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La preparazione
psicologica del calciatore |
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Autore
| Aldo Ammazzalorso
Fonte
| Notiziario Settore Tecnico |
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Tesi di fine studio
del Corso Master 2001/2002 per l’abilitazione ad Allenatore
Professionista di 1ª Categoria. |
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Premessa |
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Motivazione,
visualizzazione, feedback, sono termini che fino a qualche anno fa
non erano utilizzati dai tecnici di calcio, ma che nel corso degli
ultimi anni sono diventati parte integrante del bagaglio tecnico di
ogni allenatore di calcio. In questa tesi cercheremo di spiegare
come, quando e perché l’allenatore dovrà inserire nel proprio
programma di allenamento non solo esercizi tecnici, atletici e
tattici, ma anche l’allenamento mentale, per riuscire a tirare fuori
dai propri atleti tutto il loro potenziale. Prenderemo in esame le
più conosciute tecniche di rilassamento, e le modalità migliori per
motivare i propri giocatori. Cercheremo anche di spiegare come far
fronte ai sempre più numerosi fattori di stress, per far sì che i
nostri atleti possano vivere la loro vita sportiva, non
considerandola alla stregua di un lavoro, ma per quello che
realmente è: un gioco. |
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Le motivazioni |
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Non esistono persone
pigre, non motivate, esistono solo persone che hanno obiettivi
deboli che non suscitano emozioni forti. La motivazione è senz’altro
uno degli elementi più importanti quando si va a preparare un piano
di allenamento, per qualunque livello di prestazione. Ma cosa
significa realmente motivazione? Addentrandoci nel fenomeno legato
alla motivazione ci troviamo in uno spazio molto complesso, spesso è
difficile capirne l’incidenza sul comportamento di un individuo. Una
forte motivazione è strettamente correlata ad una forte monoidea,
che si traduce in una grande volontà nella ricerca del
raggiungimento di un obiettivo che possa appagare dei nostri
bisogni. Vari autori hanno espresso alcune ipotesi. Secondo Salvini
per motivazione si indica in psicologia “l’agentefisiologico,
emotivo e cognitivo che organizza il comportamento individuale verso
uno scopo.” Per Bertolini la motivazione è “ciò che sollecita
l’individuo ad assumere ogni suo atteggiamento ed a mettere in atto
ogni suo comportamento.” Secondo Singer la motivazione “influisce su
ciò che facciamo, (quando vi è la possibilità di scelta) su quanto
tempo ci mettiamo e su come lo facciamo.” Thomas riporta le
motivazioni a quattro desideri fondamentali:
1. Il desiderio di sicurezza
2. Il desiderio di ottenere il riconoscimento delle proprie qualità
3. Il desideri di ricevere risposte adeguate da parte dei propri
simili
4. Il desiderio di nuove esperienze
La gerarchia dei bisogni di Maslow riporta le motivazioni a bisogni
fondamentali distinguendoli in:
- AUTOREALIZZAZIONE (qualità spirituali, giustizia, bontà, bellezza)
- BISOGNI DI BASE:
• bisogni fisiologici (cibo, acqua)
• bisogni di sicurezza (protezione, mancanza di pericolo)
• bisogni di amore e di appartenenza(accettazione, essere
apprezzati, affiliazione)
• bisogni di stima (autoapprezzamento, successo )
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L’automotivazione |
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In allenamento parecchi atleti fanno
buoni risultati. Ma quando sono in gara accade che questi registrino
un brusco calo di rendimento e non riescano a dare il meglio di sé
incolpano la dieta, o il metodo di preparazione, o l’eccesso di
caldo o di freddo, oppure dicono “mi ha messo in ginocchio la solita
crisi“. Spesso, invece, non si tratta di niente di tutto questo,
bensì del fatto che questi atleti hanno lavorato con regolarità ed
impegno sul piano fisico, ma hanno del tutto trascurato di
addestrare la mente a vincere, sottovalutando il ruolo fondamentale
della psiche. Da qualche tempo, invece, è ormai chiaro che nello
sport ogni traguardo, qualunque vittoria è frutto di due fattori:
energia fisica e potenza mentale. Come dire: accanto al training
muscolare occorre esercitare anche la mente al successo. Da dove
cominciare? Una strada vincente può essere quella dell’
automotivazione: un distillato di pensiero orientale e occidentale
che, aumentando la fiducia e la stima in sé stesi, rimuove blocchi
psicologici e cicatrici mentali, spesso le autentiche cause di tante
prestazioni di modesto livello. L’automotivazione serve a tutti,
però uno dei settori dove l’automotivazione sta fornendo ottimi
risultati è proprio quello dello sport e del calcio in particolare:
quando abbiamo una partita da disputare, sia essa la finale dei
campionati del mondo o un incontro di terza categoria non bisogna
avere la sola preoccupazione di allenare per ore ed ore solo il
fisico. Se si ha davvero il desiderio di raggiungere importanti
traguardi, è necessario non trascurare lo sviluppo della psiche,
esercizio questo attraverso cui si possono scoprire insospettate
energie per credere nelle proprie capacità. Le mete ambiziose
richiedono una crescita dentro, non solo nelle masse muscolari o
nell’efficienza respiratoria. Quando le risorse interiori si
mescolano magicamente agli stimoli esterni, l’atleta ingrana una
marcia in più e gli diventa più facile raggiungere nuovi record
personali, obiettivi fino ad allora ritenuti impossibili.
