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Note Legali

  Canale Medicina e Psicologia
  | Quando l'articolazione s'infiamma
  | Autore: Gian Galeazzo Sforza | Fonte: www.salutebenessere.it

| Premessa
Colpiscono spalle, ginocchia, gomiti e polsi. Frequenti negli sportivi dilettanti, oggi si curano in vari modi. 
| Le precauzioni per evitare problemi
Spalle o ginocchia, polsi o caviglie, gomiti o anche: sono poche le giunture che si salvano dalla tendinite, malattia che infiamma i fasci fibrosi che ancorano i muscoli alle articolazioni. "I sintomi principali sono il dolore locale spontaneo o alla pressione, la limitazione dei movimenti, il gonfiore della parte colpita e, nei casi più gravi la rottura improvvisa del tendine" spiega Norberto Gonfalonieri, primario ortopedico agli Istituti clinici di perfezionamento di Milano. "La struttura fibrosa, la penuria di vasi sanguigni e una scarsa capacità riparativa, rendono i tendini vulnerabili alle sollecitazioni meccaniche, specie quelle violente e ripetute, come accade a chi fa sport". Ad aggravare la situazione può esserci una predisposizione individuale, e in questo caso non è possibile alcuna prevenzione: l'unica precauzione da prendere è rafforzare la muscolatura. "Le patologie dei tendini sono di diversa natura, e per intervenire in modo adeguato è necessaria una diagnosi corretta" puntualizza l'ortopedico milanese. "Si parla di peritendiniti quando è interessata solo la guaina del tendine, di tendiniti quando si è di fronte a una patologia che interessa il tendine in toto, e di entesopatia se a essere colpita è la parte di tendine che si inserisce nell'osso. L'esame chiave per la diagnosi è l'ecografia, che oltre a rilevare lo stato del tendine può mettere in risalto anche la presenza di calcificazioni, che indicano un processo patologico di maggiore gravità". Negli sportivi frequenza e intensità delle tendiniti differiscono a seconda del livello agonistico. I più colpiti sono i dilettanti, che spesso sostengono gare o allenamenti estenuanti senza assistenza medica e senza rispettare le più elementari regole di prevenzione. Tra i professionisti, invece, le risorse tecniche a disposizione e la presenza di staff sanitari esperti che seguono gli atleti consente di limitare i danni. Le tendiniti sono in agguato anche per casalinghe o dattilografe, oppure per chi fa lavori che comportano piccoli traumi ripetuti, sollecitazioni funzionali prolungate o violente come imballatori, operai alla catena di montaggio o musicisti. Esempi classici sono il gomito del tennista, la pubalgia e l'infiammazione del tendine d'Achille, disturbi che fanno strage specie tra gli atleti amatoriali. "Chi gioca a tennis a livello dilettantistico spesso usa per anni la stessa racchetta, cambiandola magari all'improvviso" spiega Confalonieri. E giocare con racchette inadatte, magari con corde troppo tese, fa salire i rischi d'infiammazione al gomito: un disturbo che nei casi più gravi impedisce al paziente di sollevare una bottiglia o di pettinarsi. Anche l'impostazione tecnica e il tipo di terreno contribuiscono a infiammare i tendini: non solo del gomito ma anche quelli delle ossa pubiche e del tallone. I più colpiti sono i calciatori e i corridori. "Grazie ai lunghi allenamenti, il professionista colpisce la palla in modo corretto, mentre i palloni sbucciati o i rovesci approssimativi dei dilettanti sono oltremodo dannosi" sottolinea il medico milanese. "Anche cambiare campo è deleterio: passare ripetutamente dalla terra al tartan o viceversa cambia la postura, cioè il modo di tenersi eretti, e questo si riflette sulle forze che agiscono sui tendini innescando o peggiorando l'infiammazione".   
| Come si curano
"Prevenzione, innanzitutto: per prima cosa bisogna evitare che l'attività sportiva infiammi i tendini" dice Confalonieri. E per farlo si deve stare attenti al tipo di terreno, alle calzature e ai plantari che si usano e ai carichi in gara o durante l'allenamento. Spesso, però, la prevenzione non basta e l'infiammazione esplode. "Il trattamento allora varia con la gravità dei disturbi" spiega l'ortopedico. "La tendinite in fase iniziale si manifesta con un dolore al termine dell'allenamento che poi scompare: in questo caso il rimedio più indicato è il ghiaccio, oppure l'applicazione di pomate o cerotti antinfiammatori". Se questi sistemi non bastano, bisogna ricorrere agli antinfiammatori per via orale: sono molto efficaci sui sintomi, ma se vengono presi a dosi elevate per lunghi periodi provocano danni allo stomaco (come gastrite o ulcera), al sangue (ridotta capacità di coagulazione ed emorragie) e ai polmoni (asma o allergie in soggetti predisposti). A questo proposito sono stati recentemente introdotti sul mercato degli antinfiammatori con minori effetti collaterali, detti inibitori della ciclossigenasi 2 (Cox-2), "Più gravi i disturbi