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| Premessa
Prima di enunciare i compiti ed il ruolo dell’allenatore in seconda,
è senza dubbio opportuno precisare come questi siano direttamente
proporzionali ai “voleri” ed alle necessità dell’allenatore in
prima, nonché al rapporto di fiducia che questi ha nei confronti del
proprio collaboratore. Infatti è sempre l’allenatore in prima che,
in base ai propri intendimenti calcistici e di gestione della
squadra, delinea gli ambiti ed i confini entro cui opererà il suo
secondo. Del tecnico in prima, inoltre, è molto importante il
comportamento nel determinare l’autorità del ruolo di tutti i suoi
collaboratori, ed a maggior ragione del suo collaboratore più
stretto, appunto l’allenatore in seconda, nei confronti della
squadra, della società e di tutto l’ambiente in genere. Detto questo
è evidente che, da parte sua, il secondo deve sapere che tutto ciò
che fa è rivolto a far sì che ne tragga beneficio l’allenatore in
prima, sia come immagine che da un punto di vista prettamente più
tecnico, espletando al meglio i compiti assegnatigli e soprattutto
avendo ben chiaro il concetto di non dover mai apparire o
sostituirsi interamente al proprio “superiore”. Per questi motivi,
oltre che per ovvie considerazioni di praticità tecnica, appare
chiarissimo che per ricoprire al meglio un ruolo così delicato, il
rapporto tra i due allenatori debba configurarsi obbligatoriamente
quasi simbiotico, tanto basilari risultano essere la considerazione
reciproca, la stima, l’identità di vedute (che non si traduce in un
obbligo di pensiero univoco, ma più in una similitudine di forma
mentis, in maniera che anche i pareri differenti risultano comunque
più comprensibili e più facilmente recepibili in quanto frutto di
una sorta di matrice comune). Di fatto, come spesso si sente usare
nel linguaggio comune, tra i due allenatori, ed estendendo il
discorso anche a preparatore e staff medico, si forma un vero e
proprio team, neologismo rubato agli anglosassoni per definire il
nostrano concetto di squadra. Così come in campo, anche al di fuori
del rettangolo di gioco regna lo spirito della cooperazione, del
mutuo soccorso, dell’appartenenza ad un gruppo con un fine comune.
Infine è bene precisare come, essendo la duttilità una
caratteristica peculiare del ruolo, la figura del tecnico in seconda
possa assumere differenti connotazioni primarie, a seconda delle
esigenze e a volte delle carenze dell’allenatore. Infatti, spesso
risulta importante il ruolo di trait d’union tra il mister ed il
preparatore atletico, oppure può essere il primo referente con gli
osservatori, se non addirittura il primo osservatore in persona, in
altri casi deve essere un supporto costante ed immancabile durante
le sedute tecnico tattiche per coadiuvare ed assistere il tecnico
durante gli allenamenti e a volte persino durante le gare (tant’è
che la maggior parte dei secondi scende in panchina normalmente) per
cercare di annotare i particolari che possono sfuggire al primo.
Insomma la gamma dei compiti è estesissima e varia oltre che in base
alle necessità del mister di ruolo, anche in base alle “abitudini”
societarie, ed alle eventuali carenze o abbondanze negli organici
tecnici.
