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  | Nils: nato per vincere, con classe e sempre in punta di piedi
| Autore: Enzo Bucchioni | Fonte: Mister X

| Lo chiamavano conte poi, chissà perché, diventò il Barone. «E’ l’unica retrocessione della mia vita» spiegava con quel suo fare aristocratico, ironico e qualche volta snob. Del resto retrocedere era quanto di più innaturale potesse succedergli. Uno come lui era nato per vincere, per essere il migliore, per incantare, ma sempre in punta di piedi, con classe, quasi con distacco. Come fosse una cosa del tutto normale. Lo ha fatto per settant’anni, prima come giocatore, poi come allenatore e in ultimo (ma non ultimo) come uomo.
Nils Liedholm era uno dei Grandi, di quelli che prendevano il pallone a pedate più per passione che per i soldi. Grande in campo, ma anche fuori.
E pensare che dove era nato lui, vicino al Circolo Polare, il calcio era qualcosa di molto simile a una scommessa. Nils, lo svedese, l’ha vinta. All’inizio per necessità, poi per gioco, alla fine contro tutto e tutti. A cominciare dal padre che lo voleva avvocato fiscalista.
Nils era nato l’otto ottobre del 1922. A dieci anni, rosso di capelli e con le efelidi in viso, aveva un fisico alla Pippo, lungo-lungo e secco-secco. Per sistemare quel perticone, il medico del paese (Waldemarkvik, tremila abitanti in cima a un fiordo) consigliò un’overdose di sport. E così sci di fondo, pesi, ginnastica e bandy, una specie di hockey su ghiaccio, diventarono la dose quotidiana alla quale il giovane Liedholm aggiunse un pallone di cuoio. Palleggiava e tirava delle fiondate in una porta di legno senza rete e senza portiere. «Correvo sugli aghi di pino, nei boschi, per irrobustire i polpacci e calciare più forte» raccontava lui. In quegli anni oltre ai muscoli irrobustì anche il carattere. A diciassette anni sembrava fatto di bronzo e si sentiva talmente forte da allenarsi col sole, con la pioggia e con la neve. «Una volta, con una gamba rotta, feci venti chilometri sugli sci da fondo» si vantava. Vero? Falso? Inutile domandarserlo. Questo, come tanti altri aneddoti, iperboli e paradossi, sono la leggenda di Liedholm che viaggia di pari passo con la sua storia.
E la storia riprende da quella passione per il pallone che lo porta, prima, a giocare con la squadra amatoriale dei ferrovieri del suo paese e poi, a ventuno anni, con la maggiore età, a «emigrare» contro la volontà della famiglia. «Durante il militare avevo promesso a un amico che sarei andato nello Sleipner in serie B». E così ha fatto. In caserma, evidentemente, si erano accorti di quanto fosse bravo quel ragazzone. Poco importa se ventuno anni erano tanti per cominciare con il calcio, Liedholm ha recuperato il tempo perso a fine carriera: ha giocato nel Milan fino a 39 anni.
Nella B svedese con i dilettanti dello Sleipner è rimasto tre anni. Poi l’ha notato il Norrkoeping, come dire un sogno che diventa realtà. Nils era tifoso di quella squadra e da sempre sperava di poter vestire la maglia della più forte società svedese. Nel Norrkoeping la sua carriera sembrava già al massimo e invece doveva ancora cominciare. Nel 1948, a 26 anni, quando partecipò alle Olimpiadi e vinse l’oro con la Svezia, il mondo si accorse di quel gigante dal passo elegante e infaticabile. In mezzo al campo sapeva fare tutto. Contro la Corea giocò una partita straordinaria. Questo il suo commento: «Dovevo tenere lontani i coreani, il loro respiro puzza di aglio e io non lo sopporto». Noblesse oblige. Correva tanto Nils, più o meno come la sua fama. Dalla Svezia al Milan arrivò in treno nell’agosto del 1949. Alla stazione centrale ad aspettarlo c’erano quattromila tifosi e i dirigenti rossoneri per non bloccare il traffico ferroviario lo fecero scendere a Lambrate. Con il Milan ha giocato fino al 1961, tredici anni filati che fanno quattro scudetti, 359 partite e otto gol. E con il Barone, anche altri due svedesi: il Pompiere, Gunnar Nordahl e il Professore Gunnar Gren. Tutti assieme fecero «Gre-No-Li», il trio più famoso della storia del calcio.
