grande fortuna di conoscere validissimi allenatori e di lavorare al fianco con alcuni di loro come secondo, e di avere avuto la possibilità di guidare una squadra in qualità di primo allenatore, pur essendo agli inizi di questa professione posso vantare un minimo di esperienza che mi consente di partire conoscendo già alcuni aspetti di questa professione. Qualcuno potrebbe obiettare che, con una carriera da calciatore alle spalle, determinati meccanismi avrei dovuto averli chiari da un pezzo, e se parte posso condividere questa affermazione, devo però anche obiettare che determinate situazioni, per essere capite pienamente dal punto di vista del responsabile tecnico di un gruppo, vanno vissute in questi termini, perché le prospettive di approccio cambiano sensibilmente. Questo è stato uno dei primi insegnamenti appresi appena mi sono accostato a questa nuova realtà. Determinate cose che fino ad allora mi erano parse in una determinata maniera cambiavano radicalmente, o comunque mi si ponevano mille dubbi su ciò che fino al giorno prima mi appariva quale certezza. La difficoltà più grande, da allenatore, è secondo me quella di dover scegliere il o i calciatori che resteranno esclusi dal gruppo dei 18 (gli undici che scendono in campo e le sette riserve), ancor più di quella di identificare la formazione titolare, difficoltà che forse dai calciatori non viene compresa pienamente. Come ho anticipato, in questi ultimi anni ho svolto sia le mansioni di secondo che di primo, in situazioni e realtà abbastanza diverse, ma con molteplici aspetti comuni. Sia con Ulivieri, a Napoli, che con Buso a Bologna svolgevo anche il compito di allenatore dei portieri, pertanto l’organizzazione degli allenamenti doveva essere, da un punto di vista di tempi oltre che da un punto di vista di esercitazioni, studiata il più dettagliatamente possibile. Spesso è capitato di dover convocare i portieri fuori dai soliti orari di lavoro per effettuare gli allenamenti specifici, in quanto pur essendo con un tecnico in meno rispetto agli staff tipo, si cercava di far combaciare le diverse esigenze, in maniera da poter essere presenti sul campo assieme all’intero gruppo sia io che l’allenatore in prima. Questo si rendeva necessario ad esempio quando il primo prendeva una parte della squadra (ad esempio la difesa) in una metà per un’esercitazione specifica, mentre io seguivo la parte restante nell’altra metà campo per svolgere un altro tipo di allenamento. Di entrambi i tecnici in prima, oltre alle capacità tecniche, ho avuto modo di apprezzare la meticolosità nello studio e nella preparazione di ogni dettaglio. Essendo due allenatori abbastanza simili anche caratterialmente, ed avendo avuto la possibilità di conoscerli e farmi conoscere quando entrambi lavoravano insieme, posso dire di aver instaurato immediatamente quel feeling necessario per la riuscita di un buon lavoro di gruppo. Infatti ritengo che senza questo presupposto non sia nemmeno pensabile poter svolgere un ruolo così delicato e particolare. La stima reciproca e la fiducia, inoltre, mi sono state oltremodo di aiuto tutte le volte che ho dovute sostituire il mister responsabile nelle gare ufficiali in caso di espulsione o squalifica (e con Ulivieri, in verità, non sono state poche) o in quelle occasioni in cui il tecnico mi demandava completamente la conduzione di un’intera seduta di allenamento, in sua assenza o per verificare eventualmente le motivazioni del gruppo. In questi casi mi veniva data un’indicazione di massima (ad esempio un tipo di allenamento “lattacido”, oppure per far memorizzare meglio un determinato meccanismo di gioco), ed io avevo carta bianca sullo sviluppo e la durata dello stesso. Spessissimo, invece, mi capitava di avere a che fare con una parte determinata del gruppo (l’esempio più ricorrente è quello relativo ai calciatori che non hanno giocato durante la gara ufficiale), e di dover organizzare quindi un allenamento per loro, sempre seguendo le indicazioni del tecnico, ma avendo ampia possibilità di scegliere la tipologia del lavoro. Questi momenti sono di basilare importanza sia per instaurare col gruppo quel rapporto diretto che consente, come spesso accade, di far “respirare l’aria dello spogliatoio” meglio al secondo che non al primo, sia per acquistare una certa credibilità proponendosi con propri concetti e proprie idee, ed infine, ma non meno importante, per capire a fondo la validità o meno del