che, nonostante le cure, non spariscono prima dell'allenamento successivo: allora ci vuole un periodo di riposo che va da un minimo di una-due settimane per le tendiniti più leggere fino ai quattro - sei mesi per quelle più gravi, combinato alla fisioterapia" riprende Confalonieri. "Quest'ultima comprende l'uso di ultrasuoni, laser, ionoforesi, onde magnetiche o radar, tecniche che alleviano il dolore producendo calore, oppure veicolando in profondità nei tessuti farmaci, di solito antinfiammatori, applicati localmente". Se col riposo e la fisioterapia non si ottengono miglioramenti, il gradino successivo sono le infiltrazioni di cortisone, la cui efficacia è stata confermata di recente da uno studio britannico pubblicato sul British Medical Journal. La ricerca ha dimostrato che l'infiltrazione locale di un cortisonico, risolve o allevia il dolore in nove casi su dieci, contro la metà dei successi ottenuti somministrando antinfiammatori non steroidei. "Il cortisone è particolarmente efficace nelle entesopatie, le infiammazioni dei tendini corti che si inseriscono sull'osso" puntualizza Confalonieri. "Non va mai prescritto, invece, nelle tendiniti dei tendini lunghi, come quello d'Achille: in questi casi si rischia la degenerazione e addirittura la rottura del tendine". E se anche questa cura fallisce? Non resta che l'intervento chirurgico, da riservare a casi particolari. Le tecniche di intervento sono diverse e vanno dallo splitting, che consiste nel fare piccoli tagli longitudinali nel tendini lunghi innescando un processo riparativo che spegne l'infiammazione, alla scarificazione con asportazione del tessuto malato, all'inserimento di fibre di carbonio nei fasci fibrosi sfilacciati e indeboliti dal processo infiammatorio.   
| Le onde d'urto
Fra le terapie fisiche per curare i tendini infiammati ci sono le onde d'urto, note anche come ESWT, sigla per Extracorporeal Shock Wave Terapy. "Si tratta di impulsi pressori che durano frazioni di secondo e generano una forza meccanica diretta" precisa Confalonieri. "Sui tessuti hanno effetti diversi a seconda della potenza, che vanno dalla rigenerazione dei vasi sanguigni, alla stimolazione della produzione di osso nuovo, alla frammentazione delle calcificazioni tendinee". L'energia acustica parte da un elettrodo che produce scariche elettriche in una camera d'acqua circondata da una membrana in gomma detta testa di terapia. La membrana, posta a contatto con la cute, trasmette le onde fino a dieci centimetri di profondità. Le onde d'urto hanno debuttato in campo ortopedico poco meno di dieci anni fa. "Poco indicato nelle forme senza calcificazioni, il litotritore è molto utile nelle tendiniti calcifiche sia inserzionali sia dei tendini lunghi" continua l'ortopedico milanese. "In tre-sei sedute la tecnica elimina o migliora i sintomi, permettendo di rimandare o evitare l'intervento chirurgico. La guarigione è completa in un terzo dei casi e parziale in un altro 30 per cento dei pazienti. Il trattamento, è controindicato nelle gestanti, nei portatori di peace-maker e nei pazienti in terapia anticoagulante". Dopo aver fatto sedere o stendere il paziente, sulla parte da trattare viene appoggiata la testa di terapia. Il numero dei trattamenti dipende dalla gravità della tendinite e dalla risposta del soggetto. Una seduta consiste di solito in un totale di 1.500-2.000 colpi (a una frequenza di 100-200 colpi al minuto per una decina di minuti), e al termine il paziente può riprendere la normale attività. "In genere sono sufficienti tre sedute a intervalli di una o due settimane, combinate o meno con alcuni cicli di fisioterapia per accelerare la guarigione e consolidare i benefici ottenuti. In molti casi, tuttavia, basta anche una singola seduta terapeutica" dice lo specialista degli Istituti clinici. E gli effetti collaterali? "Nella maggior parte dei casi, le sedute sono del tutto indolori" dice Confalonieri. "Solo in alcune situazioni, per esempio nella cura delle pseudoartrosi, fratture guarite in modo errato, le onde d'urto ad alta intensità devono rompere di nuovo l'osso e questo provoca un dolore che può rendere necessaria una leggera sedazione o un'anestesia locale". Altri effetti spiacevoli sono rari: i più frequenti sono modeste irritazioni locali, piccoli ematomi o un aumento del dolore nelle 24 ore successive al trattamento. Come ridurre i rischi:
- Evitare l'eccessivo allenamento
- Non cambiare spesso terreno
- Usare calzature non usurate, eventualmente combinate a plantari e bendaggi
- Scendere in campo solo se il tono muscolare è buono.
- Prima dell'attività sportiva eseguire esercizi di riscaldamento e stretching.
- Alla fine di gare o allenamenti eseguire esercizi di raffreddamento e allungamento muscolare
- Al minimo segno di dolore diradare gli allenamenti ed eseguire un'ecografia.  

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