|
|
 |
|
|
|
La gestione del dolore nella riabilitazione sportiva |
|
|
|
Autore:
Lisa Buehler
| Fonte:
psymedisport.com |
|
|
 |
|
|
|
|
|
|
Master Online in psicologia dello Sport
Problematiche, paure e limitazioni dell’atleta che lotta con i
postumi di un infortunio.
Esempio di intervento. A cura di Lisa Buehler |
|
|
 |
|
|
|
Considerazioni generali |
|
|
|
|
 |
|
|
|
|
|
|
L’infortunio e il dolore fanno parte del mondo dello sport. Non
esiste sportivo che nella sua carriera non abbia dovuto lottare
contro il dolore o con un infortunio, sia esso banale, come una
distrazione muscolare, una slogatura, o più serio, come nel caso di
lesioni muscolari o fratture ossee.
L’infortunio può avere varie cause:
mancanza di allenamento adeguato, movimento improvviso ed
incalcolato, perdita di equilibrio, aggressività e tensione
dell’atleta che lo rendono rigido, sovraccarico d’allenamento e
situazioni esterne come fattori meteorologici o terreni da gioco
sconnessi o comunque non idonei, materiale scadente od inadatto.
L’atleta che incorre in un infortunio si trova a dover affrontare
una situazione del tutto inattesa (a meno che non si tratti di
lesioni dovute a stress o sovraccarico che potevano essere evitate).
Questo può cogliere impreparato il giocatore, che non riesce ad
accettare quello che è successo, deve ridimensionare la sua idea di
infallibilità riconoscendo di essere limitato, impotente, di avere
un fisico che pone delle barriere.
Questo provoca reazioni di rabbia, tristezza, depressione, senso di
colpa (verso se stesso o terze persone), non accettazione
dell’accaduto e in seguito rifiuto di seguire un programma di
riabilitazione e infine porta l’atleta a chiedesi costantemente se e
quando sarà possibile ritornare a giocare e con quali risultati.
Queste reazioni sono assolutamente normali e comprensibili, fanno
parte del nostro modo di reagire ad un cambiamento inaspettato e
variano molto a seconda della personalità dell’atleta, della gravità
dell’infortunio (percepita dall’atleta!), dal periodo agonistico nel
quale accade e pure dal fatto che sia o meno il primo infortunio che
la persona si trova a dover affrontare.
Il rapporto con il dolore e con i propri limiti fisici possono però
essere ingigantiti dall’atleta ipocondriaco o caratterialmente
apprensivo, come da terze persone che hanno influsso sulla persona e
che possono influenzare le sue percezioni. Il dolore è
l’informazione che il corpo ci trasmette per segnalare che qualcosa
non va, è un campanello di allarme che ci consiglia o obbliga a
fermarci e a non sforzare la parte lesa. Di varia intensità può
essere sopportabile o lacerante, fino allo svenimento.
L’atleta, come l’essere umano in generale, attribuisce una relazione
diretta tra gravità e intensità del dolore: più il dolore è forte
più l’infortunio è grave, quando il dolore sparisce si è guariti.
Il dolore, percepibile, può essere di tre tipi:
- Il dolore improvviso e riconducibile ad una disfunzione o ad un
problema fisico reale, spesso visibile, “Direct or Indirect Injury
Pain”
- Il dolore di routine o “Performance Pain”: quello che deriva da
uno sforzo fisico in allenamento e che segnala all’atleta che sta
lavorando, bene o male. Spesso questo tipo di dolore è percepito in
modo positivo dall’atleta poiché è riconducibile ad un allenamento
intenso.
- Il dolore psicosomatico: a volte il dolore è un segnale inconscio
di insicurezza e di paura, un meccanismo di difesa che nasconde un
disagio e non è più direttamente quel campanello di allarme che ci
indica un problema fisico concreto. Anzi, spesso l’atleta è guarito
perfettamente, ma continua a sentire dolore.
