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Premessa
Fin da piccolo ho amato e praticato lo sport, dall’età dei 10 anni è
stato il mio interesse principale e il luogo di un impegno intenso e
quotidiano al punto da diventare come una “seconda pelle”, un abito
mentale e un orientamento di vita. Dall’ambito regionale a quello
nazionale e internazionale ho attraversato tutte le fasi che
scandiscono una carriera sportiva entrando in contatto con ogni
sorta di paure, gioie, sofferenze e “fatiche”. Da calciatore
professionista ho vissuto alcuni degli stadi più significativi
dell’evoluzione dello sport e del calcio in particolare, con tutti i
problemi psicologici, scientifici, tecnici ed economici legati alla
sua trasformazione, infine, per l’indirizzo professionale da me
scelto nel continuare tale carriera dall’altra parte della
barricata, ho continuato ad occuparmi di calcio “insegnato” con
tutto il bagaglio delle esperienze e dei vissuti personali
accumulati, sedimentati e riflettuti nel corso della mia attività
sportiva. Già mentre praticavo attivamente il calcio, ma più ancora
durante la mia formazione professionale da “Mister”/Allenatore,
tutta una serie di problematiche e di domande mi si affacciavano
alla mente:
• “Che cosa spinge un individuo a scegliere l’attività sportiva
piuttosto che altri tipi di realizzazione sociale?”.
• “In che misura incidono le componenti psicologiche sulla riuscita
in campo sportivo?”.
• “Sono le caratteristiche fisiche che fanno di un atleta un
campione o quelle psichiche o una armonica commistione di
entrambe?”.
• “Che cosa fa “saltare” o inceppare improvvisamente quella macchina
di precisione che è un campione?”.
• “Che peso ha la storia personale e familiare di un atleta in
ordine alla scelta della disciplina sportiva, ma anche e soprattutto
alla sua riuscita?”.
Ho visto calciatori allenarsi in modo intenso, continuo e caparbio
ed avere scarsi risultati; ne ho visto altri con gli stessi
allenamenti avere risultati strepitosi; ho visto soggetti
fisicamente superdotati ma mentalmente deboli o emotivamente fragili
non combinare assolutamente nulla; così come individui in apparenza
poco dotati raggiungere livelli notevolissimi. Quanti calciatori
giovani ho visto partire benissimo e promettere tantissimo da
adolescenti per poi perdersi per strada o venir meno alle
aspettative in essi riposte; quanti campioni in erba alla partenza e
che sparuto drappello all’arrivo! Eppure le attrezzature sportive si
sono moltiplicate, lo sport in generale è diventato più
remunerativo, gli allenatori, i tecnici, i preparatori, sono sempre
più specializzati, la medicina sportiva ha fatto passi da gigante,
le tecniche di preparazione via via più sofisticate, gli studi e le
ricerche teoriche sulle singole discipline proliferano da ogni
parte, i materiali sono sempre più perfezionati, la “macchina umana”
decisamente meglio conosciuta, analizzata, computerizzata. Eppure
tutto questo progresso sembra aumentare ancor di più il divario tra
i vertici e la base, rappresentare un corollario aggiuntivo per la
ristretta “élite” dei campioni più che una reale componente di
trasformazione e di miglioramento dello sport in genere e del calcio
in particolare, e riproporre quindi in modo ancora più vistoso gli
interrogativi iniziali. Come tentare allora anche un solo primo
abbozzo di risposta a queste domande che tra l’altro travalicano
l’ambito strettamente sportivo e valgono in fondo per ogni forma di
realizzazione sociale, sia essa: “artistica”, “sportiva”,
“lavorativa”, “scientifica” … Esiste forse un modo di agire, una
didattica, un metodo di successo?
La personalità
Nel gioco del calcio ed in tutte le attività sportive, individuali e
di squadra, la personalità rappresenta uno degli aspetti più
delicati e maggiormente condizionanti la prestazione sportiva. Tale
peculiare qualità individuale appare ancor più determinante per la
realizzazione dello sportivo ad alti livelli, verso cioè quei lidi
del professionismo a cui gli atleti di tante specialità ambiscono.