| Caratteristiche dell'allenatore in seconda
In base a quanto sopra esposto risulta chiaro come l’elemento
basilare per un tecnico in seconda sia una preparazione profonda ed
accurata e soprattutto, vista l’ampia varietà di sfaccettature,
quanto mai ampia ed omnicomprensiva. Infatti come già anticipato,
oltre alle conoscenze tecnico tattiche, un buon secondo deve
possedere buone conoscenze mediche utili per un discorso di
preparazione atletica e di recupero post traumatico. L’altra
caratteristica peculiare di questo complesso ruolo è l’equilibrio,
inteso come capacità di essere sempre al massimo della lucidità
anche in situazioni di forte stress, e come attitudine a non essere
travolti dagli eventi, sia positivi che negativi. Infatti,
un’attività in cui per forza di cose sono necessarie credibilità e
capacità di mediazione, non può prescindere da una propria
personalità. Entrambe le caratteristiche sopra enunciate sono di
vitale importanza soprattutto se si considera il fatto che
l’autorità ed il “potere” di cui gode il secondo gli sono in qualche
modo delegati, sono esercitati in funzione di. È quella che in gergo
giuridico viene definita un’autorità derivata anziché diretta, e
cioè avente valore in quanto riflesso di una volontà superiore che
la giustifica. Stando così le cose, e cioè essendo spesso il secondo
visto quale una diramazione del primo, per acquistare una propria
credibilità ed una propria personalità indipendente, agli occhi
della squadra, dovrà necessariamente dimostrarsi preparato, sicuro,
corretto, e con una personalità particolarmente spiccata. Infatti,
come gli studenti tendono a prestare maggior attenzione agli
insegnamenti dei docenti di ruolo piuttosto che a quelli dei
supplenti, così anche i calciatori sono più portati a seguire le
indicazioni dell’allenatore (che è colui che li giudica, facendoli o
meno scendere in campo la domenica) , rispetto a quelle dei suoi
collaboratori. La similitudine appare ancor più convincente se si
pensa a come scuola e ambiente sportivo siano in realtà più simili
di quanto non si creda: in entrambe le situazioni ci si trova in un
ambiente a carattere prevalentemente giovanile, sia nel primo che
nel secondo caso ci si prepara per migliorarsi costantemente e per
sostenere delle prove, tutte e due le strutture sono a carattere
gerarchico al cui vertice c’è una figura (preside – presidente) che
si avvale di uno staff (insegnanti – tecnici) e di collaboratori per
mettere in condizione un gruppo (alunni – calciatori) di ottenere
determinati risultati. Importantissimo per ogni tecnico, e
soprattutto per un secondo, è, poi, l’aspetto psicologico. Essendo
spesso il tramite tra lo spogliatoio ed il mister, il secondo dovrà
stabilire un rapporto di massima fiducia con entrambe le parti, in
modo da poter essere sempre in grado di afferrare le diverse
situazioni e soprattutto i diversi stati d’animo (e le loro cause)
di tutti i componenti del gruppo. La capacità di rapportarsi, poi,
spesso trova applicazioni estensive a seconda delle situazioni che
si vengono a creare di volta in volta nelle varie strutture in cui
si opera. In taluni casi, dovendo gestire anche gli aspetti
materiali degli allenamenti, come le disposizioni dei vari materiali
sul campo, o la programmazione degli allenamenti di soggetti in
recupero da traumi o inattività, il tecnico in seconda si troverà ad
interagire con magazzinieri, massaggiatori, preparatori, medici ecc.
Anche in questi casi risulta essere necessaria una capacità
organizzativa, di mediazione e di dialogo da non sottovalutare.
Talvolta, addirittura, può presentarsi la necessità di relazionarsi
con soggetti esterni all’ambito lavorativo in senso stretto, quali,
ad esempio, i giornalisti, i tifosi, ecc. Ultima, ma non per
importanza, è la passione per questo tipo di lavoro, necessaria per
poter sopportare un notevole impegno mentale e per essere in grado
di trasmettere quel qualcosa in più per dare gli stimoli necessari a
pretendere il meglio da sé e dagli altri. Sia che un tecnico viva
questa esperienza come rampa di lancio per passare a sua volta ad
essere un allenatore in prima, sia che preferisca invece mantenere
questo ruolo, defilato e dis-creto ma certamente basilare
all’interno di un gruppo, infatti, l’abnegazione ed il
coinvolgimento totale sono caratteristiche imprescindibili per
svolgere quest’attività così come va svolta.
