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Premessa
Motivazione, visualizzazione, feedback, sono termini che fino a
qualche anno fa non erano utilizzati dai tecnici di calcio, ma che
nel corso degli ultimi anni sono diventati parte integrante del
bagaglio tecnico di ogni allenatore di calcio. In questa tesi
cercheremo di spiegare come, quando e perché l’allenatore dovrà
inserire nel proprio programma di allenamento non solo esercizi
tecnici, atletici e tattici, ma anche l’allenamento mentale, per
riuscire a tirare fuori dai propri atleti tutto il loro potenziale.
Prenderemo in esame le più conosciute tecniche di rilassamento, e le
modalità migliori per motivare i propri giocatori. Cercheremo anche
di spiegare come far fronte ai sempre più numerosi fattori di
stress, per far sì che i nostri atleti possano vivere la loro vita
sportiva, non considerandola alla stregua di un lavoro, ma per
quello che realmente è: un gioco.
Le motivazioni
Non esistono persone pigre, non motivate, esistono solo persone che
hanno obiettivi deboli che non suscitano emozioni forti. La
motivazione è senz’altro uno degli elementi più importanti quando si
va a preparare un piano di allenamento, per qualunque livello di
prestazione. Ma cosa significa realmente motivazione? Addentrandoci
nel fenomeno legato alla motivazione ci troviamo in uno spazio molto
complesso, spesso è difficile capirne l’incidenza sul comportamento
di un individuo. Una forte motivazione è strettamente correlata ad
una forte monoidea, che si traduce in una grande volontà nella
ricerca del raggiungimento di un obiettivo che possa appagare dei
nostri bisogni. Vari autori hanno espresso alcune ipotesi. Secondo
Salvini per motivazione si indica in psicologia
“l’agentefisiologico, emotivo e cognitivo che organizza il
comportamento individuale verso uno scopo.” Per Bertolini la
motivazione è “ciò che sollecita l’individuo ad assumere ogni suo
atteggiamento ed a mettere in atto ogni suo comportamento.” Secondo
Singer la motivazione “influisce su ciò che facciamo, (quando vi è
la possibilità di scelta) su quanto tempo ci mettiamo e su come lo
facciamo.” Thomas riporta le motivazioni a quattro desideri
fondamentali:
1. Il desiderio di sicurezza
2. Il desiderio di ottenere il riconoscimento delle proprie qualità
3. Il desideri di ricevere risposte adeguate da parte dei propri
simili
4. Il desiderio di nuove esperienze
La gerarchia dei bisogni di Maslow riporta le motivazioni a bisogni
fondamentali distinguendoli in:
- AUTOREALIZZAZIONE (qualità spirituali, giustizia, bontà, bellezza)
- BISOGNI DI BASE:
• bisogni fisiologici (cibo, acqua)
• bisogni di sicurezza (protezione, mancanza di pericolo)
• bisogni di amore e di appartenenza(accettazione, essere
apprezzati, affiliazione)
• bisogni di stima (autoapprezzamento, successo )
L’automotivazione
In allenamento parecchi atleti fanno buoni risultati. Ma quando sono
in gara accade che questi registrino un brusco calo di rendimento e
non riescano a dare il meglio di sé incolpano la dieta, o il metodo
di preparazione, o l’eccesso di caldo o di freddo, oppure dicono “mi
ha messo in ginocchio la solita crisi“. Spesso, invece, non si
tratta di niente di tutto questo, bensì del fatto che questi atleti
hanno lavorato con regolarità ed impegno sul piano fisico, ma hanno
del tutto trascurato di addestrare la mente a vincere,
sottovalutando il ruolo fondamentale della psiche. Da qualche tempo,
invece, è ormai chiaro che nello sport ogni traguardo, qualunque
vittoria è frutto di due fattori: energia fisica e potenza mentale.