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Prima regola: pensate positivo |
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Ma in cosa consiste, in pratica, l’automotivazione?
Il metodo è un mosaico di esercizi e tecniche basato sulla
visualizzazione, in altre parole, sul potere delle immagini mentali
evocate dall’ inconscio, in grado di mettere in luce le forze
psicologiche nascoste e, per questa via, restituire entusiasmo e
fiducia, rimuovere le influenze negative, tirare fuori il meglio da
ciascuno. Lo sforzo più grande consiste nel far pratica ed
esperienza di nuovi modi di pensare, grazie ai quali è possibile
cambiare in positivo l’immagine del proprio io. Per prima cosa
bisogna imparare a neutralizzare i pensieri negativi. Un pensiero
negativo è come una fattura di magia nera: fa perdere forza,
energia, vitalità. Un calciatore che scende in campo con in testa il
dubbio di non avere i numeri per vincere, ha già perso in partenza.
Per vincere la partita è necessario provare a pensare in positivo:
ossia, vedersi vincitori. Poiché ci vuole un chiaro disegno mentale
della partita prima di poterla vivere con successo, il trucco
consiste nell’esercitarsi a rivederla più e più volte con
l’immaginazione. A ricrearla nei più minuti dettagli in quel
laboratorio che è la mente, fino a conoscere perfettamente come
comportarsi quando si sarà impegnati sul campo. Il nostro atleta
nella settimana precedente la gara dovrà provare per dieci minuti al
giorno a ripetere mentalmente la azioni che dovrà svolgere sul
campo. Si “vedrà “ nella sua posizione in campo, “sentirà“ il
contatto con la palla nel momento di calciare, “avvertirà “ il
momento di scattare. Perché funziona? Il fatto è che cervello,
sistema nervoso e massa muscolare funzionano come un servo
meccanismo cioè nella stessa maniera di una macchina automatica
volta ad un fine. Date al cervello uno scopo ed il resto verrà da
sé. Quando la mente “vede” con chiarezza ciò che si vuole fare,
comincerà a funzionare eseguendo il lavoro molto meglio di quanto
non ci sia modo di ottenere per mezzo dei soli mezzi fisici. Il
fatto che l’automotivazione sia un metodo che funziona, non è pura
teoria. Un esperimento, ad esempio, è stato condotto allo scopo di
verificare l’efficacia dell’esercizio mentale nel raggiungere una
maggiore abilità nella pallacanestro senza effettuare tiri reali.
Per un mese, tre squadre di basket furono guidate in modo diverso.