proprio lavoro, nonché la propensione o meno a poter prendere in futuro la strada della conduzione diretta di una squadra. Un altro dei miei compiti, in entrambe le annate, è stato quello di reperire e riordinare in base alle esigenze del mister il materiale relativo alla squadra da incontrare. Innanzitutto mi accordavo con la segreteria generale per inviare gli osservatori a visionare le gare che interessavano, poi davo loro eventuali indicazioni particolari (come seguire in modo speciale i movimenti di un determinato calciatore piuttosto che le posizioni dei singoli nei calci da fermo, ecc.) ed infine raccoglievo le relazioni e le studiavo insieme all’allenatore. Stessa cosa per le videocassette: mi accordavo con la segreteria per il reperimento, le visionavo insieme al mister ed infine montavo le parti scelte da mostrare alla squadra. Sebbene a prima vista possa apparire un’attività noiosa, in realtà mi ha stimolato tantissimo cercare di carpire i segreti tecnici degli avversari e soprattutto il discutere come affrontare determinate situazioni e determinati schemi con altri allenatori, in modo da poter conoscere il maggior numero di soluzioni possibile adottate dai migliori esperti del settore ed incrementare così il mio bagaglio personale di esperienze e conoscenze specifiche, in modo da poterle utilizzare in futuro personalizzandole in base alla mia filosofia calcistica. Per me è stato importantissimo infatti partire dalla base, in quanto, essendo mia volontà divenire un allenatore in prima, e ritenendo basilare conoscere tutti gli aspetti e le responsabilità di questo ruolo, reputo necessario costituirsi un nuovo bagaglio culturale, che per i motivi accennati più sopra, può, e di fatto è, completamente diverso da quello acquisito da calciatore. A proposito del delicato ruolo di “mediazione” tra tecnico e squadra, e di “equilibratore dei meccanismi dello spogliatoio”, che ho come già anticipato è fondamentale e delicatissimo, mi sovviene un esempio che può essere molto più esplicativo di tante parole teoriche: era il periodo del ritiro estivo e passeggiando dopo cena mi è capitato di passare accanto ad un calciatore che stava esternando il suo disappunto per il comportamento del tecnico nei suoi confronti confrontandolo con quello verso altri compagni di squadra. Conoscendolo già dalle stagioni precedenti mi è stato facile prenderlo sotto braccio e parlargli, facendolo riflettere sul carattere dell’allenatore e sul fatto che comunque a mio parere il fatto che lo stressasse quotidianamente significava comunque che da lui si aspettava tanto e che lo vedeva sicuramente bene. Dopo la chiacchierata, e dopo essermi fatto promettere che in caso di ulteriori problemi ne avremmo parlato assieme, ci siamo dati un appuntamento simbolico a breve distanza per avere una riprova o meno di quanto avevo detto. In questa occasione mi sono preso la responsabilità di non riferire all’allenatore di aver appreso dello stato d’animo di quel particolare giocatore, ma il giorno seguente, alla prima occasione buona, gli ho fatto notare che a parer mio certi suoi atteggiamenti nei confronti del calciatore suddetto potevano apparire esagerati ed ingiusti. Dopo averci riflettuto su tutta la giornata il tecnico stesso, accogliendo il mio consiglio indiretto, ha trovato il modo, con un paio di battute ed una pacca sulla spalla di riavvicinare il calciatore in questione. In questa maniera credo di aver espletato il mio compito in maniera da non tradire la fiducia di nessuno, ed allo stesso tempo evidenziando un problema comunque esistente. Di fatto, in effetti, la difficoltà maggiore è proprio quella di stabilire un rapporto di fiducia tale che ti consenta da una parte di essere un buon punto di riferimento per la squadra e dall’altra un fidato consigliere per l’allenatore. Un altro tipo di esperienza particolare, e di compito affidatomi, nel periodo di militanza rossoblù è stato quello relativo all’organizzazione ed alla gestione di determinate situazioni durante le trasferte per la Coppa Uefa. In tali situazioni, infatti, veniva accentuata ancora di più la funzione di punto d’unione tra esigenze tecniche, esigenze societarie e necessità dei calciatori. Dovendo effettuare trasferte di diversi giorni, con complicanze aggiuntive rispetto alle normali gare in campo esterno, quali ad esempio fuso orario diverso, impegni fissi dettati dalla competizione (conferenze ufficiali e cerimoniale