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  | La prima regola è il gioco
  | Autore: Sergio Roticiani | Fonte: Notiziario Settore Tecnico
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Era il 1985 e durante il Corso biennale di specializzazione sul calcio organizzato dalla F.I.G.C. e dall’I.S.E.F. de L’Aquila un valente professore di nome Nicola Comucci esordì in questo modo: “Nella dialettica degli opposti avviene la sintesi del concreto”. Pioniere della scienza e della metodologia e teoria dell’allenamento calcistico, ha nutrito per decenni le generazioni di “imberbi” cultori del calcio che attraverso i suoi insegnamenti hanno scritto pagine di storia memorabile nel firmamento calcistico nazionale. Anche noi come la maggior parte degli attuali allenatori di grido, eravamo dei giovani di grandi speranze e nobili ideali: Stefano D’Ottavio, Otello Catania, Gennaro Testa, Tonino Di Musciano , Rudy Bressanini, Paolo Pierangeli, Ivan Nonni, Mauro Tossani ed altri compagni di ventura che, diversamente da noi, hanno successivamente intrapreso strade diverse.
Questo altero e “nobile signore” nel tempio di Coverciano affascinava noi e tutta la nostra generazione sulle nuove frontiere del calcio. Nel calcio le verità assolute non esistono, ed era essenzialmente questo il concetto che il Professore voleva inculcare nelle nostre giovani menti a volte troppo integraliste, a volte troppo timorose del nuovo, a volte innovative e piene di esuberanza dialettica.
Il Professore, e mai troppo questo appellativo fu così straordinariamente efficace nell’identificare una grande personalità, ha segnato la cultura di quasi mezzo secolo di scienza del calcio. I suoi trattati e i suoi testi sono ancora attuali, come quel suo esordio, quel affermare che nel calcio come nella vita non dobbiamo essere assolutisti ma aperti al nuovo e alla perfetta coesione tra idee solo apparentemente contrastanti. Solo nella giusta sintesi possiamo raggiungere o avvicinarci al vero, a quel particolare “nirvana” didattico/metodologico che chi lavora nel calcio tenta quotidianamente di raggiungere.
Il gioco del calcio, essendo una sport di situazione, annovera nel suo DNA fasi di gioco tra loro agli antipodi, non facilmente standardizzabili e riconducibili ad un modello rigido. Il calciatore stesso ha nel suo patrimonio fisico caratteristiche che lo avvicinano allo sprinter, come in taluni momenti del gioco può somigliare ad un atleta di resistenza, e queste qualità tra loro sono contrastanti per antonomasia.
Tra gli stessi cultori e studiosi della preparazione fisica ottimi risultati hanno raggiunto chi faceva del lavoro aerobico il proprio credo e viceversa lo stesso hanno ottenuto chi privilegiava nell’allenamento una attività con caratteristiche maggiormente orientate verso la velocità. Questa dicotomia o conflittualità che nella prestazione fisica si osserva nell’alternanza - durante la gara - tra impegni ad alta intensità ed altri di minore intensità, e nei metodi di lavoro scelti tra sollecitazioni prevalentemente di natura anaerobica ad altri di natura aerobica, può essere ricondotto all’ambito didattico e metodologico, nel conflitto che esiste tra i metodi di insegnamento.
Esistono fondamentalmente due modi di concepire l’insegnamento e la formazione calcistica: uno che si basa sulla centralità dell’istruttore, l’altro che vede protagonista l’allievo. Conseguentemente l’approccio metodologico si esprime attraverso una direzionalità di tipo deduttivo da una parte e di tipo induttivo dall’altra. Nel corso degli ultimi decenni un radicale cambiamento sociale ha investito la nostra società, il marcato sviluppo tecnologico ha determinato una modifica delle nostre abitudini, la necessità di movimento e di gioco ha trovato in molti giovanissimi la sua soddisfazione nel mondo virtuale. Al tempo stesso la continua urbanizzazione ha contribuito soprattutto nei grandi centri a limitare gli spazi e gli ambienti da dedicare al gioco favorendo l’ipocinesi e il sedentarismo.
Il continuo calo demografico ha determinato un impoverimento della quota sportiva giovanile; spazi che una volta erano notoriamente occupati dai bambini, come i parchi, gli oratori, i cortili sono desolatamente vuoti. I bambini per poter giocare a calcio devono fare riferimento ai club, dove hanno la possibilità di giocare a calcio con i propri coetanei.
La scuola agenzia educativa che tra l’altro dovrebbe fornire servizi nell’ambito di una adeguata formazione motoria, risulta impreparata, povera di stimoli e incerta nelle proposte educative. Il deficit motorio e sportivo, che si viene a creare nei nostri giovani, viene colmato dalle scuole calcio con una proposta di attività agonistica offerta ad un elevato numero di bambini. Esaltiamo nell’insegnamento la componente tecnicistica, svilendo la componente ludica, convinti che solo attraverso una procedura gerarchicamente rigida, che parte dalla conoscenza del fondamentale per arrivare successivamente alla sua applicazione nella situazione, possa realizzarsi la formazione del calciatore.