Una continuò ad allenarsi come sempre; la seconda smise del tutto il
training, mentre la terza sostituì l’allenamento sul campo con il
training mentale, immaginando di tirare a canestro e di correggere
la mira secondo gli errori commessi. Alla fine del mese, le
performance sportive della prima squadra non avevano subito
flessioni, mentre la seconda aveva conseguito risultati assai più
modesti rispetto a quando si allenava di solito. Un’azione pensata è
come se fosse realizzata. Il cervello non riesce a stabilire la
differenza tra un’esperienza reale e una immaginata con grande
intensità e nei minimi particolari. Ad ogni modo non devono esserci
malintesi: la visualizzazione non sostituisce l’allenamento. È
un’utile integrazione nei giorni precedenti la gara e un sostituto
temporaneo dell’allenamento nel caso di malattia, infortunio o
lunghi trasferimenti. Ma l’automotivazione ha bisogno di altro
ancora. Così sempre attraverso la visualizzazione, ossia le immagini
mentali, prevede esercizi di rilassamento e di respirazione. Questi
ultimi servono a caricare di energia i muscoli più impegnati nello
sforzo durante la gara, mentre il relax fisico aiuta ad “incassare”
con più disinvoltura i colpi emotivi. Parecchi atleti pensano che
rilassarsi sia negativo perché temono di non avere più la grinta
necessaria per affrontare la gara. È sbagliato: un animale, prima
dell’attacco è rilassato, un atleta teso e nervoso pompa adrenalina
in ogni direzione con grande dispendio di energie. Al contrario, chi
è rilassato e disteso pompa adrenalina dove serve, e riesce a
concentrare l’energia solo nei muscoli sotto pressione.
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La gestione
dell'energia fisica e mentale |
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Una delle questioni più rilevanti in
psicologia dello sport è la gestione dell’ arousal dell’atleta. Con
il termine arousal è indicata in psicofisiologia l’intensità
dell’attivazione fisiologica e comportamentale dell’ organismo:
quando l’organismo deve effettuare una prestazione deve attivarsi,
cioè mettere in moto una serie di processi caratteristici dello
stato di arousal, essi sono:
1. aumento della vigilanza e dell’attenzione (attivazione del
sistema nervoso centrale)
2. i muscoli si preparano allo sforzo (attivazione del sistema
muscolo – scheletrico)
3. cuore e polmoni si attivano per sopportare lo sforzo (sistema
vegetativo –simpatico)
L’energia psichica è l’attivazione della mente e sta alla base della
motivazione; quando è associata ad emozioni come eccitazione e
felicità è positiva, quando è associata ad emozioni come ansia e
rabbia è negativa. Lo stato di stress si verifica quando gli atleti
intuiscono che c’è uno squilibrio tra quello che è chiesto loro di
fare (sfida) e quello che invece essi sentono di essere capaci di
fare(livello di abilità). Anche l’allenatore è sottoposto a stress
ed essere iper o ipo - attivato come i suoi atleti; si renderà
quindi necessario adottare delle strategie per abbassare o
incrementare anche il livello di attivazione del coach per
permettergli una direzione accurata ed equilibrata durante la gara.
Lo stato di flow è il livello ottimale dell’energia psichica
associato ad un adeguato livello di stress (il cosidetto eustress o
stress positivo); il flow è caratterizzato da un arousal
(attivazione) funzionale al raggiungimento dell’obiettivo sportivo.
Nello stato di flow l’attenzione è orientata sul compito, l’atleta
non è disturbato dai propri pensieri poiché è completamente
assorbito dalla sua attività, e, infine, l’atleta sente di
controllare le proprie azioni. Nel calcio, sport in cui le
circostanze evolvono in maniera imprevedibile, vi è l’esigenza di
variare il grado di arousal conformemente ai mutamenti situazionali.
Un BASSO LIVELLO di AROUSAL è
necessario: prima di praticare una tecnica di visualizzazione (il
giorno prima della partita e nello spogliatoio mezz’ora prima del
fischio dell’arbitro);
quando risulta fondamentale un’ampia analisi percettiva per decidere
e reagire in modo rapido (quando si osservano gli spostamenti degli
avversari, vale a dire nella maggior parte del tempo dei novanta
minuti); quando si deve eseguire un gesto tecnico accurato (ad
esempio prima di un calcio piazzato o durante la messa a punto di
una strategia di gara).
Un MODERATO LIVELLO di AROUSAL
è necessario: quando il calciatore si prepara ad un calcio di rigore
(compito di elevato impegno, alto dispendio energetico,
coordinazione fine dei movimenti e straregie complesse di percezione
e decisione, uno stato di eccitazione eccessivo comprometterebbe la
performance); nella durata del tempo della partita le migliori
prestazioni si hanno con un moderato livello di ansia.
Un ALTO LIVELLO di AROUSAL: può anche essere tollerato nelle
attività più semplici e di minore precisione motoria (come nel
passaggio da una meta campo ad un’altra durante un’azione di
contropiede avversario); può essere trasformato a proprio vantaggio
da percezioni negative di ansia e rabbia ad eccitazione positiva e
piacevole.