vario), reperibilità o meno dei vettovagliamenti consueti, l’operato della conduzione tecnica doveva per forza di cose tener conto di una serie maggiore di variabili rispetto alla conduzione normale, e, seppure da un punto di vista organizzativo, anche il personale impegnato al seguito della squadra fosse di gran lunga maggiore, già solo per il fatto di dover coordinare la presenza ed il lavoro di più persone nei confronti di squadra ed allenatore comportava di fatto uno sforzo superiore alla norma. Come già detto, per la tranquillità del tecnico sorgevano due esigenze contrapposte: la prima quella di far sì che fosse a conoscenza ed approvasse ogni singolo dettaglio del programma, la seconda che non si dovesse occupare di verificare di persona che le cose seguissero l’iter prestabilito. Per fare un esempio: se con il medico era stabilito un determinato menu, una volta presa la decisione, il mister non doveva verificare di persona che cuoco e cibarie viaggiassero con la squadra ed arrivassero in albergo con sufficiente anticipo per la predisposizione del vitto all’ora prefissa, o che il personale di cucina fosse attivato e preventivamente informato sulle modalità di svolgimento del servizio, ecc. A tutte queste attività erano preposte persone particolari, medico, segretario, accompagnatore, e via dicendo, e con tutte loro mi confrontavo personalmente per sapere se andava tutto secondo i piani o se necessitavano piccole variazioni od accorgimenti. Questa esperienza mi ha insegnato tantissimo anche dal punto di vista della conoscenza del lavoro del resto dello staff e delle eventuali difficoltà o meno che possono avere gli addetti ad altri compiti, a cui magari solitamente si effettuano semplici richieste senza sapere se effettivamente questo può creare loro problemi o meno. Essendo uno dei compiti tipici del secondo quello di organizzare anche gli aspetti semplici e pratici degli allenamenti quotidiani, e quindi quello di coinvolgere tutte le persone che ruotano attorno alla squadra e di far sì che tutte operino in base alle esigenze od alle abitudini dell’allenatore, facilitando così il suo compito, ed essendo stato questo anche il mio ruolo in entrambe le mie esperienze di allenatore in supporto, ho constatato la necessità di responsabilizzare le persone per i propri compiti. Ciò può avvenire molto meglio appunto conoscendo al meglio svolgimenti e difficoltà di ogni mansione, potendo così cercare di far coincidere le esigenze tecniche con quelle di ciascun membro dello staff, senza che i dettami dell’allenatore stravolgano eventuali equilibri dell’ambiente che possono essere supportati da effettive necessità. Sempre nell’ambito di gestione dei rapporti tra squadra, società ed esterno, mi è capitato, a volte, di dover essere una sorta di tramite tra il tecnico ed i mezzi di informazione. Questa funzione di “parafulmine” utilizzata appunto per lo più in momenti tempestosi era giustificata dal fatto che pur non potendo permetterci il lusso di isolarci completamente dai vari media, per non consentire approcci troppo intrusivi e ficcanti dei giornalisti nei confronti della squadra, anziché il tecnico responsabile presenziavo io alla conferenza stampa. Così facendo si consentiva agli stessi giornalisti di avere una risposta tecnica veritiera, in quanto, essendo a conoscenza dei vari meccanismi di gioco e delle situazioni contingenti, potevo dare spiegazioni plausibili e veritiere, e d’altro canto si evitava comunque la proposta di eventuali polemiche in quanto comunque mancava il diretto interessato con cui polemizzare. Mi è capitato poi, anche se di rado, di dover rappresentare lo staff tecnico, in iniziative promo pubblicitarie della società, o nelle varie manifestazioni della tifoseria. In questi casi generalmente non ero mai solo, ma il più delle volte in compagnia di calciatori, e non dovevo spendere che poche parole di rito, e comunque in questo caso, alternandosi si riusciva a dare una maggiore disponibilità verso coloro che richiedevano un contatto con società e squadra. L’altro aspetto della mia esperienza da allenatore è relativo alla conduzione tecnica di una squadra in prima persona. Anche se in questo caso si tratta di una formazione “primavera”, e non professionista in senso stretto, ritengo che molti criteri siano comuni alle prime squadre. La mia più grande difficoltà è stata infatti, inizialmente, l’abituarmi all’idea di avere a che fare non con