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    Come lavora il cervello dell'allenatore  
    Fonte: Notiziario AIAC "L'Allenatore"

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    Autore: Aldo Zerbini  
 

 

Mi pongo una domanda che penso possa suscitare un certo interesse per la categoria, lo scopo è quello di delineare (lo spazio non è molto) un ventaglio di forme e prestazioni mentali degli allenatori nei loro impegni professionali. Come risolve un allenatore (il suo cervello) gli innumerevoli problemi che vengono incessantemente proposti dalle sfide calcistiche? Noi non sapremo mai come e quante risorse brucia il cervello di un allenatore e quante difficoltà incontrano i suoi processi mentali prima di risolvere un problema tra i tanti altri in fermentazione. Notiamo spesso, presso le panchine: “teste fumanti”, “narici che lanciano fiamme”, mascelle che masticano “problemi”. La riflessione può risultare utile per lo sviluppo della ricerca nelle neuroscienze, sui modi di performance mentale degli allenatori, a cui dovrà collegarsi il tema della formazione dei tecnici e a seguire quello dell’allenamento psicologico degli stessi (vedi mio articolo su “l’Allenatore” n. 3 del 2005). Sebbene i fenomeni calcistici diretti (sul campo) e quelli indiretti (fuori campo, senza pallone) sembrino somigliarsi nel tempo, in realtà nulla è ripetibile. Una società di calcio non è mai la stessa da un anno all’altro, cambiano (bastano solo pochi elementi del sistema per modificare il dinamismo generale): i dirigenti, gli allenatori e lo staff, i calciatori, i calendari, i media; le condizioni di una nazione. L’allenatore nel groviglio delle comunicazioni occupa una posizione centrale tra dirigenza e squadra, tra ambiente interno e quello esterno (città, pubblico, ecc.), tra il suo gruppo e quello avverso, tra episodi di calcio e arbitri.
Il suo cervello può essere equiparato ad una sfera (tra tante altre) con un foro per l’ingresso degli input (vale a dire i problemi) e uno per l’uscita degli output (le soluzioni). Un buon funzionamento si ha collegando i risultati ottenuti con i dati iniziali, in modo da aggiustare costantemente le decisioni.

A tal fine, un circuito di feedback oculato è indispensabile. L’intero processo di ricezione-trattamento - risoluzione dei problemi nonché la loro comunicazione all’esterno (ai destinatari suindicati) non avviene nel vuoto, ma si svolge dentro un rumore di fondo, composto dai soldi, dalle dichiarazioni di quello e il comportamento di quell’altro, dall’ansia di vincere ecc. Pertanto, alla quantità e al grado d’intensità dei problemi che si urtano all’interno della sfera, si aggiunge una grande quantità di interferenze esterne che portano il cervello di un allenatore ai limiti della sopportabilità. Facile, a questo livello di stress, capire come, ad esempio, un errore arbitrale possa produrre una dissonanza tale da non essere gestita in modo opportuno dalla mente di un allenatore.
Il tecnico è il fulcro degli allenamenti e dello spogliatoio: diventa, in modo più palese, corisolutore di problemi solo durante le partite, per il semplice fatto che non scende fisicamente in campo, ma lì ci vanno i “suoi” giocatori a cercare di risolvere le difficoltà. In talune circostanze concrete osserviamo una prima forma di risoluzione dei problemi: l’allenatore ha un’intuizione, cambia le posizioni in campo, o fa una sostituzione e le cose mutano improvvisamente a favore. Senza quasi rendersene conto, il cervello del mister arriva ad una sintesi della situazione, illuminandosi in lui la mossa più giusta. Il meccanismo attuatosi è assai diverso dall’impressione che scaturisce maggiormente da forti emozioni e non da quella dinamica profonda che, toccando tutte le sue qualità interiori, lo porta ad intuire la soluzione.