I segnali tipici di una IPER - ATTIVAZIONE sono:
- ansietà
- tensione e rigidità muscolare
- aumento della frequenza cardiaca, respiro irregolare, innalzamento
della pressione arteriosa
- affaticamento precoce
- scarso controllo delle proprie reazioni emotive (scatti di rabbia)
- difficoltà di concentrazione e di attenzione
- attenzione spostata sui fattori distraenti esterni (ambiente) o
interni (idee negative)
In questi casi è possibile ricorrere ad alcune strategie per
abbassare il proprio livello di attivazione:
- effettuare esercizi per mantenere bassa la frequenza respiratoria
(respirazione profonda e regolare)
- esercizi di rilassamento muscolare (mezz’ora prima della partita o
in campo durante le fasi più impegnative e stressanti)
- esercizi di focalizzazione dell’attenzione
- esercizi di deconcentrazione dei fattori distraenti
- sviluppare un atteggiamento mentale positivo.
I segnali che caratterizzano una IPO-ATTIVAZIONE sono:
- sensazione di mancanza di energia (l’atleta si sente spento,
fiacco)
- scarsa concentrazione (distrazione, attimi di confusione
psicologica, indecisione)
- troppa riduzione della tensione e dell’ansia (mancanza di stimoli)
- disinteresse e demotivazione
- noia e pigrizia
- scarsa valutazione del tempo e incapacità di anticipazione
(l’atleta non si inserisce nell’azione, non scatta, non effettua una
marcatura soddisfacente)
- sensazione psichica di impotenza (è inutile tentare, tanto non ce
la faccio).
E’ possibile in questi casi adottare strategie che aumentano il
proprio livello di attivazione come:
- effettuare esercizi per mantenere alta la frequenza respiratoria
(respirazione rapida e frequente)
- esercizi di mobilizzazione (prima della partita)
- revisione mentale dei propri obiettivi e visualizzazione dello
schieramento degli avversari (prima del fischio di inizio)
- linguaggio interno positivo
- recuperare stati emotivi positivi di esperienze passate con l’uso
di tecniche di visualizzazione. |
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Lo stress fisico e la
sua gestione |
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La natura ha predisposto nell’uomo un
complesso ed efficiente sistema automatico di difesa, capace di
entrare in funzione allorché avverte una minaccia improvvisa. Una
volta percepito il pericolo, il cervello trasmette un segnale all’
ipotalamo, sede delle reazioni emotive ed ormonali. Le ghiandole
surrenali a loro volta così avvisate liberano una trentina di
potenti ormoni (adrenalina,cortisone ecc.) che scuotono, in pochi
secondi, l’intero corpo preparandolo così nel migliore dei modi a
rispondere all’ attacco attraverso: la fuga o la difesa. La stessa
ansia è una delle manifestazioni di questo stato d’emergenza e
pericolo. Molti sono i mutamenti biochimici e i sintomi
neurovegetativi scatenati da questo stato stressante: la
tachicardia, l’ ipertensione, il sudore, il pallore e l’affanno, a
causa della superattività delle ghiandole surrenali. I disordini
psicoemotivi si possono tramutare in sintomi comportamentali, quali
fobie, ipocondria,ossessioni. L’ uomo primitivo reagiva con lo
stress di fronte ad una bestia feroce, oggi l’ uomo moderno reagisce
nel medesimo modo a causa di un probabile licenziamento, oppure per
un divorzio imminente ecc. .Comunque solo l’ iperstress è dannoso
all’ organismo, a dosi moderate è invece una valenza positiva e
favorevole perché potenzia la vis medicatrix naturae. “Un po’ di
stress non fa male anzi provoca nel nostro organismo reazioni
benefiche in determinate circostanze” (prof. G. Ballarini Università
di Parma, ottobre 1985) Essere sotto stress è generalmente inteso
come subire un aggressione oltre misura e quindi trovarsi almeno in
una situazione di disagio. Il termine di stress si è caricato, nel
linguaggio comune, solo ed esclusivamente dei suoi effetti negativi.
Un certo grado di stress è invece un fenomeno positivo, almeno in
determinate condizioni, e può presentare aspetti vantaggiosi. Per
stress si intende qualsiasi evento fisico o psicologico che modifica
l’ equilibrio organico. Lo stress è anche la risposta dell’
individuo a qualsiasi novità, alla quale si deve adattare. Le cause
di stress sono denominate stressor e sono le più varie: nel nostro
campo un cattivo andamento dei risultati, un cattivo rapporto con l’
ambiente (società, allenatore, compagni, tifosi), mancato
ambientamento nella città, eccessive aspettative, e cosi via. Di
fronte ad una amplissima varietà di stressor, l’ organismo risponde
in modo abbastanza uniforme, secondo schemi che sono governati dagli
ormoni ed dal sistema nervoso, e quindi abbastanza ben prestabiliti.