Si definisce personalità: “l’insieme delle caratteristiche
biologiche, psicologiche e sociali che individuano una persona nel
suo modo unico di reagire alle diverse situazioni ambientali ”;
“un costrutto teorico estremamente complesso che reagisce
unitariamente a stimoli proprio ed esterocettivi e che si forma in
virtù dell’interazione continua fra la dotazione biologica
(ereditaria ed acquisita) e l’ambiente in cui si situa” (A. Fabi)
“quell’insieme di azioni, pensieri e sentimenti che è caratteristico
di un individuo” (Honigman). Il termine focalizza la sua attenzione
sull’individuo, considerato concretamente nelle sue interazioni con
le varie dimensioni socio culturali; un individuo ha alcune
caratteristiche costituzionali, culturali e sociali che sono uniche:
non esistono due individui che percepiscono la realtà in maniera
perfettamente identica; ma l’individuo tende ad assumere determinate
caratteristiche peculiari alla sua famiglia, al suo sesso, alla sua
età, al suo gruppo di lavoro. Gli uomini, inoltre, indipendentemente
dal loro particolare gruppo socio-culturale di appartenenza, hanno
dimensioni di personalità caratteristiche dell’intera specie umana;
come esempi di questi “universali” della personalità possiamo citare
la capacità di apprendere, il bisogno di interagire con i membri del
proprio gruppo, la capacità di scegliere, di creare, di prendere
decisioni individuali in relazione all’ambiente socio-culturale in
cui vive. La personalità consta di più aree: l’intellettuale, la
sociale, l’affettivo - emotiva e l’organica, tutte in stretta
relazione e interdipendenza fra loro; lo sviluppo di una condiziona
quello delle altre “in un continuo processo di differenziazione,
affiancato da un continuo processo di organizzazione e
gerarchizzazione”; inoltre, l’evolvere della personalità non avviene
per ampliamenti successivi o semplici addizioni di funzioni, ma per
continua ristrutturazione, attraverso passaggi consecutivi da un
sistema a un altro più complesso ed evoluto, e mediante le
interazioni funzionali tra le aree della personalità. In psicologia
il termine “personalità” si è andato affermando negli anni Trenta
particolarmente negli Stati Uniti ad opera di alcuni studiosi fra i
quali G. W Allport e Murray. In precedenza per indicare concetti
analoghi, si preferiva riferirsi al “carattere” (che implicava però
un maggiore accento sulle caratteristiche morali e sociali) o al
temperamento (che a sua volta implicava un maggior accento sui
rapporti tra caratteristiche psicologiche e biologiche). I concetti
di carattere e personalità sono affini ma non identici; il termine
carattere è oggigiorno comunemente ancora preferito a quello di
personalità, con un significato pressoché identico in alcuni Paesi
Europei, come la Germania, ove si tende a identificare il carattere
con il cosiddetto “nucleo centrale della personalità in base al
quale l’uomo agisce e giudica con responsabilità”. Con il termine
personalità si è voluto particolarmente sottolineare il passaggio da
una concezione della psicologia tesa a studiare delle leggi generali
valide per tutti gli uomini, a una psicologia tesa invece allo
studio del singolo individuo e delle cause che fan si che ogni
individuo differisca dagli altri. Le difficoltà relative a una
definizione specifica di personalità derivano dalla difficoltà di
inquadrare unitariamente le varie teorie sulle tipologie della
personalità:
- Ippocrate distingueva le varie tipologie della personalità in
“collerici, sanguigni, melanconici, flemmatici”;
- Jung suddivise le persone in “estroversi ed introversi”; - Jaensch
pone in contrapposizione “integrati e disintegrati”.
La complessità dell’argomento appare evidente, ma assai più
straziante è sentire ancora oggi termini impropri e definizioni
sancitorie nei confronti di giovani calciatori, quali ad esempio:
“non ha carattere”, oppure “è senza personalità”; ogni individuo ha
un suo carattere (nucleo centrale della personalità) ben definito,
ed una personalità ben distinta dagli altri; si tratta eventualmente
di verificare se tale personalità può essere adattata al ruolo o,
meglio, essere aiutata ad adattarsi al ruolo scelto. In particolare
l’allenatore non dovrebbe avere la pretesa di voler riuscire a
cambiare a tutti i costi la personalità del singolo calciatore; ogni
individuo, come detto, rappresenta un universo già scritto di
caratteri ereditari e di esperienze familiari e socio-culturali;
rimane, peraltro, un ampio margine di influenza ambientale che
l’allenatore può sfruttare e dedicare per mutare o modificare il
comportamento e/o la prestazione sportiva del calciatore; attraverso
l’esperienza vissuta, tramite consigli pratici ed immediati, il
calciatore e la squadra apprenderanno l’arte della pazienza, della
serenità interiore, della consapevolezza dei propri limiti che
significa soprattutto conoscenza dei grandi mezzi a disposizione.
Insegniamo dunque ai nostri atleti, ai calciatori, alla squadra:
- a farsi rispettare (nessuno potrà mai giudicarci inferiori se non
siamo noi a permetterglielo);
- ad avere coraggio (il coraggio fa sempre vincere, anche se solo
con sé stessi);
- ad essere in possesso di “capacità di autocritica”;
- a saper gestire emotivamente i momenti positivi e quelli negativi;
- a tramutare il significato del termine “DIFETTO” in
“MIGLIORAMENTO” delle proprie capacità.
Il singolo calciatore ed i componenti la squadra, devono essere
aiutati ad avere fiducia in se stessi, devono essere consapevoli di
potercela fare, devono credere nei miracoli: “poiché crede nei
miracoli, i miracoli cominciano ad accadere”; significa credere
nell’importanza e negli influssi positivi che i piccoli progressi
quotidiani esercitano in ognuno di noi, in quanto “piccole modifiche
determinano grandi cambiamenti”.