Come dire: accanto al training muscolare occorre esercitare anche la
mente al successo. Da dove cominciare? Una strada vincente può
essere quella dell’ automotivazione: un distillato di pensiero
orientale e occidentale che, aumentando la fiducia e la stima in sé
stesi, rimuove blocchi psicologici e cicatrici mentali, spesso le
autentiche cause di tante prestazioni di modesto livello. L’automotivazione
serve a tutti, però uno dei settori dove l’automotivazione sta
fornendo ottimi risultati è proprio quello dello sport e del calcio
in particolare: quando abbiamo una partita da disputare, sia essa la
finale dei campionati del mondo o un incontro di terza categoria non
bisogna avere la sola preoccupazione di allenare per ore ed ore solo
il fisico. Se si ha davvero il desiderio di raggiungere importanti
traguardi, è necessario non trascurare lo sviluppo della psiche,
esercizio questo attraverso cui si possono scoprire insospettate
energie per credere nelle proprie capacità. Le mete ambiziose
richiedono una crescita dentro, non solo nelle masse muscolari o
nell’efficienza respiratoria. Quando le risorse interiori si
mescolano magicamente agli stimoli esterni, l’atleta ingrana una
marcia in più e gli diventa più facile raggiungere nuovi record
personali, obiettivi fino ad allora ritenuti impossibili.
Prima regola: pensate positivo
Ma in cosa consiste, in pratica, l’automotivazione? Il metodo è un
mosaico di esercizi e tecniche basato sulla visualizzazione, in
altre parole, sul potere delle immagini mentali evocate dall’
inconscio, in grado di mettere in luce le forze psicologiche
nascoste e, per questa via, restituire entusiasmo e fiducia,
rimuovere le influenze negative, tirare fuori il meglio da ciascuno.
Lo sforzo più grande consiste nel far pratica ed esperienza di nuovi
modi di pensare, grazie ai quali è possibile cambiare in positivo
l’immagine del proprio io. Per prima cosa bisogna imparare a
neutralizzare i pensieri negativi. Un pensiero negativo è come una
fattura di magia nera: fa perdere forza, energia, vitalità. Un
calciatore che scende in campo con in testa il dubbio di non avere i
numeri per vincere, ha già perso in partenza. Per vincere la partita
è necessario provare a pensare in positivo: ossia, vedersi
vincitori. Poiché ci vuole un chiaro disegno mentale della partita
prima di poterla vivere con successo, il trucco consiste
nell’esercitarsi a rivederla più e più volte con l’immaginazione. A
ricrearla nei più minuti dettagli in quel laboratorio che è la
mente, fino a conoscere perfettamente come comportarsi quando si
sarà impegnati sul campo. Il nostro atleta nella settimana
precedente la gara dovrà provare per dieci minuti al giorno a
ripetere mentalmente la azioni che dovrà svolgere sul campo. Si
“vedrà “ nella sua posizione in campo, “sentirà“ il contatto con la
palla nel momento di calciare, “avvertirà “ il momento di scattare.
Perché funziona? Il fatto è che cervello, sistema nervoso e massa
muscolare funzionano come un servo meccanismo cioè nella stessa
maniera di una macchina automatica volta ad un fine. Date al
cervello uno scopo ed il resto verrà da sé. Quando la mente “vede”
con chiarezza ciò che si vuole fare, comincerà a funzionare
eseguendo il lavoro molto meglio di quanto non ci sia modo di
ottenere per mezzo dei soli mezzi fisici. Il fatto che l’automotivazione
sia un metodo che funziona, non è pura teoria. Un esperimento, ad
esempio, è stato condotto allo scopo di verificare l’efficacia
dell’esercizio mentale nel raggiungere una maggiore abilità nella
pallacanestro senza effettuare tiri reali. Per un mese, tre squadre
di basket furono guidate in modo diverso. Una continuò ad allenarsi
come sempre; la seconda smise del tutto il training, mentre la terza
sostituì l’allenamento sul campo con il training mentale,
immaginando di tirare a canestro e di correggere la mira secondo gli
errori commessi. Alla fine del mese, le performance sportive della
prima squadra non avevano subito flessioni, mentre la seconda aveva
conseguito risultati assai più modesti rispetto a quando si allenava
di solito. Un’azione pensata è come se fosse realizzata. Il cervello
non riesce a stabilire la differenza tra un’esperienza reale e una
immaginata con grande intensità e nei minimi particolari. Ad ogni
modo non devono esserci malintesi: la visualizzazione non
sostituisce l’allenamento. È un’utile integrazione nei giorni
precedenti la gara e un sostituto temporaneo dell’allenamento nel
caso di malattia, infortunio o lunghi trasferimenti. Ma l’automotivazione
ha bisogno di altro ancora. Così sempre attraverso la
visualizzazione, ossia le immagini mentali, prevede esercizi di
rilassamento e di respirazione. Questi ultimi servono a caricare di
energia i muscoli più impegnati nello sforzo durante la gara, mentre
il relax fisico aiuta ad “incassare” con più disinvoltura i colpi
emotivi. Parecchi atleti pensano che rilassarsi sia negativo perché
temono di non avere più la grinta necessaria per affrontare la gara.
