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  Vincitore del Concorso Nazionale per il Racconto Sportivo: "La calottina d'oro" di Valentina Vitale  
  Fonte: CONI  
  "La Calottina d'oro" di Valentina Vitale  
  Tutti in fila a bordo vasca per il solito controllo: unghie, costume, braccialetti, crema.
Testa alta e braccia avanti, il primo esame lo passo senza problemi, tanto le unghie me le mangio da un po’; infatti mi sembra che l’arbitro mi guardi di traverso come fa papà la sera quando mi osserva all’ora di cena e so che si trattiene a stento dal dirmi sempre la stessa cosa. Costume e sopracostume me li sono ricordati all’ultimo momento, un costume ben stretto mi sembra già abbastanza per il mio corpo esile di bambino. Bracciali e anelli un ragazzo come me non se li mette mica, per non parlare della crema, non sopporto la mano di mamma quando mi attraversa la schiena per ricoprirmi di uno strato viscido di qualcosa che mi proteggerà dal sole, figuriamoci se mi faccio ungere di olio proprio oggi, quando vorrei piuttosto riempire il palmo delle mie mani in crescita di colla a presa istantanea.

Oggi vorrei avere le mani di colla ed essere figlio di una sirena, perché m’hanno detto che i figli delle sirene hanno i piedi palmati e nuotano come pesci; invece sono figlio di mia mamma e di mio papà che mi stanno guardando ora dall’alto delle scomode bianche gradinate, ho la testa bionda e i piedi pieni di dita, le orecchie grandi ben salde ai lati degli occhi attenti a non farsi sorpassare da qualche pallone nemico.
Le mie braccia sono così lunghe e agili che la prima volta che m’ hanno visto uscire dalla piscina gelida in cui ci alleniamo le sere umide d’inverno mi hanno infilato in testa una calottina rossa con il numero uno e mi hanno detto che il mio posto per tutto l’anno sarebbe stato quello, sempre quello e solo quello, dentro ai pali di una piccola e incerta porta mobile appoggiata sull’acqua intorno a me, come un rifugio precario di cui non avevo proprio bisogno, come un riquadro fluttuante messo lì per
incorniciarmi gli occhi che sono azzurri come l’acqua di cloro in cui mi sto immergendo ora.

E’arrivata la nostra prima finale.
Una finale vera, anche se il maestro Giacomo ci dice che ogni partita è una specie di finale, ma noi non siamo tanto d’accordo; siamo piccoli sì, ma sappiamo distinguere le emozioni, conosciamo la differenza tra una vittoria d’oro e una sconfitta d’argento, anche se poi le medaglie che ci mettono al collo all’età nostra sono sempre tutte uguali.
E’ il momento di entrare in vasca, il portiere gioca sempre lo so, non devo temere come gli altri, non devo guardare impaziente Giacomo e chiedergli perché non posso entrare in campo dall’inizio e dall’inizio puntare il bambino che sarà la mia vittima o forse il mio carnefice, perché siamo proprio piccoli noi rispetto a questi giganti bambini venuti dal nord, non devo esultare asciutto e nervoso quando i miei compagni bagnati e sudati segnano, seduto su quella panchina corta e scivolosa su cui vedo spesso un po’ crucciato mio cugino Billo; mio cugino che sempre in ritardo dopo tanto aspettare si allaccia la calotta stretta sotto al mento e non è mai pronto quando Giacomo urla il suo nome e si tuffa nell’acqua ancora un po’ intontito, come un pesce appena pescato rigettato immediatamente in mare che può di nuovo felice respirare la sua aria liquida con le piccole branchie laterali.
La palla arancione è in acqua, immobile al centro del mondo aspetta quel bambino che per primo si impossesserà di lei.
Il tempo inesorabile comincia a scorrere davanti a me, guardo il tabellone luminoso e so che tra poco non saranno più sette, ma otto, dieci e poi cento, i minuti si moltiplicheranno in un numero infinito di secondi che nemmeno il fischio dell’arbitro mi sembrerà poter interrompere.
Indugio un istante solo, prima di riposare lo sguardo sull’orizzonte confuso e increspato dalle bracciate forti e sicure di quegli otto bambini-pesce.