La cognizione
Con il termine cognizione si intendono i processi che governano la
consapevolezza della vita di tutti i giorni, processi che
comprendono: la memoria, l’esperienza, la percezione e l’uso
competente di qualsivoglia propria azione. La cognizione è la piena
consapevolezza di essere deliberatamente consci di tutte le
possibilità percettive dell’uomo, non solo quelle dettate da una
determinata cultura il cui ruolo sembra quello di ridurre le
capacità percettive dei suoi membri. Libero dagli idealismi e dai
falsi obiettivi, l’uomo ha come unica funzione quella di essere la
forza guida di sé stesso; ciò che consente di fare sempre del
proprio meglio, ed anche di più, di portare la consapevolezza
individuale alla massima espressione, alla sua massima espansione,
in grado di condurci, senza paura, verso le strade che hanno un
cuore. La paura è il primo nemico naturale che ogni uomo, ogni
atleta, ogni calciatore deve superare lungo la strada della
conoscenza: “Egli ha scelto la strada che sta percorrendo, egli
costruisce la sua strada con i suoi stessi passi … e non ha nulla da
recriminare”. In tale ottica si inserisce la figura
dell’allenatore-guida che osserva con attenzione il comportamento
psico-motorio dei suoi atleti, sia in relazione alle esercitazioni
proposte, sia durante le fasi di gioco agonistico sia esso allenante
o di gara, allo scopo di proporre varianti e correzioni alla
programmazione, al metodo, al modo di relazionarsi con essi. La
programmazione, la motivazione, la competenza, l’attitudine vincente
comunicano a tutto l’ambiente, il tipo di professionalità
dell’allenatore. Ma gli allievi, gli atleti, i calciatori, sia
individualmente che collettivamente devono essere guidati verso una
reale percezione del vero, attraverso correzioni mirate ed adeguate.
Le spiegazioni e le correzioni devono sempre avvenire nella giusta
collocazione spazio-temporale, quando l’allievo, l’atleta, il
calciatore, la squadra ne ha realmente bisogno; come l’assetato che
ha necessità d’acqua, allo stesso modo l’allievo, l’atleta, la
squadra, il calciatore devono essere pronti a ricevere il giusto
insegnamento in armonia con l’allenatore. Risulta pertanto di
fondamentale importanza, sia nello sport individuale che in quello
di squadra, mettere gli atleti a conoscenza delle proprie idee e del
piano di lavoro, affinché in essi si sviluppi la piena
consapevolezza di quanto propostogli. La consapevolezza,
propedeutica alla concentrazione e dunque all’apprendimento, ci
aiuta a focalizzare l’attenzione e a sapere che cosa stiamo facendo.
Di solito, le nostre energie sono disperse qua e là, e il corpo e la
mente non sono in armonia. Iniziare ad essere consapevoli di quello
che facciamo, diciamo e pensiamo, significa cominciare a resistere
all’invasione di ciò che ci circonda e di tutte le false percezioni.
Quando la luce della consapevolezza è accesa, l’intero essere si
illumina, ristabiliamo la fiducia in noi stessi e la concentrazione
si manifesta al massimo. Ci laviamo le mani, ci vestiamo, svolgiamo
le azioni quotidiane come prima, ma ora siamo consapevoli dei nostri
atti, delle nostre parole e dei nostri pensieri: “Quando il
principiante è consapevole delle sue necessità, finisce per essere
più intelligente del saggio distratto”. Ogni volta che qualcuno
studia o esercita un’arte, se svolge il proprio lavoro con sincerità
di mente, allora ci sarà sicuramente un tempo in cui riuscirà a
scoprire e capire. Il calciatore professionista deve essere portato
all’apprendimento, alla padronanza ed alla conoscenza di sé con
gradualità. Ma la strada che conduce alla padronanza è ripida.
Spesso l’atleta è sostenuto solo dalla fiducia nell’allenatore, la
cui padronanza ora inizia ad apparirgli chiara. L’allenatore è un
esempio vivente del lavoro interiore e convince con la sua semplice
presenza, anche quando non parla, la comunicazione non verbale è la
più importante: “Cento parole non riescono a spiegare un immagine”.
La comunicazione
Mai come oggi si sente l’esigenza di approfondire questo tema
inerente la comunicazione nell’ambito delle attività sportive,
legato in modo inscindibile con la motivazione alla pratica sportiva
di successo. L’allenatore, infatti, allo scopo di amplificare la
spinta motivazionale diretta verso una prestazione sportiva ad alti
livelli, deve utilizzare una serie continua di comunicazioni. Anni
addietro si considerava più che sufficiente, per un allenatore, la
conoscenza tecnico - tattica dello sport specifico. Recentemente,
invece, si è capito che oltre alla competenza sportiva, il tecnico
deve accingersi a conoscere le modalità di formazione e
valorizzazione dell’individuo e la conseguente gestione e
valorizzazione del gruppo; risulta pertanto fondamentale saper
informare e saper comunicare. L’allenatore deve saper incoraggiare,
essere imparziale, giusto e disponibile a sostenere una
comunicazione dialogica con i calciatori. L’individuo è un essere
ragionevole la cui esistenza non è altro che un fluire di
comunicazioni, ed il suo comportamento è caratterizzato dalla
relazione continua con i propri simili e con la realtà circostante:
“L’uomo è un essere socievole che non può fare a meno di comunicare
e, visto che si deve comunicare, tanto vale farlo bene”, sostengono
a ragione gli studiosi della teoria della comunicazione. Per
comunicazione si intende l’atto di trasmettere segnali, al fine di
determinare delle risposte specifiche nell’ambiente circostante. Si
noti la affinità con la definizione enciclopedica del termine
motivazione:“L’atto del motivare è l’insieme dei fattori che sono
alla base del comportamento, sollecitandolo e orientandolo in
determinate direzioni”. “Non esiste motivazione senza una corretta
comunicazione”.