È sbagliato: un animale, prima dell’attacco è rilassato, un atleta
teso e nervoso pompa adrenalina in ogni direzione con grande
dispendio di energie. Al contrario, chi è rilassato e disteso pompa
adrenalina dove serve, e riesce a concentrare l’energia solo nei
muscoli sotto pressione.
La gestione dell'energia fisica e mentale
Una delle questioni più rilevanti in psicologia dello sport è la
gestione dell’ arousal dell’atleta. Con il termine arousal è
indicata in psicofisiologia l’intensità dell’attivazione fisiologica
e comportamentale dell’ organismo:
quando l’organismo deve effettuare una prestazione deve attivarsi,
cioè mettere in moto una serie di processi caratteristici dello
stato di arousal, essi sono:
1. aumento della vigilanza e dell’attenzione (attivazione del
sistema nervoso centrale)
2. i muscoli si preparano allo sforzo (attivazione del sistema
muscolo – scheletrico)
3. cuore e polmoni si attivano per sopportare lo sforzo (sistema
vegetativo –simpatico)
L’energia psichica è l’attivazione della mente e sta alla base della
motivazione; quando è associata ad emozioni come eccitazione e
felicità è positiva, quando è associata ad emozioni come ansia e
rabbia è negativa. Lo stato di stress si verifica quando gli atleti
intuiscono che c’è uno squilibrio tra quello che è chiesto loro di
fare (sfida) e quello che invece essi sentono di essere capaci di
fare(livello di abilità). Anche l’allenatore è sottoposto a stress
ed essere iper o ipo - attivato come i suoi atleti; si renderà
quindi necessario adottare delle strategie per abbassare o
incrementare anche il livello di attivazione del coach per
permettergli una direzione accurata ed equilibrata durante la gara.
Lo stato di flow è il livello ottimale dell’energia psichica
associato ad un adeguato livello di stress (il cosidetto eustress o
stress positivo); il flow è caratterizzato da un arousal
(attivazione) funzionale al raggiungimento dell’obiettivo sportivo.
Nello stato di flow l’attenzione è orientata sul compito, l’atleta
non è disturbato dai propri pensieri poiché è completamente
assorbito dalla sua attività, e, infine, l’atleta sente di
controllare le proprie azioni. Nel calcio, sport in cui le
circostanze evolvono in maniera imprevedibile, vi è l’esigenza di
variare il grado di arousal conformemente ai mutamenti situazionali.
Un BASSO LIVELLO di AROUSAL è necessario: prima di praticare una
tecnica di visualizzazione (il giorno prima della partita e nello
spogliatoio mezz’ora prima del fischio dell’arbitro);
quando risulta fondamentale un’ampia analisi percettiva per decidere
e reagire in modo rapido (quando si osservano gli spostamenti degli
avversari, vale a dire nella maggior parte del tempo dei novanta
minuti); quando si deve eseguire un gesto tecnico accurato (ad
esempio prima di un calcio piazzato o durante la messa a punto di
una strategia di gara).
Un MODERATO LIVELLO di AROUSAL è necessario: quando il calciatore si
prepara ad un calcio di rigore (compito di elevato impegno, alto
dispendio energetico, coordinazione fine dei movimenti e straregie
complesse di percezione e decisione, uno stato di eccitazione
eccessivo comprometterebbe la performance); nella durata del tempo
della partita le migliori prestazioni si hanno con un moderato
livello di ansia.
Un ALTO LIVELLO di AROUSAL: può anche essere tollerato nelle
attività più semplici e di minore precisione motoria (come nel
passaggio da una meta campo ad un’altra durante un’azione di
contropiede avversario); può essere trasformato a proprio vantaggio
da percezioni negative di ansia e rabbia ad eccitazione positiva e
piacevole.