professionisti veri e propri, anche se di fatto alcuni già lo erano, ma con ragazzi che, comunque, dovevano far convivere la loro vita calcistica con quella scolastica e familiare che spesso erano preminenti. Adottati però gli opportuni accorgimenti ho cercato di impostare il lavoro ed i rapporti come se si trattasse di una formazione di serie A. Fortunatamente, visto anche il mio impegno con il corso, ho potuto avvalermi della collaborazione di un allenatore in seconda, e proprio grazie a questa situazione ho potuto rendermi conto di ciò che può essere richiesto ad un secondo di una squadra giovanile, e quali particolari attitudini debba avere rispetto a chi deve lavorare con professionisti veri e propri. Innanzitutto, in questi frangenti, il tecnico di supporto assume un ruolo extra tecnico, in aggiunta alle normali mansioni di cui abbiamo già parlato, che può essere definito come una specie di “tutor”. Con questo si intende una figura che si interessi oltre agli aspetti prettamente calcistici, anche alla vita dei ragazzi al di fuori del rettangolo di gioco. Infatti, da un punto di vista educativo, e di crescita psicologica dell’atleta quale uomo, è importante far mantenere un determinato impegno per ciò che concerne l’istruzione, ma soprattutto per quel che riguarda il comportamento. È possibile, vista la giovane età e viste le varie sollecitazioni dell’ambiente, che il ragazzo abbia l’illusione di essere, come si suol dire, “già arrivato”, facendo sorgere così inevitabili problematiche da un punto di vista di rendimento, ma soprattutto da un punto di vista comportamentale in senso lato. È necessario invece che i ragazzi non perdano mai di vista il contatto con la realtà e con una dimensione che consenta loro di mantenere un corretto ed equilibrato punto di vista rispetto ai valori della vita. Il successo, o l’improvviso benessere, possono di fatto essere deleteri, se sopraggiungono quando le persone non sono già mature da un punto di vista caratteriale. Ecco perché è un compito importante dell’allenatore e dei suoi collaboratori cercare di favorire una crescita equilibrata della persona, che gli porterà tra l’altro benefici anche da un punto di vista professionale insegnandogli a gestire ogni tipo di situazione con maturità. Non stupisca quindi il fatto che il secondo della mia squadra Primavera abbia contatti con i familiari, con gli insegnanti, e con il personale dei college dove risiedono gli stranieri o i ragazzi che non rientrano alle loro abitazioni quotidianamente, per avere notizie su tutto ciò che riguarda l’educazione ed il comportamento dei ragazzi stessi. È palese, per quanto sopra esposto, e per la definizione stessa del ruolo, che l’allenatore in seconda debba essere, e sia di fatto, l’uomo di fiducia del tecnico cui è affidata la responsabilità di una squadra. Tanto sono importanti questo rapporto e questa stima che il più delle volte i due viaggiano su strade parallele, cioè formano un binomio inscindibile per cui se una società intende avvalersi dell’uno non può di fatto fare a meno dell’altro. Da un punto di vista di lavoro di squadra, infatti, risulta palese che tanto più è lungo il periodo di collaborazione tra i due tecnici, maggiore sarà l’intesa e di conseguenza la resa del loro lavoro. Nella maggior parte dei casi in cui detta coppia viene scissa è perché il secondo ha maturato l’esigenza di provare l’esperienza della conduzione diretta di una squadra. Infatti, come già precedentemente accennato, la più grande distinzione effettuabile all’interno del gruppo dei tecnici di supporto è tra coloro che si dedicheranno perennemente a questa professione e coloro che invece la considerano quale periodo transitorio per il passaggio ad una conduzione in prima persona. Ovviamente entrambe le scelte sono rispettabilissime e variano unicamente in base alle ambizioni ed alle caratteristiche caratteriali dei vari tecnici. Ciò che non varia, invece, sono le caratteristiche di discrezione, preparazione, spirito di sacrificio e passione per questa professione, che sono imprescindibili ed irrinunciabili per chiunque voglia compiere un’attività di questo tipo con coscienza e professionalità.
|  L'Autore
Walter Mazzarri: tesi di fine studio del Corso Master 2000/2001 per l’abilitazione ad allenatore professionista di 1ª Categoria.

Alleniamo.com | Portale per Allenatori Dilettanti di Calcio prodotto da Developer Sport | Tutti i diritti sono riservati