| Compiti dell'allenatore in seconda
Abbiamo visto come i compiti assegnati al secondo siano di volta in
volta diversi in funzione delle situazioni in cui si trova ad
operare: tipo di società, tipo di squadra, tipo di allenatore e tipo
di staff. Generalmente, comunque, i compiti primari sono più o meno
gli stessi ovunque: 1) Assistenza tecnico tattica al tecnico in
carica. È oggettivamente il ruolo più soddisfacente da un punto di
vista pratico, in quanto consente di esprimersi da un punto di vista
appunto tecnico tattico, di coordinare i carichi di lavoro in base
al calendario, alle esigenze specifiche dei singoli ed alle
situazioni contingenti, ed infine permette di sperimentare e di
verificare eventuali intuizioni. Ovviamente tutto ciò è un supporto
al mister di ruolo, e viene svolto in base alle sue convinzioni ed
iniziative, ma solitamente rimane un discreto margine di proposta,
necessario per un vivo interscambio di idee ed esperienze in grado
di arricchire e vivacizzare sia il rapporto professionale che il
lavoro stesso. È una fase molto articolata della professione che si
esterna prima, durante e dopo gli allenamenti e le gare.
Innanzitutto, com’è ovvio, c’è alla base un lavoro di programmazione
sia generale che specifica: quella generale viene svolta prima della
preparazione estiva e può subire variazioni nel corso dell’anno a
seguito di imprevisti o situazioni contingenti, ma in generale segue
un tracciato predefinito all’inizio della stagione; quella specifica
si esplica settimanalmente e quotidianamente, allorchè viene
programmato il lavoro in vista di un incontro specifico. Entrambe
funzionano come semplici riunioni aziendali, in cui vengono
individuati determinati obiettivi ed identificati i modi migliori
per raggiungerli. Nello specifico viene tracciato il lavoro del
gruppo, e di eventuali singoli che necessitano di particolari
attività (per un eventuale recupero, scarico, ecc.) e la
suddivisione del lavoro tra i due tecnici (ad esempio: mentre il
primo segue l’esecuzione dei calci piazzati, il secondo si occupa di
esercitazioni su meccanismi per la difesa). Spesso, comunque, la
squadra esegue i medesimi allenamenti, ed i due tecnici seguono la
medesima esercitazione confrontandosi poi al termine sugli esiti
della stessa. Durante le gare ufficiali, poi, i due tecnici sono a
stretto contatto, essendo necessario un rapidissimo confronto sulle
situazioni presenti in campo (ad esempio variazioni tattiche della
squadra avversaria, problemi individuali o collettivi della propria,
ecc.), tenendo presente che può succedere che il secondo debba
sostituire il suo “superiore” in caso di espulsione di quest’ultimo,
e quindi è necessario una volta di più che i due siano in perfetta
sintonia ed abbiano le medesime esperienze su ciò che riguarda la
propria squadra e su ciò che riguarda quella avversaria. 2) Un’altra
fase vitale per la preparazione è quella relativa allo studio degli
avversari che di volta in volta si andranno ad incontrare.
Solitamente vengono inviati osservatori a visionare almeno due o tre
gare della squadra interessata, ed al contempo vengono
videoregistrati gli incontri, in modo da poter analizzare
compiutamente situazioni che per forza di cose non potrebbero essere
percepite direttamente durante la gara. Tra gli schemi più seguiti
vi sono solitamente i calci da fermo, sia attivi che passivi,
divenuti negli ultimi anni sempre più determinanti ai fini del
risultato. Inoltre, grazie ad utilissimi ed innovativi programmi
computerizzati, è ora possibile schematizzare in percentuali le
varie fasi di gioco: passaggi da un calciatore e movimenti dello
stesso, zone del campo maggiormente coperte o sfruttate, zone di
copertura a seconda dei movimenti degli avversari, ecc. Le
possibilità sono molteplici, ed, inutile sottolinearlo,
interessantissime, ovviamente, però, questo lavoro esige un tributo
temporale e di concentrazione notevole, nonché la necessaria
capacità per vedere al volo determinati movimenti. Una volta
preparata la cassetta con le azioni da rivedere ed eventuali report
statistici i due tecnici si confrontano nuovamente prima di mostrare
il tutto all’intera squadra, spiegare e far vedere sul campo
eventuali misure e contromosse. 3) Soprattutto a certi livelli (A e
B), dove è necessario avere più persone per ricoprire i diversi
ruoli, e dove si rende necessaria un’articolata organizzazione del
lavoro di tutte queste figure rapportato alle esigenze del tecnico
responsabile, il secondo ha il compito di coordinare l’operato di
medici, massaggiatori, fisioterapisti, preparatori atletici,
allenatore dei portieri, magazzinieri, ecc.. 4) Il compito più
delicato, e forse più difficile, resta comunque quello relativo alla
gestione del gruppo. Qui le capacità psicologiche del secondo
andranno sfruttate al meglio per porre in essere con tutto il gruppo
e con ogni singolo calciatore un rapporto professionale, ma non
troppo distaccato, e personale, ma di non eccessiva confidenza. Ciò
sarà basilare per mantenere quell’equilibrio necessario a far sì che
nei suoi confronti esistano stima, fiducia e credibilità, ma che al
tempo stesso il rapporto non sconfini in qualcosa di troppo
personale che renderebbe poi difficile la convivenza lavorativa.