I segnali tipici di una IPER - ATTIVAZIONE sono:
- ansietà
- tensione e rigidità muscolare
- aumento della frequenza cardiaca, respiro irregolare, innalzamento
della pressione arteriosa
- affaticamento precoce
- scarso controllo delle proprie reazioni emotive (scatti di rabbia)
- difficoltà di concentrazione e di attenzione
- attenzione spostata sui fattori distraenti esterni (ambiente) o
interni (idee negative)
In questi casi è possibile ricorrere ad alcune strategie per
abbassare il proprio livello di attivazione:
- effettuare esercizi per mantenere bassa la frequenza respiratoria
(respirazione profonda e regolare)
- esercizi di rilassamento muscolare (mezz’ora prima della partita o
in campo durante le fasi più impegnative e stressanti)
- esercizi di focalizzazione dell’attenzione
- esercizi di deconcentrazione dei fattori distraenti
- sviluppare un atteggiamento mentale positivo.
I segnali che caratterizzano una IPO-ATTIVAZIONE sono:
- sensazione di mancanza di energia (l’atleta si sente spento,
fiacco)
- scarsa concentrazione (distrazione, attimi di confusione
psicologica, indecisione)
- troppa riduzione della tensione e dell’ansia (mancanza di stimoli)
- disinteresse e demotivazione
- noia e pigrizia
- scarsa valutazione del tempo e incapacità di anticipazione
(l’atleta non si inserisce nell’azione, non scatta, non effettua una
marcatura soddisfacente)
- sensazione psichica di impotenza (è inutile tentare, tanto non ce
la faccio).
E’ possibile in questi casi adottare strategie che aumentano il
proprio livello di attivazione come:
- effettuare esercizi per mantenere alta la frequenza respiratoria
(respirazione rapida e frequente)
- esercizi di mobilizzazione (prima della partita)
- revisione mentale dei propri obiettivi e visualizzazione dello
schieramento degli avversari (prima del fischio di inizio)
- linguaggio interno positivo
- recuperare stati emotivi positivi di esperienze passate con l’uso
di tecniche di visualizzazione.
Lo stress fisico e la sua gestione
La natura ha predisposto nell’uomo un complesso ed efficiente
sistema automatico di difesa, capace di entrare in funzione allorché
avverte una minaccia improvvisa. Una volta percepito il pericolo, il
cervello trasmette un segnale all’ ipotalamo, sede delle reazioni
emotive ed ormonali. Le ghiandole surrenali a loro volta così
avvisate liberano una trentina di potenti ormoni
(adrenalina,cortisone ecc.) che scuotono, in pochi secondi, l’intero
corpo preparandolo così nel migliore dei modi a rispondere all’
attacco attraverso: la fuga o la difesa. La stessa ansia è una delle
manifestazioni di questo stato d’emergenza e pericolo. Molti sono i
mutamenti biochimici e i sintomi neurovegetativi scatenati da questo
stato stressante: la tachicardia, l’ ipertensione, il sudore, il
pallore e l’affanno, a causa della superattività delle ghiandole
surrenali. I disordini psicoemotivi si possono tramutare in sintomi
comportamentali, quali fobie, ipocondria,ossessioni. L’ uomo
primitivo reagiva con lo stress di fronte ad una bestia feroce, oggi
l’ uomo moderno reagisce nel medesimo modo a causa di un probabile
licenziamento, oppure per un divorzio imminente ecc. .Comunque solo
l’ iperstress è dannoso all’ organismo, a dosi moderate è invece una
valenza positiva e favorevole perché potenzia la vis medicatrix
naturae. “Un po’ di stress non fa male anzi provoca nel nostro
organismo reazioni benefiche in determinate circostanze” (prof. G.
Ballarini Università di Parma, ottobre 1985) Essere sotto stress è
generalmente inteso come subire un aggressione oltre misura e quindi
trovarsi almeno in una situazione di disagio. Il termine di stress
si è caricato, nel linguaggio comune, solo ed esclusivamente dei
suoi effetti negativi. Un certo grado di stress è invece un fenomeno
positivo, almeno in determinate condizioni, e può presentare aspetti
vantaggiosi. Per stress si intende qualsiasi evento fisico o
psicologico che modifica l’ equilibrio organico. Lo stress è anche
la risposta dell’ individuo a qualsiasi novità, alla quale si deve
adattare. Le cause di stress sono denominate stressor e sono le più
varie: nel nostro campo un cattivo andamento dei risultati, un
cattivo rapporto con l’ ambiente (società, allenatore, compagni,
tifosi), mancato ambientamento nella città, eccessive aspettative, e
cosi via. Di fronte ad una amplissima varietà di stressor, l’
organismo risponde in modo abbastanza uniforme, secondo schemi che
sono governati dagli ormoni ed dal sistema nervoso, e quindi
abbastanza ben prestabiliti. Vi sono ovviamente diversità di razza,
di specie e individuali. La risposta è di solito caratterizzata da
una preparazione dell’ organismo, da una specie di carica, che serve
ad affrontare l’ emergenza, piccola o grande che sia. Per questo,
soprattutto nell’ uomo, un normale stato di stress è favorevole,
dato che il nostro comportamento viene ad avere la sua massima
efficacia e porta alle maggiori soddisfazioni nell’ affrontare
problemi e situazioni nuove. Senza le novità e senza la conseguente
carica, gli uomini sarebbero apatici e senza stimolo a progredire.