Vi sono ovviamente diversità di razza, di specie e individuali. La
risposta è di solito caratterizzata da una preparazione dell’
organismo, da una specie di carica, che serve ad affrontare l’
emergenza, piccola o grande che sia. Per questo, soprattutto nell’
uomo, un normale stato di stress è favorevole, dato che il nostro
comportamento viene ad avere la sua massima efficacia e porta alle
maggiori soddisfazioni nell’ affrontare problemi e situazioni nuove.
Senza le novità e senza la conseguente carica, gli uomini sarebbero
apatici e senza stimolo a progredire. Hans Selye, il padre delle
ricerche sullo stress ed il primo ad usare questo termine negli anni
trenta,disse che lo stress è il sale della vita. Nelle discipline a
prevalente determinazione tattica, gli atleti devono mettere in atto
più abilità nello stesso istante. Ne possono derivare affaticamento
mentale, causa, se intenso e prolungato, di stress, non dipendente
dalla qualità degli stimoli, bensì dall’ intensità del bisogno di
adattamento che essi attivano. Lo stress si correla con
caratteristiche individuali dell’ atleta: un’elevata ansia di tratto
competitiva, unita a bassa autostima e scarsa motivazione intrinseca
possono avere risvolti negativi. Lo stress troppo intenso e
prolungato provoca burnout, causa di danni psicofisici e
comportamentali. L’interesse dei più recenti studi di psicologia si
è spostato dallo studio della prestazione, della personalità all’
applicazione di tecniche mirate al miglioramento della prestazione
sportiva Nello sport lo stress è dipendente dalla percezione che l’
atleta ha della situazione, della gara, dipende dal modo in cui
l’atleta vive questa situazione. Non sarà dunque la partita a
provocare lo stress, ma la percezione che l’atleta ha della partita.
Dalla percezione della partita possiamo avere differenti reazioni,
la stessa partita può suscitare in alcuni giocatori sensazioni di
stress, in altri di eccitazione. Partendo da questo presupposto,
vedremo:
- cosa può generare una sensazione di stress in un atleta;
- come l’ atleta può far fronte a queste situazioni di disagio.
Sono numerose le situazioni che possono generare stress in un atleta
e possono rendere negativa la loro prestazione. |
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| Fattori di
stress |
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Individuali |
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livello tecnico: implica
differenti gradi di responsabiltà di richieste ambientali
- ruolo: ruolo in campo (attaccante - difensore), giocatore ruolo
(turnover, panchina) ruolo nel gruppo-squadra capitano)
- supporto sociale: da parte della famiglia e dello staff
- evento importante
- scarso utilizzo da parte dell’ allenatore
- eccessiva pressione dei media
- noia troppi tempi morti durante ritiri ecc.
- pubblico ostile e/o invadente
- infortuni.. |
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Di squadra |
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Programmazione di
obiettivi a breve(affrontare una partita alla volta), medio
(aggiudicarsi il girone di andata) e a lungo termine (vincere il
campionato). La prestazione aumenta quando gli obiettivi sono
moderatamente difficili per tre motivi:
1. Rapporto tra abilità ed obiettivo; quando un atleta valuta non
essere sufficientemente capace di raggiungerlo, difficilmente sarà
motivato a impegnarsi in un attività frustante (presentarsi ad una
partita senza alcuni giocatori importanti).
2. Relazione tra difficoltà dell’ obiettivo e la fiducia in se
stesso: la fiducia in sé stesso influenza direttamente la percezione
della difficoltà del compito e la successiva prestazione.
3. Obiettivi troppo facili e poco incentivanti: giocare contro una
squadra nettamente inferiore.
- Avversario: la prestazione dipende dai compagni di squadra dagli
avversari.
- Clima organizzativo della società: comunicazione e organizzazione
tra i membri dello staff e tra questi e la dirigenza.
- Pressioni esterne: da parte degli sponsor, dei mass media, della
società e dei tifosi.
Fattori derivanti dall’allenamento
- logistica: tipo di terreno, luci, materiale.
