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Nell’aprile scorso si è tenuto presso il Centro Tecnico di
Coverciano un dibattito sulla salute del calcio italiano a livello
di campionato nazionale e di competizioni internazionali, in
occasione dell’assegnazione della “Panchina d’oro e d’argento
riconoscimenti attribuiti, come noto, rispettivamente a Fabio
Capello e Giovanni De Biasi. Nei vari interventi dei dirigenti e
tecnici federali, nonché degli allenatori professionisti presenti, è
stato evidenziato il malessere sia a livello economico che tecnico
che sta attraversando il nostro calcio. A distanza di pochi mesi le
grosse difficoltà palesate da diversi club e le aspettative
disattese a tutti i livelli dalle nostre nazionali, hanno senz’altro
contribuito ad acuire questo malanno. Senza entrare nel merito degli
aspetti economici che ci riguardano indirettamente, corre il dovere
di esaminare e possibilmente porre rimedio a tutte quelle deficienze
tecniche già individuate nel suddetto incontro di Coverciano.
Spogliamoci quindi della veste dei più bravi, che abbiamo indossato
per molto tempo, e con la dovuta umiltà facciamo un esame critico
senza tuttavia rimanere vittima di eccessivi pessimismi. Rifuggiamo,
sia a livello nazionale che internazionale, da tutti quegli alibi
che fanno risalire i risultati negativi alla presunta debolezza del
potere politico ed agli errori arbitrali, ed esaminiamo invece gli
aspetti tecnici e tattici che hanno determinato la flessione del
nostro calcio. Nell’apprendimento della tattica, per esempio, ha
preso sempre più piede l’esigenza di addestrarsi a rompere anziché a
costruire il gioco, attribuendo quindi grandissima importanza alla
riconquista della palla. Qualche tempo addietro, ciò era prerogativa
dei club privi di risorse economiche e pertanto impossibilitati ad
avvalersi di giocatori particolarmente dotati sul piano tecnico. Per
competere con le squadre più blasonate, i rispettivi allenatori
erano costretti ad aguzzare il loro ingegno operando soprattutto
sull’aspetto difensivo. Ma quando si è constatato che è più facile
andare in gol dopo aver riconquistato la palla con gli avversari
sbilanciati e sorpresi, anziché con il gioco manovrato ed
articolato, anche le squadre d’élite si sono adeguate a questa
tendenza con atteggiamenti difensivi sempre più organizzati, la cui
massima espressione si è concretizzata nei raddoppi di marcatura,
nella pressione, e nel pressing, intendendo per pressione l’azione
individuale e per pressing quella di un reparto o dell’intera
squadra. Tutto questo, naturalmente, a scapito dello spettacolo e
della qualità del gioco. Anche sotto l’aspetto tecnico è necessario
recitare qualche “mea culpa”. Da qualche tempo a questa parte, se è
vero che è stato svolto con molto scrupolo il lavoro attinente alla
preparazione fisica, non altrettanto è stato fatto per
l’addestramento della tecnica, con il risultato che Paesi
notoriamente inferiori a noi sotto il profilo tecnico, ci hanno
nettamente sopravanzato sotto questo aspetto. Se si sottraesse, ad
esempio, nei programmi di allenamento una mezz’ora al lavoro di
palestra, di cui forse ultimamente si è troppo abusato, a favore di
una seduta di tecnica, riferendosi non solo a quella dei
fondamentali ma anche a quella in situazione (tecnica applicata) se
ne trarrebbero sicuramente notevoli vantaggi. A questo proposito,
assai significativo è risultato l’intervento di Carlo Mazzone, a cui
il Settore Tecnico ha assegnato, nella passata edizione, un
meritatissimo premio alla carriera. Il tecnico romano, ha infatti
asserito che si sta giocando un brutto calcio perché abbiamo
impoverito le qualità tecniche dei centrocampisti, ora quasi
esclusivamente dediti a “rubar palla”, e le capacità degli esterni
non più in grado di saltare il proprio avversario. “ Le tattiche
esasperate”, aggiunge Mazzone confermando in maniera colorita quanto
sopra espresso, “ sono il pane dei poveri mentre la tecnica è il
pane dei ricchi”. Anche nell’attività del settore giovanile si è
data troppa importanza alla tattica e alla preparazione fisica
trascurando l’addestramento tecnico. Forse in questo settore si
risente ancora fin troppo l’influenza del calcio olandese degli anni
settanta che, dovendo esprimere un gioco totale, si doveva avvalere
di calciatori universali. Per diversi anni i nostri istruttori
giovanili hanno continuato ad impegnarsi nella formazione di questo
prototipo di calciatore trascurando la specializzazione e il lavoro
sul ruolo. Ecco perché i nostri difensori non sanno più marcare, i
nostri centrocampisti non sono in grado di costruire ed in nostri
attaccanti palesano difficoltà nell’effettuare un dribbling.
Cerchiamo allora di dedicare molto più del nostro tempo
all’addestramento del singolo, e una volta individuatone il ruolo
più congeniale (nella fascia di età Allievi - Primavera), operiamo
in maniera specializzata. Confrontiamoci e prendiamo esempi anche
dagli altri Paesi. Se Francia, Spagna ed ultimamente anche Germania
ed Inghilterra hanno fatto passi da gigante a livello giovanile ci
sarà pure una ragione! Sarà quindi compito dei nostri istruttori
rivolgere tutto il loro impegno verso un lavoro tecnico qualificato
affinché quanto prima si ponga fine all’attuale malessere. |