Hans Selye, il padre delle ricerche sullo stress ed il primo ad
usare questo termine negli anni trenta,disse che lo stress è il sale
della vita. Nelle discipline a prevalente determinazione tattica,
gli atleti devono mettere in atto più abilità nello stesso istante.
Ne possono derivare affaticamento mentale, causa, se intenso e
prolungato, di stress, non dipendente dalla qualità degli stimoli,
bensì dall’ intensità del bisogno di adattamento che essi attivano.
Lo stress si correla con caratteristiche individuali dell’ atleta:
un’elevata ansia di tratto competitiva, unita a bassa autostima e
scarsa motivazione intrinseca possono avere risvolti negativi. Lo
stress troppo intenso e prolungato provoca burnout, causa di danni
psicofisici e comportamentali. L’interesse dei più recenti studi di
psicologia si è spostato dallo studio della prestazione, della
personalità all’ applicazione di tecniche mirate al miglioramento
della prestazione sportiva Nello sport lo stress è dipendente dalla
percezione che l’ atleta ha della situazione, della gara, dipende
dal modo in cui l’atleta vive questa situazione. Non sarà dunque la
partita a provocare lo stress, ma la percezione che l’atleta ha
della partita. Dalla percezione della partita possiamo avere
differenti reazioni, la stessa partita può suscitare in alcuni
giocatori sensazioni di stress, in altri di eccitazione. Partendo da
questo presupposto, vedremo:
- cosa può generare una sensazione di stress in un atleta;
- come l’ atleta può far fronte a queste situazioni di disagio.
Sono numerose le situazioni che possono generare stress in un atleta
e possono rendere negativa la loro prestazione.
Fattori di stress
Individuali
livello tecnico: implica differenti gradi di responsabiltà di
richieste ambientali
- ruolo: ruolo in campo (attaccante - difensore), giocatore ruolo
(turnover, panchina) ruolo nel gruppo-squadra capitano)
- supporto sociale: da parte della famiglia e dello staff
- evento importante
- scarso utilizzo da parte dell’ allenatore
- eccessiva pressione dei media
- noia troppi tempi morti durante ritiri ecc.
- pubblico ostile e/o invadente
- infortuni..
Di squadra
Programmazione di obiettivi a breve(affrontare una partita alla
volta), medio (aggiudicarsi il girone di andata) e a lungo termine
(vincere il campionato). La prestazione aumenta quando gli obiettivi
sono moderatamente difficili per tre motivi:
1. Rapporto tra abilità ed obiettivo; quando un atleta valuta non
essere sufficientemente capace di raggiungerlo, difficilmente sarà
motivato a impegnarsi in un attività frustante (presentarsi ad una
partita senza alcuni giocatori importanti).
2. Relazione tra difficoltà dell’ obiettivo e la fiducia in se
stesso: la fiducia in sé stesso influenza direttamente la percezione
della difficoltà del compito e la successiva prestazione.
3. Obiettivi troppo facili e poco incentivanti: giocare contro una
squadra nettamente inferiore.
- Avversario: la prestazione dipende dai compagni di squadra dagli
avversari.
- Clima organizzativo della società: comunicazione e organizzazione
tra i membri dello staff e tra questi e la dirigenza.
- Pressioni esterne: da parte degli sponsor, dei mass media, della
società e dei tifosi.
Fattori derivanti dall’allenamento
- logistica: tipo di terreno, luci, materiale.
- condizioni climatiche: pioggia, neve,ecc.