Ogni essere vivente interagisce con l’ambiente comunicando, da ciò
si deduce che:
- Non è possibile non comunicare;
- Comunicare produce un cambiamento nel ricevente;
- La qualità della comunicazione e della motivazione si rileva dalle
reazioni del ricevente, piuttosto che dalle intenzioni del
trasmettitore;
- Comunicare e motivare significa prestare attenzione a ciò che
torna (feed-back);
- Il feed-back del ricevente è caratterizzato da una reazione
emotiva che comporta: apprezzamento o rifiuto o ambivalenza.
L’allenatore che ha compreso l’importanza del saper motivare
attraverso la comunicazione, è consapevole che nella sua
programmazione dovrà prevedere e strutturare delle unità di lavoro i
cui obiettivi si possono direttamente riferire al miglioramento
della comunicazione interpersonale in campo. Mediante la
trasmissione intenzionale del pallone un giocatore invia un
messaggio ad un compagno di squadra, ovvero risponde a un segnale
precedentemente inviatogli da quest’ultimo, definendo una
interscambiabilità di comunicazione. Il passaggio, nel gioco del
calcio, è un atto motorio conseguente ad altre operazioni mentali:
percezioni sensoriali (io, la palla, i compagni, gli avversari…);
raccolta delle informazioni estero e propriocettive;
immaginazione del gesto da eseguire;
decisione;
esecuzione del gesto scelto;
controllo e verifica.
Il passaggio è da considerarsi sia un fondamentale di tecnica
calcistica, sia un atto tattico, di reparto o di squadra. Se si
vuole migliorare il gesto tecnico del passaggio è bene dare enfasi
alle esercitazioni analitiche della nostra unità di lavoro, mentre
se si desidera migliorare il passaggio come atto tattico di
comunicazione interpersonale, l’allenatore dovrà privilegiare le
esercitazioni delle situazioni di gioco (dettare il passaggio –
smarcamento).
La comunicazione dell'Allenatore
Egli comunica con:
- se stesso;
- gli atleti;
- i Dirigenti (Presidente, Direttore Sportivo…);
- il medico;
- il fisioterapista;
- i preparatori (atletici e specifici);
- il Direttore di Gara;
- i media (stampa, TV).
DOVE COMUNICA L’ALLENATORE CON GLI ATLETI
- sul terreno di gioco;
- negli spogliatoi;
- fuori dal terreno di gioco;
- in un aula didattica (multimediale, cineteca, biblioteca, la-vagna
luminosa, videoregistratore, personal computer ….)
LA COMUNICAZIONE SUL TERRENO DI GIOCO È DIRETTA
- al capitano;
- al singolo atleta (leader positivo, leader negativo, gregario);
- al Dirigente accompagnatore;
- al Direttore di Gara.
La valorizzazione delle risorse umane
a) Definizione: “il termine motivazione indica il complesso insieme
di forze che attivano, dirigono e sostengono nel tempo il
comportamento” si tratta di bisogni, desideri, valori, aspettative e
progetti di vita personali, ma anche di forze che derivano dai
compiti svolti, dagli obiettivi, dalle relazioni sociali, dalla
struttura e dalla cultura di un’organizzazione. In generale si può
dire che oggi le distinzioni estremamente analitiche tra i diversi
tipi di motivazione tendono a ridursi e a semplificarsi. Si
distinguono comunque tradizionalmente motivazione interne ed
esterne.
Tra le motivazioni interne possiamo catalogare:
- i bisogni;
- le pulsioni;
- gli istinti.
Le motivazioni esterne sarebbero essenzialmente motivazioni apprese
e deriverebbero dalle motivazioni primarie; si parla pertanto di
motivazioni o “bisogni” secondari che, secondo alcuni autori,
andrebbero distinti in bisogni sociali (funzionali alle relazioni
interpersonali) e bisogni integrativi dell’Io (funzionali al
mantenimento dell’autostima). Secondo alcuni studiosi in materia,
tra i quali il Maslow, occorrerebbe considerare le motivazioni o
bisogni in ordine gerarchico: si avrebbero in primo luogo i bisogni
fisiologici, seguiti da quelli di sicurezza, di stima, di
realizzazione, cognitivi ed infine estetici. Solo la soddisfazione
dei primi,in ordine gerarchico, consentirebbe l’emergere dei
sottostanti. Le ragioni ed i bisogni per cui si fa una qualunque
attività sportiva, cioè le cosiddette motivazioni allo sport, sono
ampiamente descritte in tutti i testi di psicologia dello sport. In
sintesi, le motivazioni in ambito sportivo si possono suddividere in
primarie e secondarie. Le motivazioni primarie sono: il “bisogno” di
giocare e quello di confrontarsi (e cioè l’agonismo) oltre,
naturalmente, all’esigenza basilare di movimento. Le motivazioni
secondarie (cosiddette sia perché di secondaria importanza sia
perché compaiono in un secondo tempo) sono svariate, suddivise in:
psicologiche, socio-culturali, e persino patologiche. Se molte sono
le motivazioni a fare lo sportivo, ce n’è una sola per fare del
semplice atleta un campione: una straordinaria volontà di vittoria.