- condizioni climatiche: pioggia, neve,ecc.
- carichi di lavoro: es. allenamento aerobico e anaerobico.
Fattori derivanti dalla partita:
- partita importante: finale, lotta per la salvezza, qualificazioni,
sono partite in cui è necessario, ottenere un ottimale livello
d’ansia. In queste occasioni difficilmente si riesce a controllare
la paura
- Trasferimenti e trasferte: es. clima, tifosi.
Tali fattori di stress possono dare origine, nell’atleta ad una
serie sintomi psicofisici, a loro volta destinati a causare scarso
rendimento;
I segni dello stress:
- Irritabilità generica, iper eccitazione o depressione
- Secchezza della bocca e della gola
- Comportamento impulsivo, instabilità emotiva
- Incapacità di concentrazione
- Predominio del senso di stanchezza
- Ansietà fluttuante: sensazione di paura senza sapere esattamente
di che
- Insonnia, derivante dalla difficoltà di conciliare il sonno.
- Mancanza o eccesso di appetito
- Riso nervoso o senza motivo
- Arrotondamento dei denti.
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Il Training Autogeno
(TA) |
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Il training autogeno si basa
principalmente sull’ allenamento graduale alla distensione e sulla
deconcentrazione progressiva muscolare. Assai efficace come tecnica
anti stress il TA, fatto regolarmente seriamente, permette di
ridurre la tensione, di risparmiare e recuperare le energie
migliorando cosi’ l’efficienza fisica e mentale.
Descrizione della tecnica.
Condizioni preliminari: ambiente più possibile tranquillo, luce
bassa,temperatura equilibrata, abbigliamento comodo. La metodica del
dott. Schultz è stata divisa da numerosi autori tre fasi:
Fase iniziale
1. disponibilità al rilassamento
2. verifica della pesantezza e del calore
Fase intermedia
1. verifica della regolazione cardiaca
2. verifica della regolazione respiratoria
3. verifica della regolazione viscerale
4. formulazione di fresco alla fronte.
Fase terminale
1. ripresa neuromuscolare
2. ripresa neurosensoriale
Esaminiamo brevemente gli esercizi:
Pesantezza: formula “il mio braccio destro è pesante” estendere la
stessa sensazione anche all’ altro braccio fino ad arrivare alla
formula “il mio corpo è pesante”.
Calore: formula il mio braccio destro è caldo (rip 5-6 volte)
estendere la sensazione via via a tutto il corpo.
Cuore: formula”il mio cuore batte calmo e regolare” (rip. 5-6 volte)
Respiro: formula “il mio respiro è calmo e regolare” (rip. 5-6
volte)
Plesso solare: formula “il mio plesso solare è piacevolmente calmo “
(rip 5-6 volte)
Fronte fresca: formula “la mia fronte è piacevolmente fresca” (rip
.5-6 volte)
In seguito ad un costante allenamento di almeno 2-3 mesi la
realizzazione delle singole fasi del training autogeno avverrà quasi
spontaneamente e basterà ripetersi sinteticamente le varie formule
per arrivare ad uno stato di completo rilassamento. Alcuni mezzi
possono essere utili all’ atleta per fronteggiare situazioni
stressanti; l’atleta deve prepararsi psicologicamente a ciò che lo
aspetta, per poter gestire meglio l’evento stressante;
per prepararsi potrà visualizzare più volte una situazione
stressante, per poterla gestire in maniera più efficace. Rispondere
alle domande dei giornalisti potrà diventare più semplice se si
prepara un comportamento da tenere davanti alla stampa: come per
esempio parlare lentamente o sorridere. Credere in se stessi è
essenziale per poter reagire ad una situazione stressante. Aver
fiducia nelle proprie qualità, essere coscienti di essersi allenati
in maniera ottimale, essere consapevoli delle proprie capacità,
tutto ciò porterà l’ atleta a dare il meglio di sé in una prova. Gli
atleti, specialmente i calciatori, sono notevolmente influenzati da
un continua situazione di stress causata dalla notevole pressione ed
influenza dei mass media e dei tifosi, dalla presenza di continui
conflitti, poiché il numero di giocatori in rosa è molto ampio, e
qualcuno è costretto ad andare anche in tribuna; dal fatto che ogni
partita è un esame. In questa ottica diventano più comprensibili
tutti i tentativi volti a ridurre le tensioni (ritiri, silenzi
stampa) a ridurre lo stress attraverso una riduzione degli stimoli.
