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Era
il 1985 e durante il Corso biennale di specializzazione sul calcio
organizzato dalla F.I.G.C. e dall’I.S.E.F. de L’Aquila un valente
professore di nome Nicola Comucci esordì in questo modo: “Nella
dialettica degli opposti avviene la sintesi del concreto”. Pioniere
della scienza e della metodologia e teoria dell’allenamento
calcistico, ha nutrito per decenni le generazioni di “imberbi”
cultori del calcio che attraverso i suoi insegnamenti hanno scritto
pagine di storia memorabile nel firmamento calcistico nazionale.
Anche noi come la maggior parte degli attuali allenatori di grido,
eravamo dei giovani di grandi speranze e nobili ideali: Stefano
D’Ottavio, Otello Catania, Gennaro Testa, Tonino Di Musciano , Rudy
Bressanini, Paolo Pierangeli, Ivan Nonni, Mauro Tossani ed altri
compagni di ventura che, diversamente da noi, hanno successivamente
intrapreso strade diverse.
Questo altero e “nobile signore” nel tempio di Coverciano
affascinava noi e tutta la nostra generazione sulle nuove frontiere
del calcio. Nel calcio le verità assolute non esistono, ed era
essenzialmente questo il concetto che il Professore voleva inculcare
nelle nostre giovani menti a volte troppo integraliste, a volte
troppo timorose del nuovo, a volte innovative e piene di esuberanza
dialettica.
Il Professore, e mai troppo questo appellativo fu così
straordinariamente efficace nell’identificare una grande
personalità, ha segnato la cultura di quasi mezzo secolo di scienza
del calcio. I suoi trattati e i suoi testi sono ancora attuali, come
quel suo esordio, quel affermare che nel calcio come nella vita non
dobbiamo essere assolutisti ma aperti al nuovo e alla perfetta
coesione tra idee solo apparentemente contrastanti. Solo nella
giusta sintesi possiamo raggiungere o avvicinarci al vero, a quel
particolare “nirvana” didattico/metodologico che chi lavora nel
calcio tenta quotidianamente di raggiungere.
Il gioco del calcio, essendo una sport di situazione, annovera nel
suo DNA fasi di gioco tra loro agli antipodi, non facilmente
standardizzabili e riconducibili ad un modello rigido. Il calciatore
stesso ha nel suo patrimonio fisico caratteristiche che lo
avvicinano allo sprinter, come in taluni momenti del gioco può
somigliare ad un atleta di resistenza, e queste qualità tra loro
sono contrastanti per antonomasia.
Tra gli stessi cultori e studiosi della preparazione fisica ottimi
risultati hanno raggiunto chi faceva del lavoro aerobico il proprio
credo e viceversa lo stesso hanno ottenuto chi privilegiava
nell’allenamento una attività con caratteristiche maggiormente
orientate verso la velocità. Questa dicotomia o conflittualità che
nella prestazione fisica si osserva nell’alternanza - durante la
gara - tra impegni ad alta intensità ed altri di minore intensità, e
nei metodi di lavoro scelti tra sollecitazioni prevalentemente di
natura anaerobica ad altri di natura aerobica, può essere ricondotto
all’ambito didattico e metodologico, nel conflitto che esiste tra i
metodi di insegnamento.
Esistono fondamentalmente due modi di concepire l’insegnamento e la
formazione calcistica: uno che si basa sulla centralità
dell’istruttore, l’altro che vede protagonista l’allievo.
Conseguentemente l’approccio metodologico si esprime attraverso una
direzionalità di tipo deduttivo da una parte e di tipo induttivo
dall’altra. Nel corso degli ultimi decenni un radicale cambiamento
sociale ha investito la nostra società, il marcato sviluppo
tecnologico ha determinato una modifica delle nostre abitudini, la
necessità di movimento e di gioco ha trovato in molti giovanissimi
la sua soddisfazione nel mondo virtuale. Al tempo stesso la continua
urbanizzazione ha contribuito soprattutto nei grandi centri a
limitare gli spazi e gli ambienti da dedicare al gioco favorendo
l’ipocinesi e il sedentarismo.
Il continuo calo demografico ha determinato un impoverimento della
quota sportiva giovanile; spazi che una volta erano notoriamente
occupati dai bambini, come i parchi, gli oratori, i cortili sono
desolatamente vuoti. I bambini per poter giocare a calcio devono
fare riferimento ai club, dove hanno la possibilità di giocare a
calcio con i propri coetanei.
La scuola agenzia educativa che tra l’altro dovrebbe fornire servizi
nell’ambito di una adeguata formazione motoria, risulta impreparata,
povera di stimoli e incerta nelle proposte educative. Il deficit
motorio e sportivo, che si viene a creare nei nostri giovani, viene
colmato dalle scuole calcio con una proposta di attività agonistica
offerta ad un elevato numero di bambini. Esaltiamo nell’insegnamento
la componente tecnicistica, svilendo la componente ludica, convinti
che solo attraverso una procedura gerarchicamente rigida, che parte
dalla conoscenza del fondamentale per arrivare successivamente alla
sua applicazione nella situazione, possa realizzarsi la formazione
del calciatore.