Quest’attività oltre a favorire il “compattamento” dello spogliatoio
è importantissima per l’instaurazione di una corretta relazione tra
squadra ed allenatore. Grazie ad una buona coesione di gruppo ed ad
una costruttiva accettazione del credo calcistico del tecnico, sarà
possibile dare alla squadra quel quid in più in grado di fornire le
giuste motivazioni e la giusta carica per il raggiungimento
dell’obiettivo finale. Inutile dire che per ottimizzare i risultati
tutto lo staff e tutti i calciatori devono essere ben predisposti ad
un lavoro di gruppo, ma non bisogna sottovalutare l’importanza di un
ruolo atto a cercare di eliminare o minimizzare le inevitabili
tensioni che nel corso di una stagione per forza di cose possono
venirsi a creare tra i vari componenti del gruppo.
| Esperienze personali
Avendo avuto la grande fortuna di conoscere validissimi allenatori e
di lavorare al fianco con alcuni di loro come secondo, e di avere
avuto la possibilità di guidare una squadra in qualità di primo
allenatore, pur essendo agli inizi di questa professione posso
vantare un minimo di esperienza che mi consente di partire
conoscendo già alcuni aspetti di questa professione. Qualcuno
potrebbe obiettare che, con una carriera da calciatore alle spalle,
determinati meccanismi avrei dovuto averli chiari da un pezzo, e se
parte posso condividere questa affermazione, devo però anche
obiettare che determinate situazioni, per essere capite pienamente
dal punto di vista del responsabile tecnico di un gruppo, vanno
vissute in questi termini, perché le prospettive di approccio
cambiano sensibilmente. Questo è stato uno dei primi insegnamenti
appresi appena mi sono accostato a questa nuova realtà. Determinate
cose che fino ad allora mi erano parse in una determinata maniera
cambiavano radicalmente, o comunque mi si ponevano mille dubbi su
ciò che fino al giorno prima mi appariva quale certezza. La
difficoltà più grande, da allenatore, è secondo me quella di dover
scegliere il o i calciatori che resteranno esclusi dal gruppo dei 18
(gli undici che scendono in campo e le sette riserve), ancor più di
quella di identificare la formazione titolare, difficoltà che forse
dai calciatori non viene compresa pienamente. Come ho anticipato, in
questi ultimi anni ho svolto sia le mansioni di secondo che di
primo, in situazioni e realtà abbastanza diverse, ma con molteplici
aspetti comuni. Sia con Ulivieri, a Napoli, che con Buso a Bologna
svolgevo anche il compito di allenatore dei portieri, pertanto
l’organizzazione degli allenamenti doveva essere, da un punto di
vista di tempi oltre che da un punto di vista di esercitazioni,
studiata il più dettagliatamente possibile. Spesso è capitato di
dover convocare i portieri fuori dai soliti orari di lavoro per
effettuare gli allenamenti specifici, in quanto pur essendo con un
tecnico in meno rispetto agli staff tipo, si cercava di far
combaciare le diverse esigenze, in maniera da poter essere presenti
sul campo assieme all’intero gruppo sia io che l’allenatore in
prima. Questo si rendeva necessario ad esempio quando il primo
prendeva una parte della squadra (ad esempio la difesa) in una metà
per un’esercitazione specifica, mentre io seguivo la parte restante
nell’altra metà campo per svolgere un altro tipo di allenamento. Di
entrambi i tecnici in prima, oltre alle capacità tecniche, ho avuto
modo di apprezzare la meticolosità nello studio e nella preparazione
di ogni dettaglio. Essendo due allenatori abbastanza simili anche
caratterialmente, ed avendo avuto la possibilità di conoscerli e
farmi conoscere quando entrambi lavoravano insieme, posso dire di