Non sempre questi tentativi approdano a buoni risultati; notevole
importanza assume in questo contesto il tipo di conduzione scelto
dall’ allenatore del gruppo: esistono due tipi di conduzione
egualmente positive, la conduzione semplificatrice e quella
responsabilizzante, esaminiamole: nel calcio di oggi ad un
allenatore è richiesta la gestione di una situazione particolarmente
complessa, contraddistinta da notevole stress. Consapevole di queste
difficoltà, quasi sempre l’ allenatore prende, più o meno
consciamente, una decisione: semplificare quanto più possibile la
situazione attraverso una gestione estremamente funzionale e
cercando di eliminare (vedi i ritiri) tutto cio’ che puo’
complicarla. Quanto più un allenatore si trova ad affrontare una
situazione caratterizzata da notevole stress, tanto più produttiva
sembra essere una conduzione tesa a semplificare la situazione, a
ridurre l’ influenza di stimoli stressanti. Questi stimoli
stressanti possono essere di due tipi: esterni ed interni;
condizionamenti esterni possono essere ad esempio quelli causati
dalla stampa e dai loro giudizi sui giocatori, che nella maggior
parte dei casi sono differenti dal giudizio dell’allenatore.
L’allenatore in questo caso non dovrà essere toccato da questi
condizionamenti e dovrà proporsi nei confronti della squadra come
una difesa nei confronti dell’esterno. Per quanto riguarda la
diminuzione delle tensioni interne e il tentativo di evitare
l’insorgere di nuove tensioni, particolarmente utili possono
risultare le proposte responsabilizzanti. Poiché una situazione di
tensione tende a provocare nei giocatori insicurezza è inoltre
importate che l’allenatore non contribuisca, con il proprio
comportamento, ad accentuare il clima di difficoltà. Riuscire a far
sentire tutti i giocatori (titolari e riserve) come parte integrante
della squadra e a far sentire ad ogni giocatore la propria fiducia
in loro, sarà uno degli obiettivi dell’allenatore. Un training di
preparazione mentale, mirato allo sviluppo delle capacità necessarie
per il controllo e l’ottimizzazione della prestazione, può essere
composto dai seguenti elementi:
Screening psicodiagnostico:
mirato alla valutazione delle caratteristiche psicologiche generali
e delle capacità cognitive giocatore. Pensiero positivo e goal
setting:acquisizione della capacità di utilizzare pensieri positivi
e della programmazione di obiettivi a breve, medio, e lungo termine
con lo scopo di incrementare nel calciatore la motivazione
intrinseca al successo. Concentrazione: modulazione dello stile
attentivo al fine dirigere e mantenere l’attenzione sugli elementi
critici del escludendo gli stimoli esterni o interni che possono
fungere distrattori.
Rilassamento: vedi T.A.
Visualizzazione:
rappresentazione immaginativa di situazioni tipiche delle fasi di
gioco. Simulazione mediante immagini mentali.
Self- talk: dialogo interno
mediante parole stimolo, mirate favorire nel giocatore
l’ottimizzazione della modalità di affrontare specifiche situazioni
ed eventuali problemi .l’obiettivo consiste nel focalizzare
l’attenzione su aspetti chiave del compito evocare volontariamente
stati psicologici positivi e produttivi, comportando una percezione
di autocontrollo positiva.
Valutazione: accertamento dei
risultati raggiunti e della validità del programma realizzato.
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Conclusioni |
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INel
corso degli anni il ruolo dell’ allenatore è profondamente mutato e
la gestione di una squadra di calcio è diventata una questione
estremamente complessa ed articolata. Non si tratta, infatti, di
preparare semplicemente gli atleti esclusivamente da un punto di
vista tecnico e tattico, ma di intervenire su fattori motivazionali
e fornire strumenti per aiutarli a fronteggiare le situazioni di
stress che si possono presentare nel corso della loro carriera
agonistica. Non vogliamo con questo trasformare l’allenatore in
psicologo, ma riteniamo necessario unire a una conoscenza tecnica
del calcio una sensibilizzazione alle problematiche presentate in
questo lavoro. Pertanto, come già esposto in precedenza l’allenatore
potrà aiutare l’atleta nelle situazioni di stress, senza per questo
doverle risolvere al posto suo, in modo da formare giocatori che
siano in grado di risolvere situazioni complesse in maniera
indipendente |
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