Quando l’atleta si trova in una situazione di disagio, di grande
paura per la sua incolumità, di sofferenza fisica, egli può avere
una visione distorta della realtà, che può avere effetti
psicosomatici che si esprimono in paure, fobie e provocare
alterazioni della percezione del dolore, che in alcuni casi può
anche ingigantirsi e diventare cronico.
La paura di ritornare a giocare, di infortunarsi nuovamente può
diventare così forte da non permettere all’atleta di tornare in
campo e, in molti casi, porta alla decisione di sospendere
definitivamente l’attività sportiva praticata. In casi meno seri
l’atleta torna a giocare ma visibilmente impacciato e limitato nella
prestazione, con i relativi risvolti psicologici e motivazionali.
Questi casi sono abbastanza comuni per chi si trova a lavorare con
atleti in fase di recupero e riabilitazione. Nella mia piccola
esperienza ho incontrato casi di atleti bloccati dalla paura di
rifarsi male, che lottavano con dolori cronici e con problemi di
motivazione. Ogni caso ha la sua particolarità e le sue
problematiche, ma tutti hanno una base simile: la paura del dolore.
Per noi la sfida più grande è capire con quale tipo di dolore
l’atleta stia combattendo e come aiutarlo a vincere le sue paure.
Voglio esporre qui di seguito un caso che sto seguendo da qualche
tempo e che tocca
proprio questo problema. |
|
|
 |
|
|
|
Presentazione del caso concreto |
|
|
 |
|
|
|
|
|
|
|
|
particolarmente in contatto con società calcistiche e i relativi
giocatori e le mie esperienze si riconducono quindi a questo
ambiente sportivo. Espongo qui di seguito il caso di L., un ragazzo
25enne, calciatore, che ho avuto modo di conoscere a fine anno.
Lavoro una-due volte a settimana per una squadra di calcio di lega
minore: il mio compito è fornire una preparazione differenziata e
specifica per i giocatori che hanno bisogno di migliorare alcune
qualità atletiche o, come spesso capita, seguire i giocatori che
rientrano dopo un infortunio fornendo un giusto programma di
riabilitazione. Questo significa lavorare con un numero ristretto di
atleti, da 4 a 6, situazione che mi permette di stare a stretto
contatto con loro e quindi poterli conoscere molto bene.
L. è un giocatore che ha giocato in squadre di medio - alto livello
fino a due anni fa, è infatti un ottimo elemento sia per prestanza
fisica sia per la precisione tecnica.
Purtroppo poi durante una partita è stato vittima di un brutto
infortunio, rottura di tibia e perone, e da quel giorno è iniziato
per lui un cammino sempre in salita. Inizialmente le complicazioni
sono state fisiche: la tibia si è saldata correttamente mentre il
perone continuava a dare problemi, fino a quando, dopo qualche mese,
ha dovuto sottoporsi ad
intervento chirurgico per inserire una placca che permettesse al
perone di guarire correttamente. Naturalmente questo ritardava il
suo ritorno in campo e la possibilità di allenarsi. Un lungo periodo
di fermo, quasi un anno in totale, non ha però diminuito la sua
voglia di tornare a giocare.
Dopo un periodo di fisioterapia ha potuto riprendere ad allenarsi,
in concomitanza con l’inizio della preparazione per la nuova
stagione.
Una catastrofe, per dirla con le sue parole. Dolore, muscolatura
accorciata, problemi di coordinazione ed equilibrio. È bastata una
corsa sull’asfalto per riacutizzare i dolori e per metterlo
nuovamente in fermo forzato.
Nuovamente radiografie, visite mediche, plantari… e una scelta
difficile: lasciare la società calcistica per entrare in un’altra,
nettamente minore, dove i compiti e gli impegni erano più blandi e
dove avrebbe potuto riprendere con più calma e dove nessuno gli
avrebbe messo fretta. Naturalmente doveva essere una situazione
temporanea, la stagione successiva sarebbe tornato ad alti livelli.
Purtroppo anche nella nuova squadra la situazione non è migliorata,
i problemi e il dolore erano sempre presenti, permettendogli di
allenarsi a scaglioni e di giocare solo alcune partite, mai
complete.