In ogni sport, per raggiungere risultati eccellenti, c’è bisogno di
duro lavoro e sforzi continui quali sono i lunghi allenamenti
psicofisici quotidiani spinti fino ai limiti di una apparente
alienazione. Le prime basi del successo si gettano attraverso un
sano processo di interazione tra l’allenatore e gli atleti, i quali
devono integrarsi e coinvolgersi in maniera tale da formare una
relazione mirante a stabilire e raggiungere determinati obiettivi.
Comandare o usare metodi troppo autoritari hanno difetti intrinseci.
D’altra parte, permettere agli atleti una completa libertà nel
processo decisionale è altrettanto pericoloso. L’atleta
professionista, di per sé già parecchio motivato, rischia di
demotivarsi se si sente trattato male o se i miglioramenti ed i
successi si fanno attendere o se qualunque cosa (in ambito sportivo,
familiare, sociale, affettivo, ecc..) non va per il verso giusto.
Perciò ha bisogno di un allenatore altrettanto motivato, sempre
capace di rafforzare la motivazione personale, individuale e di
squadra rivolta verso il successo. Il ruolo dell’allenatore è
importante anche sotto questo profilo prettamente psicologico. Chi è
nato per vincere usufruisce di una motivazione in più: la vittoria
come pane quotidiano. E si tratta della motivazione prima in
assoluto.
b) Motivazione individuale e collettiva: gli obiettivi La conoscenza
da parte dell’allenatore - educatore delle motivazioni consce o
inconsce dei suoi atleti, la ricostruzione della sua storia
personale segnata da scelte, conflitti, gioie e dubbi, la
determinazione della sfera delle sue intenzioni e dei suoi progetti
d’azione, faciliteranno la piena espressione del dinamismo di
squadra finalizzato alla prestazione sportiva ad alti livelli. Il
bisogno di affermazione rappresenta una delle motivazioni più
importanti per i calciatori poiché permette loro di creare
un’immagine di sé soddisfacente, rassicurante del proprio valore.
Uno dei mezzi essenziali di affermazione, risiede nella
spigliatezza, la disinvoltura con la quale l’individuo compie un
“exploit” psico-fisico. L’interesse di questo movente risiede nel
fatto che reca all’individuo la certezza della sua attitudine a
raggiungere uno scopo prefissato, o a realizzare uno sforzo prima
ritenuto impossibile, che compie ora con facilità. Questa
motivazione assume una forma estrema nel bisogno di superarsi, di
andare oltre le proprie attuali capacità. Fare sport ad alti livelli
richiede, più che una motivazione, un ventaglio di motivazioni ma
soprattutto un amore sviscerato per quello sport, una passione
straordinaria, una dedizione che non è esagerato definire “eroica”
per sopportare sacrifici, privazioni, fatica. Secondo le più recenti
indagini psicologiche le motivazioni più frequenti che spingono gli
atleti all’attività agonistica sono le seguenti:
- l’aspetto socializzante della pratica sportiva e quindi la
necessità di far parte di un gruppo;
- ricerca del benessere fisico e cura del proprio aspetto;
- bisogno di muoversi e di stare in attività;
- attrazione verso l’agonismo e quindi il desiderio di competere;
- frequentazione di un ambiente diverso da quello scolastico e
familiare;
- ricerca di divertimento e spirito di avventura;
- realizzazione di sé attraverso il successo sportivo;
- stare con gli amici e il desiderio di emergere nella società.
I giochi collettivi nelle loro intime relazioni socio - affettive
determinano sempre il realizzarsi di competizioni “nascoste”. Queste
competizioni per buona parte latenti o non chiaramente manifeste
sono nella sostanza dei giochi di potere che avvengono nell’ambito
del gruppo stesso. Anche se in maniera estremamente variabile,
nell’intimo di ogni singolo individuo inserito nel gruppo sportivo
si scontrano due bisogni opposti: il bisogno di dipendenza dal
gruppo (per poter riconoscere se stesso), e il bisogno di
indipendenza seguente al rispetto delle norme e dei rapporti che la
vita di squadra impone. Come è facilmente comprensibile, ogni
singolo componente della squadra si sente attratto, sorretto,
rassicurato, difeso dal gruppo e dai suoi elementi caratteristici
(obiettivo, compagni, leader). Al contempo, però, egli sente che la
sua appartenenza al gruppo gli impone di sacrificare parte della
propria indipendenza e dei propri desideri di autoaffermazione.
Dalla contrapposizione e dalla mediazione tra bisogni di dipendenza
e di indipendenza di ogni componente del gruppo si crea una sorta di
equilibrio che, una volta messo alla prova (ad esempio dopo una
serie di partite di campionato), dà forma alla realtà interna della
squadra. Ragione per cui, se una squadra sportiva non soddisfa
durante il campionato le sue aspettative dettate dalla somma dei
valori dei singoli, la motivazione deve di certo essere ricercata
“nell’anima del gruppo”. La squadra sportiva, così come qualsiasi
altra entità sociale, deve riuscire ad integrare due ordini di
obiettivi: gli obiettivi perseguiti dal singolo e gli obiettivi
relativi alla coesione del gruppo, ovvero gli obiettivi individuali
e quelli di squadra.