aver instaurato immediatamente quel feeling necessario per la
riuscita di un buon lavoro di gruppo. Infatti ritengo che senza
questo presupposto non sia nemmeno pensabile poter svolgere un ruolo
così delicato e particolare. La stima reciproca e la fiducia,
inoltre, mi sono state oltremodo di aiuto tutte le volte che ho
dovute sostituire il mister responsabile nelle gare ufficiali in
caso di espulsione o squalifica (e con Ulivieri, in verità, non sono
state poche) o in quelle occasioni in cui il tecnico mi demandava
completamente la conduzione di un’intera seduta di allenamento, in
sua assenza o per verificare eventualmente le motivazioni del
gruppo. In questi casi mi veniva data un’indicazione di massima (ad
esempio un tipo di allenamento “lattacido”, oppure per far
memorizzare meglio un determinato meccanismo di gioco), ed io avevo
carta bianca sullo sviluppo e la durata dello stesso. Spessissimo,
invece, mi capitava di avere a che fare con una parte determinata
del gruppo (l’esempio più ricorrente è quello relativo ai calciatori
che non hanno giocato durante la gara ufficiale), e di dover
organizzare quindi un allenamento per loro, sempre seguendo le
indicazioni del tecnico, ma avendo ampia possibilità di scegliere la
tipologia del lavoro. Questi momenti sono di basilare importanza sia
per instaurare col gruppo quel rapporto diretto che consente, come
spesso accade, di far “respirare l’aria dello spogliatoio” meglio al
secondo che non al primo, sia per acquistare una certa credibilità
proponendosi con propri concetti e proprie idee, ed infine, ma non
meno importante, per capire a fondo la validità o meno del proprio
lavoro, nonché la propensione o meno a poter prendere in futuro la
strada della conduzione diretta di una squadra. Un altro dei miei
compiti, in entrambe le annate, è stato quello di reperire e
riordinare in base alle esigenze del mister il materiale relativo
alla squadra da incontrare. Innanzitutto mi accordavo con la
segreteria generale per inviare gli osservatori a visionare le gare
che interessavano, poi davo loro eventuali indicazioni particolari
(come seguire in modo speciale i movimenti di un determinato
calciatore piuttosto che le posizioni dei singoli nei calci da
fermo, ecc.) ed infine raccoglievo le relazioni e le studiavo
insieme all’allenatore. Stessa cosa per le videocassette: mi
accordavo con la segreteria per il reperimento, le visionavo insieme
al mister ed infine montavo le parti scelte da mostrare alla
squadra. Sebbene a prima vista possa apparire un’attività noiosa, in
realtà mi ha stimolato tantissimo cercare di carpire i segreti
tecnici degli avversari e soprattutto il discutere come affrontare
determinate situazioni e determinati schemi con altri allenatori, in
modo da poter conoscere il maggior numero di soluzioni possibile
adottate dai migliori esperti del settore ed incrementare così il
mio bagaglio personale di esperienze e conoscenze specifiche, in
modo da poterle utilizzare in futuro personalizzandole in base alla
mia filosofia calcistica. Per me è stato importantissimo infatti
partire dalla base, in quanto, essendo mia volontà divenire un
allenatore in prima, e ritenendo basilare conoscere tutti gli
aspetti e le responsabilità di questo ruolo, reputo necessario
costituirsi un nuovo bagaglio culturale, che per i motivi accennati
più sopra, può, e di fatto è, completamente diverso da quello
acquisito da calciatore. A proposito del delicato ruolo di
“mediazione” tra tecnico e squadra, e di “equilibratore dei
meccanismi dello spogliatoio”, che ho come già anticipato è
fondamentale e delicatissimo, mi sovviene un esempio che può essere