Una situazione che dura da due anni. Da inizio anno il suo
allenatore l’ha affidato a me per vedere di trovare una possibile
soluzione ai suoi problemi che nessuno finora aveva saputo gestire.
L. è un ragazzo molto riflessivo, caparbio, apparentemente
estroverso ma in alcuni casi riservato, chiuso, a volte scontroso
quando gli si fa un’annotazione che non sia di elogio. Ama giocare a
calcio, si impegna e sa di essere un ottimo giocatore. Quando mi
sono interessata al suo caso mi ha letteralmente sommersa di
informazioni, su quello
che ha passato, su cosa gli è stato detto dai medici, mi ha spiegato
dove sente dolore, quando, ecc con una sorta di sarcasmo quasi
esasperato. Mi ha ripetuto più volte che ormai la situazione è
questa, che non si può più cambiare, che l’età avanza e che a certi
livelli non si torna più, ora si gioca per divertimento… Ma non
credo che L. riesca comunque a divertirsi.
Vista la situazione e tutti i tentativi andati male in precedenza ho
deciso di rimettere L. in fermo per permettergli di rilassarsi tre
settimane, periodo nel quale gli ho chiesto di non fare sport per
consentire ai muscoli di rilassarsi e nel frattempo di seguire una
cura antinfiammatoria locale (gli stinchi erano veramente molto
infiammati). “prendila come
una vacanza” gli ho consigliato, perché poi ci sarebbe stato da
lavorare seriamente per ottenere dei risultati.
Dai primi allenamenti con L. ho subito capito che il suo problema
fisico era reale, ma la parte che acutizzava i suoi dolori e la sua
incostanza era la testa: un eccessivo autoascolto, una continua
paura di farsi male che lo limitava nei movimenti e nella
scioltezza, anche solo nella semplice corsa. I problemi di mancanza
di preparazione (mancanza di fiato, fatica, poca resistenza..) lo
demotivavano andando a peggiorare la situazione.
In questa situazione ho capito che L. aveva bisogno qualcosa di più
di un programma di riabilitazione fisica, ma andavano affrontati dei
problemi a livello mentale per superare le sue paure. |
|
|
 |
|
|
|
L'intervento |
|
|
|
|
 |
|
|
|
|
|
|
Il
protocollo di intervento appreso prevede:
• valutazione psicodiagnostica (utile per conoscere le
caratteristiche
psicologiche generali dell’individuo infortunato, quelle
sport-specifiche e le
risposte emotive - cognitive dell’atleta all’infortunio ed al
processo di
riabilitazione)
• Goal setting
• Positive Thinking
• Tecniche di rilassamento
• Imagery riabilitativa (per ridurre la paura e la negazione del
dolore ed
incrementare la sensazione di controllo)
• Self talk (dialogo interno, finalizzato all’incremento del
controllo del
comportamento). Utilizzo di parole-stimolo mirato a favorire
l’ottimizzazione dell’esecuzione del gesto tecnico, dell’autoefficacia,
del
livello ottimale di performance e del recupero.
Ho deciso di mettere in pratica con L. questo modello di intervento
ed espongo qui di
seguito come ho agito e con quali risultati. |
|
 |
|
|
 |
|
|
|
|
|
|
|
Valutazione psicodiagnostica |
|
|
 |
|
|
L.
era fermo da molto tempo e visibilmente teso e poco agile nei
movimenti. Gli ho sottoposto la tabella delle aree di tensione, per
vedere e renderlo consapevole delle sue zone di tensione e del
dolore.
I risultati di questa sono stati molto chiari: la tensione era
fortemente avvertita agli arti inferiori, polpacci e tibiali (la
zona dell’infortunio e dei dolori durante gli allenamenti), schiena,
spalle e mascella. Questa tensione era molto visibile anche in
campo: spesso L. si fermava per toccare i muscoli degli stinchi
doloranti. Anche nella corsa e nei movimenti con la palla L.
risultava bloccato, molto “legnoso” e visibilmente teso. La tensione
alle spalle e alla mascella è da interpretare come un segnale di
tensione nervosa, di rabbia inespressa o stress emotivo, che viene
accumulato, appunto, a livello di spalle, collo, mascella e testa.