Riteniamo che l’insegnamento dell’azione tecnica debba avvenire in
un contesto che solleciti integralmente le componenti presenti nel
gioco; la corretta esecuzione si deve realizzare in maniera
funzionale (D’Ottavio), coinvolgendo sia la componente psichica e
che quella fisica. Il mero addestramento, la convinzione che una
procedura didattica in serie (prima il gesto e poi l’utilizzo dello
stesso in situazione) possa essere la soluzione nella formazione
calcistica, risulta attualmente inadeguata. L’insegnamento
dell’azione tecnica non può prescindere da una sua collocazione in
un contesto
dinamico, flessibile e aperto; la parcellizzazione e l’analisi
dell’azione, il soffermarsi sull’esecuzione del fondamentale, assume
rilevanza nell’insegnamento come momento iniziale di presa di
coscienza del gesto e successivamente di perfezionamento dello
stesso, comunque da ricondurre immediatamente in un contesto
situazionale.
“La dinamica del gioco non permette azioni prestabilite che il
giocatore può riprodurre esattamente in quanto tutte le azioni di
gioco sono azioni discrezionali da risolvere a seconda delle
situazioni. In sintesi le varie sequenze di gioco esprimono la
capacità del giocatore di percepire, decidere, eseguire,
interpretare trattenendo e interagendo tramite operazioni di
memoria” (D’Ottavio). L’utilizzo prevalente di giochi situazionali,
lo ribadiamo, si rende necessario per due motivi fondamentali,
espressi precedentemente: il bambino vuole giocare e misurarsi con
gli altri, se non si diverte abbandona lo sport e cerca il
soddisfacimento ai propri bisogni in contesti diversi (uno è il
mondo virtuale); il calcio è un
gioco, dove l’elemento tecnico è uno strumento essenziale per
risolvere problemi, piccoli o grandi che siano, legati alla
situazione di gioco.
È vero, tristemente potremmo dire, ma il calcio oggi esprime una
qualità tecnica più povera rispetto a qualche decennio fa. Senza
inoltrarci in disquisizioni di natura fisico - atletica, ovvero il
gioco più veloce non permette l’estrinsecarsi di una espressione
tecnica esteticamente apprezzabile, nel calcio moderno sembra
esserci meno spazio per le giocate imprevedibili e fantasiose. Pochi
sono i giocatori di “alta qualità”, merce rara da acquistare
prevalentemente nei “bazar sudamericani” dove ancora prevale un
calcio più ruspante e genuino costruito nelle favelas e nelle
spiagge assolate, o addirittura nelle strade e nei cortili dove
partite interminabili provocano una germinazione spontanea di
talenti.
I nostri giovani privati di un calcio spontaneo, di tempi di
maturazione adatti ai loro ritmi di sviluppo, vengono spesso
soffocati, durante la loro formazione tecnica, da elucubrazioni
cervellotiche che confinano “il gioco più bello del mondo” a una
partita di scacchi, dove i tatticismi esasperati e lo schema sono
l’unico itinerario percorribile per soddisfare la fame di vittorie.
Ha ragione Ottavio Bianchi quando affermava che i nostri azzurrini
non ridono più, sono tristi e preoccupati di ripetere a memoria il
compitino tattico assegnato loro. Vincere una partita già a livello
di tredicenni, è diventato talmente importante che si rischia
persino l’esonero per una partita persa.
Esiste un’equazione, che si riferisce al poco tempo reso disponibile
per giocare a calcio e la minore qualità tecnica che le nostre
giovani generazioni esprimono. Il migliore apprendimento avviene per
imitazione e per prove ed errori, attraverso la sperimentazione dei
propri comportamenti tecnici in un contesto di gioco e di confronto.
La gioia di riuscire, la consapevolezza che un errore non verrà
giudicato negativamente ma verrà visto come indispensabile anello
per arrivare al gesto più corretto e più efficace rappresentano
momenti essenziali nella formazione calcistica giovanile. Alle
nostre giovani generazioni manca la gioia di provare senza essere
giudicati, di entusiasmarsi per una giocata ad effetto. Può apparire
un processo irreversibile questo impoverimento tecnico delle nostre
generazioni calcistiche, e lo diverrà sicuramente se non si disporrà
un piano di recupero e valorizzazione degli spazi di gioco libero.
Ritornando al nostro Professore, il suo buon senso didattico ci
suggerirebbe che solo attraverso un procedura metodologica mista,
che va dal globale all’analitico, dall’induttivo al deduttivo, dal
palleggio all’uno contro uno, dal rimprovero all’elogio si può
trovare la sintesi e una soluzione alla corretta formazione
dell’uomo calciatore. |