So che non mi posso distrarre, non devo perdere di vista le teste blu dei quattro bambini avversari, di cui in un attimo devo imparare a riconoscere i movimenti a volte disordinati, la posizione che non sempre è la stessa e la potenza del tiro che vedo poco incerto già dirigersi verso me.
Non devo domandarmi perché all’età di undici anni a pallanuoto possiamo giocare maschi e femmine insieme, io una bambina non la voglio né in squadra né contro di me; non riesco a passare la palla a una femmina, la voglio tirare ai miei amici o a mio cugino e ogni volta che mi segnano quelle bimbe senz’anima è come se di reti me ne avessero fatte non una ma almeno due.
Scaccio via questi pensieri che sono sbagliati ma che ci posso fare se ce l’ho, intanto uno a zero per loro, due a zero per loro, due a uno, tre a uno, fine primo tempo, la palla al giudice bianco che cammina accanto a noi e dal bordo vasca ci spiega quello che a volte non capiamo.
Cambio vasca, cambio orizzonte, cambio panchina, Giacomo però è sempre lo stesso; schemi sbagliati, rimesse troppo corte, occasioni trovate e poi perdute, Martino fuori perché non ha passato la palla prima di tirare.
C’è Billo in acqua però, che bello; mi si allenta la tensione quando vedo la cuffia bianca con il numero sei sopra alla marea di lentiggini marroni appiccicate sul naso di mio cugino, il centroboa più piccolo che si sia mai visto nelle piscine del centro Italia.
Ma tanto nessuno si accorge di quanto è piccolo quando nuota avanti e indietro senza sosta sull’acqua, nessuno sa che ha faticato molto più di noi per imparare a prendere la posizione
giusta come sta facendo ora in un attimo, nessuno sa che lui non fatica affatto per capire prima degli altri su quale lato sta viaggiando la palla, lui lo sa perché gliela rilancio io, abbiamo provato e riprovato lo schema mille volte anche fuori dall’acqua, ci capiamo al volo noi, come il quarterback con il suo ricevitore preferito.

Ora sono tutti immersi, ipnotizzati dai suoi movimenti naturali in cui non c’è sospensione, non c’è pausa nel momento magico in cui prende la palla, non c’è tregua, non c’è spazio per l'intervento scomposto del bimbo difensore prima dell’implacabile tiro.
Tre a due, tre pari.
Due minuti alla fine. Ludovico no, il fallo da rigore qui davanti a me proprio ora per favore no.
So che sono un privilegiato, so che per me hanno inventato regole speciali che non valgono per i miei compagni. Ma a che mi serve ora poter toccare il fondo della vasca, tanto non tocco comunque, non ci arrivo a sentire il pavimento rassicurante posato sotto di me. A cosa mi servono i privilegi da numero uno se ora a tirare è proprio quella bambina lì, che ha un braccialetto al polso che luccica come il plancton nelle notti di luna piena, le unghie mal tagliate su cui mi sembra aver intravisto un po’ di smalto, ma l’arbitro non se n’è accorto, forse è rimasto anche lui incantato dai suoi occhi, che sono neri come l’inchiostro con cui vorrei scriverle una lettera stasera, e ha guardato altrove.
Non devo pensare a quegli occhi vivi che mi stanno fissando ora, mi stanno scrutando solo per capire come infilare il pallone dietro alle mie spalle strette senza che io abbia il tempo di tirarmi su perché sto guardando lei; devo pensare che lei sì forse che è una sirena bambina, bellissima e crudele.

Ma io non mi lascio ingannare da quello sguardo di carbone, non dimentico in un battito di ciglia che per arrivare fino a qui ho dovuto lottare contro il senso di smarrimento che qualche volta ho sentito galleggiare accanto a me durante i duri allenamenti in solitario, contro il desiderio forte di varcare la linea ostile di metà campo per segnare e poi nuotare a testa alta verso il compagno più vicino a me e aspettare la sua mano sbattere contro la mia. Non dimentico che ho dovuto percorrere centinaia, forse migliaia di metri liquidi seduto su un’immaginaria bicicletta senza manubrio, con le braccia fuori, poi giù in acqua, poi ancora alzate e poi di lato a destra e di nuovo a sinistra e poi immobile con gli addominali di bambino stremati per una fatica più grande di me.
Ripasso tutto ora, anche il salto laterale che si chiama volo del colombo ma io lo chiamo il volo di Buffon e mi ripeto in testa quello che mi urla Giacomo in continuazione, come un martello nell’orecchio anche se io lo so già, questa è la regola Francesco, è l’unico grande unico vero e imperscrutabile segreto dei portieri grandi e piccoli, non chiudere gli occhi Francesco, mai.
Si allontanano tutti da me, mi lasciano solo con lei; Billo prende posizione accanto a lei, a debita distanza aspetta. Aspetta che la palla non traversi la linea di porta tra i pali, che io senza esitazione la catturi e la rimetta a lui mentre tutti lo inseguono increduli, aspetta di passarla a Ludovico che lo accompagna alla sua destra verso la porta che sembra improvvisamente enorme, aspetta di vederlo tirare, esultare e correre da lui.
Le medaglie è vero saranno pure tutte uguali, ma il nostro sorriso è d’oro, di quell’oro splendente che ho sognato stanotte riflesso negli occhi fieri dei miei compagni affaticati.

Sognare e segnare, forse c’è una ragione se queste due parole sorelle sono quasi gemelle, se basta cambiare una lettera perché si confondano insieme nei pensieri liquidi di chi le sta appena toccando. 
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