Ho sottoposto inizialmente a L. anche il test dell’inventario
psicologico della prestazione, per conoscerlo meglio e per capire
che tipo di atleta fosse. Un test riuscito, che mi ha confermato che
L. è un atleta molto consapevole di se stesso, ha una fortissima
autostima (83%), ha buone doti immaginative (70%) ed è un atleta che
sa trovare un buono stato di concentrazione durante la partita
(83%).
I valori invece relativi alla motivazione (45%), all’atteggiamento
(53%) e all’energia positiva (40%) sono tutti molto scarsi e
denotano che L. si trova in un momento difficile, dove fatica a
vedersi come atleta capace di ritornare ad ottimi livelli e quindi
perde la voglia di allenarsi e quindi di trarre motivazione e
divertimento dal suo sport. Allenarsi è diventato per lui un peso,
un momento dove per forza deve lottare contro qualcosa che ritiene
più grande di lui. Pensa che difficilmente le cose cambieranno e
spesso si demoralizza subito al primo piccolo problema.
L’autostima resta però forte, L. è molto legato alla sua figura di
ottimo giocatore prima dell’infortunio e penso sia un vantaggio da
sfruttare, lavorare su un’immagine forte e vincente che lui ha di se
stesso può aiutarlo a trovare la forza e la voglia di arrivarci di
nuovo.
Infine ho chiesto a L. di rispondere alle domande dell’ IBQ. Il test
mi è servito come conferma: L. è un soggetto che tende facilmente
all’ipocondria e si preoccupa molto per la sua salute. Ha qualche
difficoltà ad esprimere le emozioni e risulta leggermente ansioso
riguardo al suo stato fisico. Malgrado questa situazione L non
sembra provare sentimenti relativi ad ansia e rabbia. Credo che
questo ultimo valore sia poco indicativo in quanto sia nella tabella
delle aree di tensione che i dati del IBQ relativi alla difficoltà
di esprimere i propri sentimenti personali lasciano capire che L.
sta attraversano un momento difficile, dove ansia, stress e rabbia
esistono, anche se restano inespressi o volutamente nascosti. |
|
|
 |
|
|
| Goal
setting |
|
|
 |
|
|
|
|
Il
protocollo di intervento appreso prevede:
• valutazione psicodiagnostica (utile per conoscere le
caratteristiche
psicologiche generali dell’individuo infortunato, quelle
sport-specifiche e le risposte emotive - cognitive dell’atleta
all’infortunio ed al processo di
riabilitazione)
• Goal setting
• Positive Thinking
• Tecniche di rilassamento
• Imagery riabilitativa (per ridurre la paura e la negazione del
dolore ed
incrementare la sensazione di controllo)
• Self talk (dialogo interno, finalizzato all’incremento del
controllo del
comportamento). Utilizzo di parole-stimolo mirato a favorire
l’ottimizzazione dell’esecuzione del gesto tecnico, dell’autoefficacia,
del
livello ottimale di performance e del recupero.
Ho deciso di mettere in pratica con L. questo modello di intervento
ed espongo qui di
seguito come ho agito e con quali risultati. |
|
|
 |
| |
Obiettivi a breve termine |
Obiettivi a medio termine |
Obiettivi a lungo termine |
|
1. elaborare l’infortunio e allenarsi senza
dolore |
1. Lavorare su se stesso
per creare un immagine
forte e vincente (positive
thinking) |
1. recuperare una buona
condizione fisica di base |
|
2. migliorare la fiducia
nelle proprie possibilità |
2. Riprendere confidenza
nel gesto tecnico (imagery
e self talk) |
2. Fare una preparazione
specifica |
|
3. gestire ansia e paure
in campo (diminuire
l’eccessivo autoascolto con
i cambi di attenzione) |
3. Riprendere
graduatamente
a giocare |
3. Tornare a giocare in
una squadra di buon
livello |
|
|
|
|
|
|
Interessante negli obiettivi a breve termine è come sono riuscita ad
aiutare L. a gestire la sua eccessiva attenzione e quindi
permettergli di concentrarsi unicamente sull’esercizio. Ho notato
che il rilassamento distensivo progressivo non aiutava L. ad essere
più disteso in campo, ma lo vedevo sempre molto, troppo, concentrato
sui movimenti. Sicuramente era migliorato, aveva più fiducia e
motivazione, ma la paura di prendere una storta, di perdere
l’equilibrio o di incappare in un movimento sbagliato lo bloccavano
ancora. Poi mi sono accorta che forse anche io facevo lo stesso suo
errore.