Le motivazioni individuali
Obiettivi:
- autoaffermazione e competitività;
- ottenere il rispetto dei propri diritti come persona;
- ottenere il rispetto del proprio ruolo tecnico;
- uso del proprio ascendente per fini personali.
Le motivazioni collettive (di squadra)
Obiettivi:
- partecipazione spontanea e collaborazione;
- comunicazione con i compagni improntata sulla generosità;
- instaurarsi dei legami affettivi;
- rispetto delle decisioni del gruppo;
- perseguimento degli obiettivi di squadra.
c) Il profilo psicologico del calciatore
Il calciatore, in quanto facente parte di un gruppo di lavoro
caratterizzato da obiettivi individuali che devono confluire in
quelli collettivi, sotto l’aspetto del comportamento psicologico,
riassume tutte le caratteristiche dello sportivo dei giochi
collettivi. Prendiamo in considerazione i gruppi umani: potremmo sia
riunire un certo numero di individui in un ambiente di lavoro, sia
riunire dei giocatori in una squadra sportiva all’inizio
dell’annata. In entrambi i casi constatiamo l’assunzione dei
seguenti ruoli essenziali:
- un leader;
- un vice – leader;
- il gruppo dei gregari;
- il goliardico;
- il capro espiatorio;
- l’outsider;
- il sindacalista.
Ma senza ombra di dubbio le figure principali che influenzano
maggiormente il carattere predominante del gruppo squadra, sono
quella del leader positivo e quella del leader negativo;il primo,
trascinatore, vincente per natura ed in grado di condizionare spesso
positivamente l’intero gruppo di lavoro; il secondo, spesso in
conflitto con il primo, ricettacolo di ansietà e paura della
sconfitta. Le figure vanno gestite con intelligenza affinché
l’allenatore possa favorire l’incanalamento di entrambi verso gli
obiettivi della squadra.
Il leader negativo ( la paura dell'insuccesso)
Chiunque faccia sport, o l’abbia fatto, sa che il sentimento
predominante prima e durante la gara, è la paura di perdere. Una
paura razionale e ragionevole, perché lo sport è come un esame: puoi
prepararti quanto vuoi, ma c’è sempre il rischio dell’imprevisto,
della distrazione, della sfortuna, dell’incidente. Ma la paura di
perdere non ha senso, visto che non esiste gara o sfida in cui non
si partecipi con l’intento, la speranza, la volontà di vincere.
Quando un sentimento non ha senso razionale, la sua spiegazione va
ricercata nell’inconscio. Il successo sportivo è influenzato da vari
fattori: classe, preparazione, fortuna, ma anche, e soprattutto,
dalla determinazione con cui si perseguono gli obiettivi. Nel calcio
si dice che il dodicesimo giocatore in campo è il pubblico, a
dimostrazione di quanto conti il supporto dei tifosi. Ma c’è pure un
dodicesimo avversario: l’ansia, spauracchio di ogni atleta. La
definizione dell’ansia è “un sentimento penoso di pericolo imminente
ed ignoto”. La gara è ansiogena per definizione, non si sa mai che
cosa può accadere. La gara è come l’esame: ne ha paura pure il più
preparato. Un po’ di ansia l’abbiamo avuta o l’abbiamo tutti. Quel
che è importante è mantenere il giusto grado di ansietà da tramutare
in giusta tensione sportiva (possibilmente vincente). Nel gestire
tali fenomeni l’allenatore deve essere il primo a saper trasmettere
la giusta tensione emotiva, priva di patos e di energie negative,
evitando in tal modo che l’ansia fisiologica diventi deleteria e
patologica. “ La squadra forte emotivamente si giudica da come
affronta le difficoltà ed i momenti di crisi” d) L’allenatore:
fulcro della motivazione di squadra I gruppi sportivi e, nel nostro
specifico caso le squadre di calcio, ben lungi dall’essere realtà
statiche, sono entità in continuo fer-mento. Come sappiamo le
squadre si costituiscono in seguito all’assemblaggio dei giocatori
da parte delle società sportive. Ogni società, in base alle proprie
capacità di discernimento tecnico ed alle proprie possibilità
economiche e organizzative riunisce dei giocatori che poi
costituiranno la rosa della squadra. È scontato e risaputo che la
fase relativa alla costituzione di una squadra sportiva dipende
essenzialmente da:
1) motivazioni di mercato (compravendita di giocatori, legata anche
alla persuasione e disponibilità economica delle società
stesse);
2) motivazioni di amicizia e/o di conoscenza tra i giocatori e i
dirigenti della società sportiva (ivi compresi i rapporti
professionali con i vari procuratori);
3) motivazioni di attaccamento alla maglia e ai colori delle società
calcistiche (in verità caso sempre meno frequente);
4) motivazioni di soddisfazioni tecniche (ovvero, il livello tecnico
della squadra ed i suoi obiettivi possono essere da stimolo per il
soddisfacimento delle ambizioni del giocatore). Il ruolo
dell’allenatore è senz’altro uno dei più discussi e difficilmente
definibili, di certo è quello superficialmente più criticato e
discusso, ma intimamente è quello più apprezzato.