«In un campionato abbiamo segnato 118 gol in 38 partite. Gli altri per difendersi furono costretti a inventare il libero» raccontava Liedholm col sorriso sornione. I tifosi lo chiamavano Leonardo da Vinci e in campo un genio lo era davvero. Sapeva sempre dove andava la palla, non aveva bisogno di fare falli. Non è mai stato ammonito e anche questo è un grande record. Era difficile che sbagliasse un passaggio. «Quando, dopo tre anni, finalmente persi una palla, a San Siro si alzarono in piedi per applaudire». E questa pare sia verità. In mezzo a tanto Milan, una finale dei mondiali giocata a 36 anni, nel 1958 contro il Brasile. Purtroppo persa. Liedholm segnò un gol indimenticabile. Smise a 39 anni. «Potevo giocare ancora dieci anni, ma non volevo perdere il corso allenatori. Dopo i 40 non mi avrebbero più accettato».
Ha fatto bene perché è diventato un grande allenatore, cosa rara per i grandi giocatori. Dalle giovanili del Milan alla Roma-tris a 74 anni nel 1997, ha allenato trent’anni. In più cicli il Milan, la Roma e il Verona. E poi la Fiorentina, il Monza e il Varese. I suoi successi e la sua fama sono legati soprattutto agli anni romani e milanesi. Lo scudetto della stella con il Milan nel 1979 il suo capolavoro: quella squadra era modesta, Rivera al capolinea. Il ciclo della Roma è stato straordinario: scudetto nel 1983, finale di coppa campioni l’anno dopo. Ha scoperto e lanciato gente come Prati, Antognoni, Bettega, Lodetti, Paolo Maldini, Bruno Conti, Franco Baresi, Giannini, Ancelotti e Peruzzi. Ma la lista è molto più lunga. Ha fatto diventare grandissimo Falcao, anche se un giorno di lui disse: «Se non gioca c’è Valigi, per me è il nuovo Falcao». Ha insegnato la zona e il famoso «titic-titoc» che oggi chiamano possesso palla.
Ha vinto due volte il «Seminatore d’oro», ma non è mai stato alla Juve. Lo spiegava così: «Io e lei insieme avremmo ucciso il campionato, una responsabilità troppo grossa». Ha fatto tutto senza stress, senza isteria, senza alzare la voce, senza esaltarsi e senza deprimersi. Un giorno la Roma comprò lo sconosciuto portiere Quintini, Liedholm non battè ciglio: «E’ basso, ma lui deve esserci abituato». Questo era il suo modo di vedere il calcio, il calcio dei nervi distesi. Per lui era sempre quel gioco che ha imparato ad amare inseguendo un pallone sotto la neve. Un gioco che,
nel frattempo, lo aveva fatto diventare ricchissimo. Ma non lo dava a vedere: un Barone non ostenta.
Era riuscito a toccare con mano anche il fenomeno Berlusconi: è stato il primo allenatore del Cavaliere. Però capì in fretta che «vincere a tutti i costi» non era cosa per lui. Consigliò Capello. Berlusconi prese Sacchi, salvo poi ripensarci qualche anno dopo. Liedholm, invece, non ha mai ripensato alla sua vocazione di contadino. Da trent’anni viveva nel Monferrato, in una splendida tenuta. Ma senza appartarsi. Non molto tempo fa fu ricevuto da papa Wojtyla. All’uscita Nils raccontò: «Mi ha ringraziato per lo scudetto vinto a Roma. Ha fatto felici tante famiglie». Liedholm era questo. E anche di più: tutto e il contrario di tutto. Nel Monferrato è riuscito a produrre anche ottimi vini, venduti nel mondo. Di recente in Svezia era stato testimonial per una campagna pubblicitaria antialcolica. La sua faccia convincente, di vecchio saggio, dai muri di tutte le città invitava a non bere. Imbarazzo?
Macchè! «Loro lassù hanno il vino australiano che fa male. Il mio è più sano» .
Ci mancherà come giocatore, come allenatore e come uomo. La sua intelligenza, il suo humour, la sua ironia e la sua serenità non si trovano più. Con lui i baroni sono finiti, nel calcio di nobile è rimasto ben poco.

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