Ho quindi deciso di abbattere le sue convinzioni, di abbassare, in
modo indiretto, l’apprensione per il suo dolore, per il suo problema
fisico, e di portare la sua concentrazione sulla preparazione
atletica e tecnica, in modo molto professionale.
Inizialmente mi preoccupavo molto di chiedergli come stesse, se
avesse male, ero io a ricordargli di fermarsi se non se la sentiva,
senza rendermi conto che non facevo altro che aumentare il suo
autoascolto, mostrandomi io per prima, insicura.
Un segno concreto del suo disagio (dolore) era quello di piegarsi e
di passarsi le mani sugli stinchi: per me era il segnale che stava
forzando troppo e mi regolavo di conseguenza. I risultati erano
minimi.
L’ho fatto sottoporre, una volta in più, ad alcuni semplici test in
presenza di un fisioterapista che ha controllato il suo stato senza
riscontrare nessun problema evidente, ne osseo ne circolatorio (L.
continuava a dire che, per lui ,era un problema di circolazione il
fatto di aver dolori ai muscoli degli stinchi).
Dall’allenamento successivo ho smesso di chiedergli se avesse male,
non ho reagito quando si fermava a toccare gli stinchi, anzi lo
richiamavo o facevo in modo di distrarlo. Ho iniziato a finalizzare
gli allenamenti, L. ha lavorato molto bene e con visibile impegno,
mi ripeteva che gli allenamenti erano stimolanti e che lo trattavo
da professionista, cosa per lui molto motivante. Abbiamo cercato di
lavorare molto sulla coordinazione e sull’agilità, creando esercizi
e percorsi di buon livello ed intensità, dove la concentrazione era
massima e focalizzata su altro e quindi il tempo per pensare ai
movimenti o ad altro era nullo, tutto doveva diventare
automatizzato, come una volta.
Con questi allenamenti L. entrava spesso in uno stato di flow. Un
esempio di questi esercizi è lo spostarsi in brevissimi tempi su
vari demarcatori disposti in campo, con e senza palla, dove i
comandi venivano dati in breve tempo e con indicazioni che
utilizzavano come riferimento i punti cardinali e non i colori o il
destra-sinistra, molto più diretti e ai quali siamo abituati. Il
dover ragionare sul tipo di spostamento, dove andare, quando
prendere la palla e orientarsi tra i punti cardinali ecc occupavano
totalmente la mente di L. che per essere veloce non poteva più
pensare ai singoli movimenti, che dovevano per forza di cose
automatizzarsi. Un successo!
Quando veniva a lamentarsi per qualche problema (mi fa male qui, mi
tira quel muscolo, sento le articolazioni deboli, ecc) gli
rispondevo che era una cosa normale, che gli allenamenti servivano
proprio per rinforzare e rimettere in sesto quello che non andava e
che non si doveva preoccupare troppo, ne ascoltare troppo il dolore,
a meno che non fosse pungente o improvviso. Questa mia sicurezza lo
rendeva più tranquillo.
In sei allenamenti ho ottenuto più risultati del lavoro svolto in
tutto il mese precedente. L. viene volentieri agli allenamenti, non
si lamenta più di particolari problemi, dice di sentirsi in forma e
che pian pianino i muscoli diventano più morbidi e sciolti.