L’allenatore è un punto di raccordo della squadra e ad egli spetta
fondamentalmente la razionalizzazione dei fini operativi ed il
rendere possibili le varie aspirazioni di tutti i componenti della
Società Sportiva. Egli deve far coniugare le proprie motivazioni con
quelle dei singoli componenti la squadra, oltre a dover spesso
rispettare e cercare di realizzare i programmi, gli obiettivi e le
aspettative della Società. L’allenatore assume pertanto (e sovente)
in sé diverse funzioni, spesso in antitesi, che sono essenzialmente:
- osservatore;
- organizzatore;
- tecnico;
- politico;
- educatore;
- leader;
- gestore dei leader di squadra;
- giudice;
- capro espiatorio;
- moderatore;
- uomo leale;
- uomo cinico;
- mediatore;
- psicologo.
Le motivazioni intrinseche dell’allenatore devono estrinsecarsi ed
unirsi a quelle della squadra in un legame reciproco e coattivo.
L’allenatore, nei giochi collettivi, deve favorire la coesione del
gruppo e far si che le motivazioni individuali si uniscano verso uno
scopo comune. Lo scopo comune corrisponde al confluire di
significati ed energie, in cui la soddisfazione dei bisogni
personali è intesa come mezzo e non come fine. Ed in tale ottica,
appare determinante la figura dell’allenatore, vero e proprio
catalizzatore e collante di tali singole energie che unite insieme
sprigioneranno la potenza del gruppo - squadra. I fattori che
determinano la coesione del gruppo sono rappresentati da una
moltitudine di elementi affettivi, sociali ed operativi, ovvero:
La disponibilità sociale, intesa come condizione in cui si hanno
degli scambi reciprochi, imperniati su un continuo dare e ricevere
senza tenere una “contabilità” che misuri ciò che riceviamo o ciò
che doniamo in termini di socialità. La disponibilità sociale è il
pilastro su cui poggiano tutti i rapporti umani e, nel nostro caso,
diviene la saldezza dello spirito di squadra. La comunicazione, in
quanto il potersi esprimere liberamente ed in un ambiente sereno è
il presupposto di base per instaurare un solido rapporto. Dobbiamo
stimolare i singoli componenti a comunicare con gli altri le proprie
opinioni e sentimenti, affinché tutti si sentano partecipi degli
obiettivi comuni. La conoscenza, ovvero il favorire un ambiente in
cui ognuno senta il bisogno spontaneo di farsi conoscere oltre che
di conoscere gli altri. La reciprocità, in quanto tutti devono
rivivere le situazioni degli altri e provare anche ruoli tecnici
differenti. La soddisfazione delle motivazioni individuali, in
quanto, come detto, ognuno, pur rientrando nei fini di squadra, deve
trarre l’appagamento della spinta motivazionale personale. La
soddisfazione delle motivazioni collettive, attraverso il graduale
raggiungimento degli obiettivi prefissati (siano essi
tecnici/tattici/di risultato). Riconosciamo, però, che è comunque
giusto che lo sport professionistico sia spietato e in certi casi
addirittura senza cuore (dal momento che lo è anche la vita di tutti
i giorni). È allora evidente che l’attività dei giochi sportivi
nell’adulto in generale, e nel professionista in particolare,
diviene a mano a mano sempre più utilitaristica. Il crescere e il
divenire adulti, come tutti sappiamo, non comporta solo
soddisfazioni e assenze di difficoltà, ma richiede ineluttabilmente
di imparare ad accettare le delusioni, le insoddisfazioni e le
contrarietà che il vivere riserva ad ognuno di noi. Non esistono
fallimenti: le difficoltà sono un’opportunità da sfruttare per il
miglioramento, ovvero devono intendersi momenti di crescita
individuale e collettiva.
La valorizzazione delle risorse umane
Ognuno di noi, che è stato componente di una squadra sportiva, avrà
potuto assistere a casi di giocatori che non riuscivano a
contribuire come potevano, nonostante i propri mezzi fisici,
tecnici, tattici e caratteriali, alla causa della squadra. Gli
stessi individui “inespressi”, cambiando Società Sportiva (semmai
dopo essere giunti in una squadra di livello superiore solo per
motivi di prestito o altri diversi dalle scelte tecniche), hanno poi
dimostrato di essere dei giocatori fondamentali, sorprendendo ogni
aspettativa. Questi casi a prima vista appaiono illogici, dato che
un giocatore che non rende in una squadra di una data categoria,
come può divenire “uomo squadra” in una categoria superiore? In ogni
caso ciò è proprio quanto si verifica con una certa frequenza!