Riteniamo che l’insegnamento dell’azione tecnica debba avvenire in un contesto che solleciti integralmente le componenti presenti nel gioco; la corretta esecuzione si deve realizzare in maniera funzionale (D’Ottavio), coinvolgendo sia la componente psichica e che quella fisica. Il mero addestramento, la convinzione che una procedura didattica in serie (prima il gesto e poi l’utilizzo dello stesso in situazione) possa essere la soluzione nella formazione calcistica, risulta attualmente inadeguata. L’insegnamento dell’azione tecnica non può prescindere da una sua collocazione in un contesto
dinamico, flessibile e aperto; la parcellizzazione e l’analisi dell’azione, il soffermarsi sull’esecuzione del fondamentale, assume rilevanza nell’insegnamento come momento iniziale di presa di coscienza del gesto e successivamente di perfezionamento dello stesso, comunque da ricondurre immediatamente in un contesto situazionale.
“La dinamica del gioco non permette azioni prestabilite che il giocatore può riprodurre esattamente in quanto tutte le azioni di gioco sono azioni discrezionali da risolvere a seconda delle situazioni. In sintesi le varie sequenze di gioco esprimono la capacità del giocatore di percepire, decidere, eseguire, interpretare trattenendo e interagendo tramite operazioni di memoria” (D’Ottavio). L’utilizzo prevalente di giochi situazionali, lo ribadiamo, si rende necessario per due motivi fondamentali, espressi precedentemente: il bambino vuole giocare e misurarsi con gli altri, se non si diverte abbandona lo sport e cerca il soddisfacimento ai propri bisogni in contesti diversi (uno è il mondo virtuale); il calcio è un
gioco, dove l’elemento tecnico è uno strumento essenziale per risolvere problemi, piccoli o grandi che siano, legati alla situazione di gioco.
È vero, tristemente potremmo dire, ma il calcio oggi esprime una qualità tecnica più povera rispetto a qualche decennio fa. Senza inoltrarci in disquisizioni di natura fisico - atletica, ovvero il gioco più veloce non permette l’estrinsecarsi di una espressione tecnica esteticamente apprezzabile, nel calcio moderno sembra esserci meno spazio per le giocate imprevedibili e fantasiose. Pochi sono i giocatori di “alta qualità”, merce rara da acquistare prevalentemente nei “bazar sudamericani” dove ancora prevale un calcio più ruspante e genuino costruito nelle favelas e nelle spiagge assolate, o addirittura nelle strade e nei cortili dove partite interminabili provocano una germinazione spontanea di talenti.
I nostri giovani privati di un calcio spontaneo, di tempi di maturazione adatti ai loro ritmi di sviluppo, vengono spesso soffocati, durante la loro formazione tecnica, da elucubrazioni cervellotiche che confinano “il gioco più bello del mondo” a una partita di scacchi, dove i tatticismi esasperati e lo schema sono l’unico itinerario percorribile per soddisfare la fame di vittorie. Ha ragione Ottavio Bianchi quando affermava che i nostri azzurrini non ridono più, sono tristi e preoccupati di ripetere a memoria il compitino tattico assegnato loro. Vincere una partita già a livello di tredicenni, è diventato talmente importante che si rischia persino l’esonero per una partita persa.
Esiste un’equazione, che si riferisce al poco tempo reso disponibile per giocare a calcio e la minore qualità tecnica che le nostre giovani generazioni esprimono. Il migliore apprendimento avviene per imitazione e per prove ed errori, attraverso la sperimentazione dei propri comportamenti tecnici in un contesto di gioco e di confronto. La gioia di riuscire, la consapevolezza che un errore non verrà giudicato negativamente ma verrà visto come indispensabile anello per arrivare al gesto più corretto e più efficace rappresentano momenti essenziali nella formazione calcistica giovanile. Alle nostre giovani generazioni manca la gioia di provare senza essere giudicati, di entusiasmarsi per una giocata ad effetto. Può apparire un processo irreversibile questo impoverimento tecnico delle nostre generazioni calcistiche, e lo diverrà sicuramente se non si disporrà un piano di recupero e valorizzazione degli spazi di gioco libero. Ritornando al nostro Professore, il suo buon senso didattico ci suggerirebbe che solo attraverso un procedura metodologica mista, che va dal globale all’analitico, dall’induttivo al deduttivo, dal palleggio all’uno contro uno, dal rimprovero all’elogio si può trovare la sintesi e una soluzione alla corretta formazione dell’uomo calciatore.

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