- carichi di lavoro: es. allenamento aerobico e anaerobico.
Fattori derivanti dalla partita:
- partita importante: finale, lotta per la salvezza, qualificazioni,
sono partite in cui è necessario, ottenere un ottimale livello
d’ansia. In queste occasioni difficilmente si riesce a controllare
la paura
- Trasferimenti e trasferte: es. clima, tifosi.
Tali fattori di stress possono dare origine, nell’atleta ad una
serie sintomi psicofisici, a loro volta destinati a causare scarso
rendimento;
I segni dello stress:
- Irritabilità generica, iper eccitazione o depressione
- Secchezza della bocca e della gola
- Comportamento impulsivo, instabilità emotiva
- Incapacità di concentrazione
- Predominio del senso di stanchezza
- Ansietà fluttuante: sensazione di paura senza sapere esattamente
di che
- Insonnia, derivante dalla difficoltà di conciliare il sonno.
- Mancanza o eccesso di appetito
- Riso nervoso o senza motivo
- Arrotondamento dei denti.
Il Training Autogeno (TA)
Il training autogeno si basa principalmente sull’ allenamento
graduale alla distensione e sulla deconcentrazione progressiva
muscolare. Assai efficace come tecnica anti stress il TA, fatto
regolarmente seriamente, permette di ridurre la tensione, di
risparmiare e recuperare le energie migliorando cosi’ l’efficienza
fisica e mentale.
Descrizione della tecnica.
Condizioni preliminari: ambiente più possibile tranquillo, luce
bassa,temperatura equilibrata, abbigliamento comodo. La metodica del
dott. Schultz è stata divisa da numerosi autori tre fasi:
Fase iniziale
1. disponibilità al rilassamento
2. verifica della pesantezza e del calore
Fase intermedia
1. verifica della regolazione cardiaca
2. verifica della regolazione respiratoria
3. verifica della regolazione viscerale
4. formulazione di fresco alla fronte.
Fase terminale
1. ripresa neuromuscolare
2. ripresa neurosensoriale
Esaminiamo brevemente gli esercizi:
Pesantezza: formula “il mio braccio destro è pesante” estendere la
stessa sensazione anche all’ altro braccio fino ad arrivare alla
formula “il mio corpo è pesante”.
Calore: formula il mio braccio destro è caldo (rip 5-6 volte)
estendere la sensazione via via a tutto il corpo.
Cuore: formula”il mio cuore batte calmo e regolare” (rip. 5-6 volte)
Respiro: formula “il mio respiro è calmo e regolare” (rip. 5-6
volte)
Plesso solare: formula “il mio plesso solare è piacevolmente calmo “
(rip 5-6 volte)
Fronte fresca: formula “la mia fronte è piacevolmente fresca” (rip
.5-6 volte)
In seguito ad un costante allenamento di almeno 2-3 mesi la
realizzazione delle singole fasi del training autogeno avverrà quasi
spontaneamente e basterà ripetersi sinteticamente le varie formule
per arrivare ad uno stato di completo rilassamento. Alcuni mezzi
possono essere utili all’ atleta per fronteggiare situazioni
stressanti; l’atleta deve prepararsi psicologicamente a ciò che lo
aspetta, per poter gestire meglio l’evento stressante;
per prepararsi potrà visualizzare più volte una situazione
stressante, per poterla gestire in maniera più efficace. Rispondere
alle domande dei giornalisti potrà diventare più semplice se si
prepara un comportamento da tenere davanti alla stampa: come per
esempio parlare lentamente o sorridere. Credere in se stessi è
essenziale per poter reagire ad una situazione stressante. Aver
fiducia nelle proprie qualità, essere coscienti di essersi allenati
in maniera ottimale, essere consapevoli delle proprie capacità,
tutto ciò porterà l’ atleta a dare il meglio di sé in una prova. Gli
atleti, specialmente i calciatori, sono notevolmente influenzati da
un continua situazione di stress causata dalla notevole pressione ed
influenza dei mass media e dei tifosi, dalla presenza di continui
conflitti, poiché il numero di giocatori in rosa è molto ampio, e
qualcuno è costretto ad andare anche in tribuna; dal fatto che ogni
partita è un esame. In questa ottica diventano più comprensibili
tutti i tentativi volti a ridurre le tensioni (ritiri, silenzi
stampa) a ridurre lo stress attraverso una riduzione degli stimoli.