Inversamente, può anche succedere che giocatori di buona levatura,
passando nelle categorie inferiori, risultino essere decisamente
deludenti. Se noi osserviamo questi, apparentemente inspiegabili,
rendimenti dei giocatori (inseriti in diverse realtà di squadra),
dobbiamo riconoscere che i fattori di gruppo e ambientali sono stati
decisivi nel determinare l’estrinsecarsi o, al contrario, l’inibirsi
dei giocatori. Sebbene ogni realtà di squadra abbia dei caratteri
propri, è possibile distinguere dei valori e dei principi che per
certi versi guidano il costituirsi dei rapporti e, più in generale,
il costituirsi delle dinamiche socio-affettive. Un gruppo sportivo
si definisce tale quando i singoli non agiscono come singole entità,
ma esprimono la propria “voce” con coralità. Inoltre il gruppo non è
statico, ma è una realtà in continuo fermento, che si sviluppa,
raggiunge un suo apice e, se non si rinnova, si disgrega e muore.
Ciò riporta ad un tema cruciale per la competitività delle
organizzazioni di squadra: la valorizzazione delle risorse umane,in
una prospettiva di qualità collettiva. Per assicurare il massimo
impegno da parte di ogni singola persona, all’interno di un
qualsiasi gruppo di lavoro, occorre acquisire consapevolezza circa
il fatto che prima di “fare” qualità occorre e bisogna “essere”
qualità. Infatti, mentre il “fare” di ogni singolo individuo si basa
su personali conoscenze e abilità specifiche, “l’essere” parte
integrante di un gruppo squadra si fonda su valori che devono essere
profondamente condivisi e su atteggiamenti mentali positivi. Per
trovare una perfetta integrazione tra il “fare – individuo” ed
“essere – squadra” di qualità occorre un profondo cambiamento
culturale: si deve creare una vera e propria cultura della qualità.
Ciò può realizzarsi solo se le persone sono portatrici, prima di
tutto nella loro individualità, di una forte tensione verso il
miglioramento continuo. Si deve pertanto partire dalla qualità
personale, il cosiddetto lato umano della qualità, se si vuole
costruire un team vincente, affiatato, competitivo e sempre motivato
alla qualità. Occorre allora costruire un gruppo fondato sui valori,
piuttosto che sulle procedure: tale nuovo progetto (fondato sulla
valorizzazione dell’individuo quale presupposto e componente di base
del gruppo - squadra) deve consentire ad ogni individuo ampia
libertà d’azione, una volta assicurata la sua condivisione del
concetto di “qualità” e dei “valori”. Solo così il gruppo-squadra
può divenire rapido nell’apprendere e nell’agire, capace quindi di
decodificare, interpretare ed apprendere il significato di ogni
segnale inviato dall’allenatore e di agire di conseguenza: questo è
un sistema caratterizzato da pro attività e non da reattività.
Ovvero agire preventivamente a favore di una attività imperniata sui
valori e sulla qualità, piuttosto che reagire istintivamente ed in
modo non programmato (con tutti rischi del caso) alle avversità che
ogni percorso ci riserva. La conclusione a cui si deve arrivare
implica che per ottenere un gruppo di lavoro, un team, una squadra
improntata su valori di qualità sempre maggiore, bisogna sapere come
valorizzare le risorse umane (e non semplicemente come gestirle).
L’era della gestione risorse umane è finita: le persone si
valorizzano e quindi si ispirano a produrre qualità. Non possono
essere motivate e gestite standardizzando il modo di comunicare, di
agire, di pensare;
ognuno ha già dentro di sé la propria personalissima motivazione. Si
tratta, dunque, non di uniformare ogni motivazione individuale, in
modo asettico o addizionale, ma di armonizzare, perfezionare,
conglobare e moltiplicare ogni motivazione individuale in un assieme
di forze altamente qualificanti ed in grado di rendere compatibili
le mete individuali e collettive, consentendo, in tal modo, il
perseguimento degli obiettivi collettivi.
Conclusione
“Gli allenatori di calcio moderno devono imparare a guidare la
squadra fornendo una visione che rappresenti qualcosa di nuovo,
diverso, unico, ricco di sfida e per questo irresistibile. Non a
caso, le forze trainanti del modello europeo della qualità sono la
leadership (l’allenatore) e la visione (il progetto della Società).
Ne consegue che l’allenatore deve essere costantemente teso a
favorire una progressiva convergenza fra il progetto e gli obiettivi
della Società (visione) e il progetto di vita di ogni individuo
componente il team, il gruppo, la squadra (nessuno escluso!),
consentendo così di trasformare la visione stessa in realtà.” -
Ubaldo Righetti.
Bibliografia
CAMPIONE PERCHE’ (A. Ramello - BBE Editore);
TEORIA, TECNICA E DIDATTICA DEI GIOCHI DI SQUADRA (M. Bon-fanti -
Libreria dello Sport);
SPORT E PERSONALITA’ (E. Thill - Armando Editore);
ATTIVITA’ MOTORIE E PROCESSO EDUCATIVO (P. Sotgiu - F. Pellegrini -
Società Stampa Sportiva Roma);
LETTURE DI PSICOLOGIA SPORTIVA (F. Antonelli - Luigi Pozzi Editore);
LO SPOGLIATOIO - Le Dinamiche di Gruppo nei Giochi di Squadra (Mazzali
- Koala Libri Editore);
LA PERSONALITÀ DEL GIOVANE PORTIERE (Carta - Il Notiziario Settore
Tecnico Coverciano n.6/99).
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