Al momento i carichi in allenamento sono alti ed intensi e nessun
problema si manifesta. Fisicamente L. sta bene, si sente carico e
mette il massimo impegno in quello che fa. Frasi come “è da tanto
che non mi alleno così” o “neppure in prima lega facevo queste
cose”, “quando è il prossimo allenamento?” Sono per me segni
positivi che indicano rinata motivazione e voglia di fare. |
|
|
|
|
|
|
 |
|
|
|
Positive thinking e self talk |
|
|
 |
|
|
|
|
Con
L. abbiamo anche in questo caso fatto una lista di tutti i pensieri
negativi che passano nella sua mente durante gli allenamenti e pure
durante la giornata. Li espongo nell’ordine di come L me le ha
consegnati:
1. So che se faccio questo esercizio poi sentirò male2. Non tornerò
più al livello di prima, è inutile
3. Sono teso, non mi sento sciolto abbastanza per allenarmi al 100%
4. Sento le caviglie deboli
5. Il mio fisico è fragile, basta poco e mi posso fare male
6. Se mi rifaccio male?
7. Sono due anni che non ottengo risultati, sono stanco
8. A 25 anni sono rotto, forse è il caso di smettere del tutto,
ormai non sfondo più
9. Sono stanco e svogliato, non trovo la motivazione che vorrei
I tre pensieri più ricorrenti sono quelli che ho evidenziato in
grassetto.
Questo esercizio ha fatto bene a L. perché lui stesso non si rendeva
conto, prima diprestarci attenzione, a questi pensieri e alla
frequenza nella quale gli passano nella mente. Questo gli ha fatto
capire come effettivamente la sua paura principale ed inibente, è
quella di farsi male e di sentire dolore.
Abbiamo parlato più volte del suo dolore, gli ho chiesto di
descriverlo e poi di capire con lui di come sia un dolore diverso da
quello dell’infortunio in sé. Ho dovuto insistere più volte con lui
sul fatto che ora la sua gamba è saldata e che non basta una
semplice caduta per rompere nuovamente un osso. Per questo è servita
molto l’imagery, che espongo da qui a breve.
Fortunatamente con la diminuzione dell’autoascolto, di un po’ di
massaggi e con l’utilizzo di creme locali per aiutare i muscoli a
smaltire il lavoro fatto, il dolore è diminuito fino a scomparire, è
rimasto naturalmente il dolore da carico, del fisico che ha
esercitato uno sforzo, ma L. ha imparato a distinguere le due
tipologie di algia e quindi il dolore post-allenamento non lo
preoccupa e non lo limita in allenamento.
I pensieri negativi sono diminuiti, non sono ancora spariti e non
tutti hanno ancora avuto il giusto relativo pensiero positivo, ma
con il miglioramento, allenamento dopo allenamento, L. comincia a
credere di poter fidarsi del suo corpo, lo mette lui stesso alla
prova e si sente di poter far molto bene. Io personalmente ho notato
un netto miglioramento nell’affrontare l’allenamento. Si propone di
più, non ha paura di provare, di buttarsi, di cadere. Ha cambiato
alcuni pensieri con:
1. sto lavorando nel modo giusto, sento che miglioro
2. mi sento sicuro a fare questo
3. ho voglia di allenarmi e di migliorare ogni volta un pochino
4. devo rimanere rilassato perché non devo affrontare niente di
difficile, so fare tutto quello che mi viene chiesto
5. se mi chiede di fare questo esercizio è perché ne sono
all’altezza, non devo preoccuparmi
6. vale la pena tentare
7. sono sempre un ottimo giocatore
Anche per quanto riguarda il self talk L. ha individuato dei
pensieri - guida che lo aiutano mentre si allena:
1. Sto andando alla grande, guarda come sono sciolto e coordinato!
2. Ce la posso fare, ne sono capace!
3. Questa volta lo faccio perfetto (l’esercizio o il tiro)!
4. Senti le mie gambe come viaggiano!
5. Sono una tigre, mi sento pieno di grinta!
6. Bravo L., esecuzione perfetta!
Io cerco di seguire questi pensieri e rafforzarli confermandogli che
è un ottimo giocatore, che la tecnica non l’ha persa, che è bello
guardarlo mentre si allena, che noto molti miglioramenti e non da
ultimo che noto il suo grande impegno. Questo è per lui molto
motivante e fonte di carica. |
|
|
|
|
|
|
 |
|
|
|
Imagery riabilitativa |
|
|
 |
|
|
|
|
L’imagery
riabilitativa è molto importante nella fase di guarigione e di
ripresa agonistica.
