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  | Il campione è utile
  | Autore: Gianni Leali | Fonte: Notiziario Settore Tecnico
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A noi il campione non interessa o interessa relativamente» si sente ripetere spesso nei congressi e raduni che trattano di problemi di calcio giovanile. “A noi interessa il miglioramento dei giovani dal punto di vista fisico e biologico e, soprattutto, la loro formazione umana”. Perciò, secondo tali affermazioni, il campione avrebbe un valore limitato e la sua formazione rappresenterebbe un obiettivo secondario o, addirittura, da ostacolare da parte dei più tenaci sostenitori del cosiddetto calcio educativo. Non saremo certo noi a voler inficiare la validità e la necessità di un’azione pedagogica rivolta al miglioramento della personalità ed a instaurare nei giovani solidi principi morali, ma ci rifiutiamo di accettare la distinzione tra calcio educativo e calcio agonistico, come fossero due modi di praticare calcio completamente diversi ed in netta antitesi sul piano ideologico, ma senza alcuna possibilità di integrazione delle esigenze educative con quelle competitive. In altre parole, a nostro avviso, una preparazione rivolta al miglioramento della prestazione ed alla costruzione del calciatore di alto livello non esclude necessariamente dai suoi interessi lo sviluppo di una sana ed equilibrata personalità e di qualità morali quali la lealtà, il cameratismo, il coraggio, il senso del dovere e del sacrificio, dell’ordine e della disciplina e così via. Né dobbiamo pensare che un’azione pedagogica intesa ad assicurare la promozione del talento e le esigenze dello sport di élite sia la causa principale degli abbandoni precoci dell’attività calcistica che spesso si verificano tra i giovani. A questo riguardo, infatti, occorre essere obiettivi e prendere nella dovuta considerazione la realtà dei fatti, che poi sono quelli che contano. Non tutti i ragazzi, che nei primi anni della loro attività si dedicano al calcio, sono destinati a praticare questo sport nell’età adulta. Alcuni lo abbandonano del tutto, altri si dedicano a discipline sportive di differente natura, altri ancora continuano a praticarlo, ma saltuariamente o senza impegno costante. La casistica è varia e dipendente da molteplici fattori: altri interessi che parallelamente si sviluppano, presa di coscienza delle proprie capacità di affermarsi ed emergere, insofferenza alla disciplina dell’allenamento. Così, man mano che si procede nel tempo, la schiera dei praticanti si assottiglia sempre di più, pur rimanendo proporzionalmente numerosa. E’ un male tutto questo? Niente affatto. Ciò rientra nella normalità e nella regola della selezione naturale che si manifesta in tutti i campi della vita. L’importante è che gli anni passati giocando al calcio rappresentino, nella vita dell’individuo, un periodo, anche se breve, di gioia e di divertimento da ricordare con entusiasmo, senza rimpianti e senza rancori. Per tali motivi riteniamo ambigua ed arbitraria la distinzione tra calcio educativo e calcio agonistico, che possono e debbono coesistere ed interagire. Ovviamente, fondamentale è l’opera degli istruttori che devono essere altamente qualificati, specializzati per i giovani con una professionalità completa sia sul piano tecnico che educativo. Detto questo, è onesto tuttavia ammettere che non sempre il gioco del calcio è praticato nel modo più corretto; non sempre l’avversario e l’arbitro sono rispettati, non sempre le sconfitte e le vittorie sono vissute senza eccessivi drammi o esaltazioni spropositate. Ma ciò si verifica, il più delle volte, per colpa di quei dirigenti societari che considerano l’attività sportiva dei loro giovani atleti come un trampolino di lancio per le loro ambizioni e di quei genitori che, tramite i figli, vogliono ottenere una rivalutazione del loro stato sociale o il riscatto dei loro sogni infantili frustrati. Sono siffatti dirigenti e genitori, ben noti ad ogni allenatore che lavora nel settore giovanile, che tendono ad ingigantire ed a far sopravvalutare nei giovani l’importanza del risultato agonistico, facendo loro vivere la competizione in maniera particolarmente ansiogena e con il solo obiettivo di superare gli avversari a tutti i costi e con qualsiasi mezzo e comportamento, anziché come un momento di conoscenza delle proprie possibilità e di leale confronto con quelle altrui. La diseducatività di situazioni del genere è palese e va combattuta energicamente, così come sta facendo il Settore Giovanile e Scolastico della FIGC con una adeguata e capillare opera di diffusione di un diverso costume e di una diversa cultura sportiva, ma non è sottraendo i bambini alla competizione che si risolve il problema. Lo sport è competizione e proprio per questo piace soprattutto ai giovani, che sentono intensamente il bisogno di confrontarsi con se stessi e con gli altri. La competizione, peraltro, fa parte dei rapporti sociali ed è presente in tutti i campi della vita quotidiana per cui, a maggior ragione, è bene che vi sia anche nello sport dei bambini per i quali la prospettiva della vittoria e del successo o di diventare un campione è una motivazione fondamentale dello sviluppo della loro formazione sia sportiva che umana. Non è vero, pertanto, che il campione e la sua formazione non debbano interessare le Scuole Calcio ed i Settori Giovanili delle società sportive, per cui i giovani atleti, anzi, devono rappresentare rispettivamente un modello da imitare ed una meta da raggiungere. Il campione serve ed è utile. Serve per tutti coloro che praticano il calcio perchè grazie a loro aumenta l’attrattiva e la dedizione per questo sport, serve anche per le società sportive per il vantaggio che ne traggono in termini di immagine e di gratificazione morale ed economica, serve infine per la Federazione perchè favorisce la promozione e lo sviluppo tecnico del gioco del calcio, che sono compiti attribuiti istituzionalmente alla Federazione stessa. Ecco perchè il campione è utile. Ecco perchè, per la loro valenza, più di due mila anni orsono, in Atene, accanto ai cittadini benemeriti della Patria, si mantenevano a pubbliche spese i grandi campioni di gare sportive.

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