molto più esplicativo di tante parole teoriche: era il periodo del
ritiro estivo e passeggiando dopo cena mi è capitato di passare
accanto ad un calciatore che stava esternando il suo disappunto per
il comportamento del tecnico nei suoi confronti confrontandolo con
quello verso altri compagni di squadra. Conoscendolo già dalle
stagioni precedenti mi è stato facile prenderlo sotto braccio e
parlargli, facendolo riflettere sul carattere dell’allenatore e sul
fatto che comunque a mio parere il fatto che lo stressasse
quotidianamente significava comunque che da lui si aspettava tanto e
che lo vedeva sicuramente bene. Dopo la chiacchierata, e dopo
essermi fatto promettere che in caso di ulteriori problemi ne
avremmo parlato assieme, ci siamo dati un appuntamento simbolico a
breve distanza per avere una riprova o meno di quanto avevo detto.
In questa occasione mi sono preso la responsabilità di non riferire
all’allenatore di aver appreso dello stato d’animo di quel
particolare giocatore, ma il giorno seguente, alla prima occasione
buona, gli ho fatto notare che a parer mio certi suoi atteggiamenti
nei confronti del calciatore suddetto potevano apparire esagerati ed
ingiusti. Dopo averci riflettuto su tutta la giornata il tecnico
stesso, accogliendo il mio consiglio indiretto, ha trovato il modo,
con un paio di battute ed una pacca sulla spalla di riavvicinare il
calciatore in questione. In questa maniera credo di aver espletato
il mio compito in maniera da non tradire la fiducia di nessuno, ed
allo stesso tempo evidenziando un problema comunque esistente. Di
fatto, in effetti, la difficoltà maggiore è proprio quella di
stabilire un rapporto di fiducia tale che ti consenta da una parte
di essere un buon punto di riferimento per la squadra e dall’altra
un fidato consigliere per l’allenatore. Un altro tipo di esperienza
particolare, e di compito affidatomi, nel periodo di militanza
rossoblù è stato quello relativo all’organizzazione ed alla gestione
di determinate situazioni durante le trasferte per la Coppa Uefa. In
tali situazioni, infatti, veniva accentuata ancora di più la
funzione di punto d’unione tra esigenze tecniche, esigenze
societarie e necessità dei calciatori. Dovendo effettuare trasferte
di diversi giorni, con complicanze aggiuntive rispetto alle normali
gare in campo esterno, quali ad esempio fuso orario diverso, impegni
fissi dettati dalla competizione (conferenze ufficiali e cerimoniale
vario), reperibilità o meno dei vettovagliamenti consueti, l’operato
della conduzione tecnica doveva per forza di cose tener conto di una
serie maggiore di variabili rispetto alla conduzione normale, e,
seppure da un punto di vista organizzativo, anche il personale
impegnato al seguito della squadra fosse di gran lunga maggiore, già
solo per il fatto di dover coordinare la presenza ed il lavoro di
più persone nei confronti di squadra ed allenatore comportava di
fatto uno sforzo superiore alla norma. Come già detto, per la
tranquillità del tecnico sorgevano due esigenze contrapposte: la
prima quella di far sì che fosse a conoscenza ed approvasse ogni
singolo dettaglio del programma, la seconda che non si dovesse
occupare di verificare di persona che le cose seguissero l’iter
prestabilito. Per fare un esempio: se con il medico era stabilito un
determinato menu, una volta presa la decisione, il mister non doveva
verificare di persona che cuoco e cibarie viaggiassero con la
squadra ed arrivassero in albergo con sufficiente anticipo per la
predisposizione del vitto all’ora prefissa, o che il personale di
cucina fosse attivato e preventivamente informato sulle modalità di