Divido in due tipi di imagery diversi:
la “recovering process imagery” e la “performance imagery”. In
questo caso mi soffermo sulla prima, in quanto la trovo più
interessante e perché sulla performance imagery abbiamo cominciato a
lavorare da poco e fortunatamente non sto riscontrando particolari
problemi.
La recovering process imagery , o imagery curativa, è a mio parere
essenziale nella prima fase della riabilitazione, quella più dura e
dolorosa da affrontare, per gli atleti quindi che hanno paura del
dolore, che si sentono deboli, che hanno paura di una ricaduta e che
non riescono ad accettare la guarigione effettiva e quindi non
vogliono ricominciare ad allenarsi, con scuse del tipo “è troppo
presto”, non mi sento ancora al 100%”. Questo succede spesso, tra
varie concause, perché l’atleta non dispone di conoscenze mediche o
riceve scarse o errate informazioni sul suo stato di salute.
Con L. ho sottolineato molto l’importanza di questo esercizio,
malgrado inizialmente per lui fosse strano dover lavorare
sull’immaginazione, visto che non l’aveva mai fatto in vita sua.
Con il mio aiuto e quello di un immagine illustrata, L. ha cercato
di immaginare l’interno della sua gamba. Sembra effettivamente un
esercizio “strano”, ma immaginare l’interno del proprio corpo e
riuscire ad immaginarlo sano, forte e perfettamente funzionante
riesce a dare molti risultati. Il bere latte che contiene calcio e
prendere l’integratore di vitamina B che aiuta il ripristino dei
tessuti muscolari, può essere immaginato visivamente. I tessuti che
si rigenerano, il calcio che va a rafforzare l’osso, stimola la
persona a vedere questa azione-effetto.
Il problema riscontrato è che L. immaginava la parte infortunata
come molto “rossa e infiammata” dicendomi anche “sento calore dentro
in quel punto, ci sono ancora i buchi neri della placca, c’e’ tanto
sangue” (cosa naturalmente impossibile a livello concreto!).
Questa era la sua immagine distorta, poiché al contrario il suo osso
era perfettamente saldato e i muscoli attorno perfettamente
ripristinati e nessun ematoma.
Abbiamo poi cercato di lavorare su questa immagine e mutarla, volta
dopo volta. Prima di tutto L. ha dovuto capire come fosse
inverosimile vedere i buchi dei chiodi dove gli era stata applicata
la placca e quindi ha dovuto abituarsi a toglierli dall’immagine per
riuscire a vedere l’osso saldato, perfettamente liscio ed uniforme.
Un trucco poi, un’idea nata così per caso mi ha dato una mano, e
questo spiega come anche delle banalità che ci circondano nella vita
quotidiana può aiutare e diventare spunti da integrare nel
programma. Lavoro nell’amministrazione di un grande magazzino e un
rappresentante è venuto a presentarci un nuovo prodotto per la cura
venerea delle gambe… che conteneva, come spesso capita, il mentolo.
Mentre parlava di sensazioni di freschezza, di sollievo ecc mi si è
accesa la lampadina. Perché non utilizzare un prodotto simile (ce ne
sono molte di creme e gel con effetto freddo nell’infermeria della
mia società!) proprio in concomitanza dell’magery? Avrebbe potuto
aiutare L. ad immaginare la parte infiammata come più rilassata,
distesa, fresca?