Non sempre questi tentativi approdano a buoni risultati; notevole
importanza assume in questo contesto il tipo di conduzione scelto
dall’ allenatore del gruppo: esistono due tipi di conduzione
egualmente positive, la conduzione semplificatrice e quella
responsabilizzante, esaminiamole: nel calcio di oggi ad un
allenatore è richiesta la gestione di una situazione particolarmente
complessa, contraddistinta da notevole stress. Consapevole di queste
difficoltà, quasi sempre l’ allenatore prende, più o meno
consciamente, una decisione: semplificare quanto più possibile la
situazione attraverso una gestione estremamente funzionale e
cercando di eliminare (vedi i ritiri) tutto cio’ che puo’
complicarla. Quanto più un allenatore si trova ad affrontare una
situazione caratterizzata da notevole stress, tanto più produttiva
sembra essere una conduzione tesa a semplificare la situazione, a
ridurre l’ influenza di stimoli stressanti. Questi stimoli
stressanti possono essere di due tipi: esterni ed interni;
condizionamenti esterni possono essere ad esempio quelli causati
dalla stampa e dai loro giudizi sui giocatori, che nella maggior
parte dei casi sono differenti dal giudizio dell’allenatore.
L’allenatore in questo caso non dovrà essere toccato da questi
condizionamenti e dovrà proporsi nei confronti della squadra come
una difesa nei confronti dell’esterno. Per quanto riguarda la
diminuzione delle tensioni interne e il tentativo di evitare
l’insorgere di nuove tensioni, particolarmente utili possono
risultare le proposte responsabilizzanti. Poiché una situazione di
tensione tende a provocare nei giocatori insicurezza è inoltre
importate che l’allenatore non contribuisca, con il proprio
comportamento, ad accentuare il clima di difficoltà. Riuscire a far
sentire tutti i giocatori (titolari e riserve) come parte integrante
della squadra e a far sentire ad ogni giocatore la propria fiducia
in loro, sarà uno degli obiettivi dell’allenatore. Un training di
preparazione mentale, mirato allo sviluppo delle capacità necessarie
per il controllo e l’ottimizzazione della prestazione, può essere
composto dai seguenti elementi:
Screening psicodiagnostico: mirato alla valutazione delle
caratteristiche psicologiche generali e delle capacità cognitive
giocatore. Pensiero positivo e goal setting:acquisizione della
capacità di utilizzare pensieri positivi e della programmazione di
obiettivi a breve, medio, e lungo termine con lo scopo di
incrementare nel calciatore la motivazione intrinseca al successo.
Concentrazione: modulazione dello stile attentivo al fine dirigere e
mantenere l’attenzione sugli elementi critici del escludendo gli
stimoli esterni o interni che possono fungere distrattori.
Rilassamento: vedi T.A.
Visualizzazione: rappresentazione immaginativa di situazioni tipiche
delle fasi di gioco. Simulazione mediante immagini mentali.
Self- talk: dialogo interno mediante parole stimolo, mirate favorire
nel giocatore l’ottimizzazione della modalità di affrontare
specifiche situazioni ed eventuali problemi .l’obiettivo consiste
nel focalizzare l’attenzione su aspetti chiave del compito evocare
volontariamente stati psicologici positivi e produttivi, comportando
una percezione di autocontrollo positiva.
Valutazione: accertamento dei risultati raggiunti e della validità
del programma realizzato.
Conclusioni
INel corso degli anni il ruolo dell’ allenatore è profondamente
mutato e la gestione di una squadra di calcio è diventata una
questione estremamente complessa ed articolata. Non si tratta,
infatti, di preparare semplicemente gli atleti esclusivamente da un
punto di vista tecnico e tattico, ma di intervenire su fattori
motivazionali e fornire strumenti per aiutarli a fronteggiare le
situazioni di stress che si possono presentare nel corso della loro
carriera agonistica. Non vogliamo con questo trasformare
l’allenatore in psicologo, ma riteniamo necessario unire a una
conoscenza tecnica del calcio una sensibilizzazione alle
problematiche presentate in questo lavoro. Pertanto, come già
esposto in precedenza l’allenatore potrà aiutare l’atleta nelle
situazioni di stress, senza per questo doverle risolvere al posto
suo, in modo da formare giocatori che siano in grado di risolvere
situazioni complesse in maniera indipendente |
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