svolgimento del servizio, ecc. A tutte queste attività erano
preposte persone particolari, medico, segretario, accompagnatore, e
via dicendo, e con tutte loro mi confrontavo personalmente per
sapere se andava tutto secondo i piani o se necessitavano piccole
variazioni od accorgimenti. Questa esperienza mi ha insegnato
tantissimo anche dal punto di vista della conoscenza del lavoro del
resto dello staff e delle eventuali difficoltà o meno che possono
avere gli addetti ad altri compiti, a cui magari solitamente si
effettuano semplici richieste senza sapere se effettivamente questo
può creare loro problemi o meno. Essendo uno dei compiti tipici del
secondo quello di organizzare anche gli aspetti semplici e pratici
degli allenamenti quotidiani, e quindi quello di coinvolgere tutte
le persone che ruotano attorno alla squadra e di far sì che tutte
operino in base alle esigenze od alle abitudini dell’allenatore,
facilitando così il suo compito, ed essendo stato questo anche il
mio ruolo in entrambe le mie esperienze di allenatore in supporto,
ho constatato la necessità di responsabilizzare le persone per i
propri compiti. Ciò può avvenire molto meglio appunto conoscendo al
meglio svolgimenti e difficoltà di ogni mansione, potendo così
cercare di far coincidere le esigenze tecniche con quelle di ciascun
membro dello staff, senza che i dettami dell’allenatore stravolgano
eventuali equilibri dell’ambiente che possono essere supportati da
effettive necessità. Sempre nell’ambito di gestione dei rapporti tra
squadra, società ed esterno, mi è capitato, a volte, di dover essere
una sorta di tramite tra il tecnico ed i mezzi di informazione.
Questa funzione di “parafulmine” utilizzata appunto per lo più in
momenti tempestosi era giustificata dal fatto che pur non potendo
permetterci il lusso di isolarci completamente dai vari media, per
non consentire approcci troppo intrusivi e ficcanti dei giornalisti
nei confronti della squadra, anziché il tecnico responsabile
presenziavo io alla conferenza stampa. Così facendo si consentiva
agli stessi giornalisti di avere una risposta tecnica veritiera, in
quanto, essendo a conoscenza dei vari meccanismi di gioco e delle
situazioni contingenti, potevo dare spiegazioni plausibili e
veritiere, e d’altro canto si evitava comunque la proposta di
eventuali polemiche in quanto comunque mancava il diretto
interessato con cui polemizzare. Mi è capitato poi, anche se di
rado, di dover rappresentare lo staff tecnico, in iniziative promo
pubblicitarie della società, o nelle varie manifestazioni della
tifoseria. In questi casi generalmente non ero mai solo, ma il più
delle volte in compagnia di calciatori, e non dovevo spendere che
poche parole di rito, e comunque in questo caso, alternandosi si
riusciva a dare una maggiore disponibilità verso coloro che
richiedevano un contatto con società e squadra. L’altro aspetto
della mia esperienza da allenatore è relativo alla conduzione
tecnica di una squadra in prima persona. Anche se in questo caso si
tratta di una formazione “primavera”, e non professionista in senso
stretto, ritengo che molti criteri siano comuni alle prime squadre.
La mia più grande difficoltà è stata infatti, inizialmente,
l’abituarmi all’idea di avere a che fare non con professionisti veri
e propri, anche se di fatto alcuni già lo erano, ma con ragazzi che,
comunque, dovevano far convivere la loro vita calcistica con quella
scolastica e familiare che spesso erano preminenti. Adottati però
gli opportuni accorgimenti ho cercato di impostare il lavoro ed i
rapporti come se si trattasse di una formazione di serie A.