Certamente!!! E così è stato. Il rossore, il calore sono stati
rimpiazzati dalla sensazione di fresco del mentolo, e L. riusciva ad
avere un’immagine più sana e verosimile della sua gamba. Un placebo
certamente, ma molto utile. È rimasto ultile anche dopo perché a
fine allenamento l’ultilizzare quella crema defaticante aiutava L. a
sentire rilassati i muscoli e a smaltire prima l’effetto dell’acido
lattico e il suo fastidioso dolore. Se per lui questo diventava un
comportamento abitudinario che però gli conferiva tranquillità,
perché negarglielo se non aveva nessuna controindicazione specifica? |
|
|
|
|
|
|
 |
|
|
|
Risultati e benefici |
|
|
 |
|
|
|
|
I
risultati sono evidenti.
L., dopo due anni di problemi, si allena con costanza, non avverte
nessun tipo di dolore ed è nuovamente sciolto nei movimenti. È
motivato, la sua autostima e la voglia di riuscire sono ottime e da
ultimo ha nuovamente voglia di porsi obiettivi, non privi di
ambizione. La sua percezione di se stesso è esattamente come prima
dell’infortunio.
L’utilizzo dell’imagery e degli esercizi sul rilassamento e le zone
di tensione hanno aumentato la sua autoconsapevolezza e l’idea di
“poter controllare il suo corpo” invece che subirne i disturbi.
Il lavoro con L. non è cmq finito, continuerò a seguirlo,
soprattutto nella fase critrica di ripresa agonistica, a fine marzo.
Su questo ci sono ancora alcuni dubbi e tensioni, poiché il ritmo, i
movimenti in partita e la tensione, sono sempre differenti
dall’allenamento. Questa preoccupazione trapela saltuariamente in L.
in vista della ripresa del campionato, ma sicuramente dopo i primi
minuti in campo sarà in grado di gestire la tensione. Se non fosse
così lavoreremo anche in questo senso. |
|
|
|
|
|
|
 |
|
|
|
Conclusioni |
|
|
 |
|
|
|
|
l
fattore mentale è di principale importanza nel lavoro di
riabilitazione e non va sottovalutato.
Il calciatore che rientra in campo si trova confrontato ad
incertezze, dubbi, spesso al dolore e alla paura di rifarsi male e
cerca subito delle risposte positive dal suo corpo, che spesso non
arrivano immediatamente. Al rientro è molto frequente che il
calciatore sia costantemente concentrato su se stesso e sui
movimenti che compie, spesso cercando di non sforzare la parte
interessata dall’infortunio ma rischiando però così di perdere più
facilmente l’equilibrio, sollecitando eccessivamente altre parti del
corpo per “risparmiare” la parte più debole. È questa una reazione
istintiva e comprensibile ma che va corretta il prima possibile
poiché ricade facilmente in un comportamento abitudinario, con le
relative conseguenze negative come la perdita di coordinazione, di
agilità e la scarsa precisione tecnica.
Importante è aiutare il calciatore a concentrarsi sull’esercizio,
sulla tecnica d’esecuzione e non sui singoli movimenti, che devono
tornare automatici. Questo significa disegnare un allenamento che
richiede un bon livello di concentrazione e ritmo e trovare un
metodo efficace per gestire il focus attentivo dell’atleta.
Sottovalutare questo comunissimo problema è un errore molto
frequente ed è una delle principali cause che portano un giocatore a
non riuscire più ad esprimersi ai livelli precedenti l’infortunio,
anche dopo una perfetta e completa guarigione.
Sono purtroppo molti i calciatori, soprattutto nelle nostre leghe
minori, che dopo un infortunio non sono più in grado di esprimersi
ad un buon livello o che mostrano di avere dei blocchi
nell’esprimersi durante il gioco, dolori persistenti, problemi
tecnicocoordinativi o scarsa fluidità di movimento.
Tutte situazioni queste che pesano enormemente sul morale, sulla
voglia di giocare, migliorare e divertirsi e che troppo spesso
portano alla scelta del precoce abbandono agonistico da parte di
molte giovani promesse. |
|
|
 |
|
|
|
Contatta
l'autore
|
|
|
 |
|
|
|