Fortunatamente, visto anche il mio impegno con il corso, ho potuto
avvalermi della collaborazione di un allenatore in seconda, e
proprio grazie a questa situazione ho potuto rendermi conto di ciò
che può essere richiesto ad un secondo di una squadra giovanile, e
quali particolari attitudini debba avere rispetto a chi deve
lavorare con professionisti veri e propri. Innanzitutto, in questi
frangenti, il tecnico di supporto assume un ruolo extra tecnico, in
aggiunta alle normali mansioni di cui abbiamo già parlato, che può
essere definito come una specie di “tutor”. Con questo si intende
una figura che si interessi oltre agli aspetti prettamente
calcistici, anche alla vita dei ragazzi al di fuori del rettangolo
di gioco. Infatti, da un punto di vista educativo, e di crescita
psicologica dell’atleta quale uomo, è importante far mantenere un
determinato impegno per ciò che concerne l’istruzione, ma
soprattutto per quel che riguarda il comportamento. È possibile,
vista la giovane età e viste le varie sollecitazioni dell’ambiente,
che il ragazzo abbia l’illusione di essere, come si suol dire, “già
arrivato”, facendo sorgere così inevitabili problematiche da un
punto di vista di rendimento, ma soprattutto da un punto di vista
comportamentale in senso lato. È necessario invece che i ragazzi non
perdano mai di vista il contatto con la realtà e con una dimensione
che consenta loro di mantenere un corretto ed equilibrato punto di
vista rispetto ai valori della vita. Il successo, o l’improvviso
benessere, possono di fatto essere deleteri, se sopraggiungono
quando le persone non sono già mature da un punto di vista
caratteriale. Ecco perché è un compito importante dell’allenatore e
dei suoi collaboratori cercare di favorire una crescita equilibrata
della persona, che gli porterà tra l’altro benefici anche da un
punto di vista professionale insegnandogli a gestire ogni tipo di
situazione con maturità. Non stupisca quindi il fatto che il secondo
della mia squadra Primavera abbia contatti con i familiari, con gli
insegnanti, e con il personale dei college dove risiedono gli
stranieri o i ragazzi che non rientrano alle loro abitazioni
quotidianamente, per avere notizie su tutto ciò che riguarda
l’educazione ed il comportamento dei ragazzi stessi. È palese, per
quanto sopra esposto, e per la definizione stessa del ruolo, che
l’allenatore in seconda debba essere, e sia di fatto, l’uomo di
fiducia del tecnico cui è affidata la responsabilità di una squadra.
Tanto sono importanti questo rapporto e questa stima che il più
delle volte i due viaggiano su strade parallele, cioè formano un
binomio inscindibile per cui se una società intende avvalersi
dell’uno non può di fatto fare a meno dell’altro. Da un punto di
vista di lavoro di squadra, infatti, risulta palese che tanto più è
lungo il periodo di collaborazione tra i due tecnici, maggiore sarà
l’intesa e di conseguenza la resa del loro lavoro. Nella maggior
parte dei casi in cui detta coppia viene scissa è perché il secondo
ha maturato l’esigenza di provare l’esperienza della conduzione
diretta di una squadra. Infatti, come già precedentemente accennato,
la più grande distinzione effettuabile all’interno del gruppo dei
tecnici di supporto è tra coloro che si dedicheranno perennemente a
questa professione e coloro che invece la considerano quale periodo
transitorio per il passaggio ad una conduzione in prima persona.
Ovviamente entrambe le scelte sono rispettabilissime e variano
unicamente in base alle ambizioni ed alle caratteristiche
caratteriali dei vari tecnici. Ciò che non varia, invece, sono le
caratteristiche di discrezione, preparazione, spirito di sacrificio
e passione per questa professione, che sono imprescindibili ed
irrinunciabili per chiunque voglia compiere un’attività di questo
tipo con coscienza e professionalità.
| L'Autore
Walter Mazzarri: tesi di fine studio del Corso Master 2000/2001 per
l’abilitazione ad allenatore professionista di 1ª Categoria. |