Il pensiero sincretico, superficiale e semplicistico, alla base delle “impressioni”, è la causa di tanti abbagli per un allenatore, che vengono poi nascosti da capri espiatori, colpe arbitrali continue, malasorte ecc., facenti parte delle cattive abitudini.
In un altro piano si colloca la soluzione dei problemi calcistici attraverso l’esperienza. Il processo mentale esperienziale è sempre una buona base (dà innanzitutto sicurezza), ma tale base dev’essere costituita da quantità, selezionata e organizzata, e qualità, ovvero formazione continua: solo in questa combinazione il pensiero produce progresso nelle decisioni. Spesso, tra i “vecchi marpioni” del calcio, l’esperienza viene usata per mantenere una posizione di potere. La riproduzione di vecchie soluzioni, tuttavia, limita il tecnico rispetto agli elementi di novità che un contesto come quello calcistico, in costante evoluzione (vedi le nuove generazioni di giocatori), produce incessantemente.
In molti allenatori il cervello lavora solo per loro stessi, ogni cosa viene fatta in funzione delle proprie ambizioni o visioni (allucinazioni). Tale pensiero è unico, onnipotente, ed apparentemente sembra che i problemi non trovino terreno. Questi allenatori affermano sempre che “non c’è problema”. Stati euforici del mister, da successo, magari inatteso, contornato da folle giubilanti, dall’abbraccio infuocato di grandi personaggi dell’ambiente sportivo e non, possono causare il “rovesciamento” del cervello, che da centro di risoluzione dei problemi diventa sede del Problema.
Un’altra modalità di funzionamento del cervello è quella del “pensiero minimo”, intendendo con questo il fatto che il mister si limita a reagire, senza grandi riflessioni, agli stimoli-problemi che man mano gli si presentano dinanzi. Il modo di procedere è simile a quello cosiddetto “per tentativi”, si prova, si sbaglia, ci si corregge fino a trovare una soluzione temporanea, un rattoppo che non risolve il problema. D’altronde, appare evidente che ogni volta che si tende a risolvere, con scarsa accortezza, un problema, alte sono le possibilità che, senza esserne consapevoli, se ne producano altri, al momento tollerabili ma che in breve tempo possono diventare una massa critica.

Molti cervelli di allenatori funzionano sulla base di teorie tecnico-tattiche rigide: sono quelli che hanno le “idee chiare” su come far giocare i propri giocatori, su come affrontare gli avversari. Essi partono da posizioni assiomatiche, convinti che il loro schema sia quello vincente, per cui vogliono atleti adatti, ossia che si adattino alla strategia che intendono attuare in campo.
I rischi che corrono queste “sfere mentali” sono alti, appurata l’imprevedibilità degli eventi di calcio e i tanti e variegati episodi con cui spesso si decide una partita. Constatato inoltre che le informazioni riguardo ai problemi calcistici sono incalcolabili, e quindi superano le capacità cognitive di un allenatore e di più cervelli messi insieme (il suo staff), al fine di avvicinarsi il più possibile alla soluzione occorre saper individuare i dati essenziali, quelli più influenti, ad esempio la psicologia dominante nel proprio gruppo e quella degli avversari per quella partita. La strategia pensata è al tempo stesso fatta da diverse sottostrategie (verso se stessi, gli altri, verso gli episodi ecc.). Più alternative organizzate gerarchicamente (valide, congrue) da tenere pronte, fanno sì che “l’occhio” del mister compia i dovuti raffronti, con la palla in movimento, e trovi la soluzione più adeguata al problema che c’è qui e ora. Per cui va bene per un allenatore possedere nel cervello un modello teorico di riferimento che però, onde evitare dannosi irrigidimenti, dovrà essere affiancato da una serie di ipotesi-satelliti, capaci di tastare la realtà. Sono degli indicatori di orientamento razionale che fanno stimare le probabilità maggiori per risolvere o ridurre al minimo danno gli effetti di uno o più problemi in arrivo. Pare quindi cruciale il fatto che, invece di gettare nel gioco innanzitutto l’armamentario tecnologico di cui oggi dispone un allenatore – ovvero le conoscenze tecnico-tattiche, gli schemi di gioco, i criteri di valutazione delle prestazioni ecc. – torna vantaggioso portare in prima fila anche la propria personalità, la sensibilità sociale, in una parola la psicologia dell’allenatore.
Il sistema dei problemi nel calcio (e in ogni ambito) è in continuo movimento: saper affrontare e gestire, preparati, questo flusso impetuoso è la chiave del successo o meglio quello che dà le maggiori probabilità di farcela a superare l’altro contendente del gioco, l’allenatore avversario, anch’esso nel vortice delle sue difficoltà. Tanto gli allenatori quanto il calcio in generale, per avvicinarsi alla vittoria, dovranno trovare sempre il giusto equilibrio (soluzione del Problema) tra l’oggettivo e il soggettivo, tra la razionalità (norme, affari ecc.) e l’irrazionalità (passioni, fantasia ecc.). D’altronde la palla è ancora rotonda e spesso si muove per conto proprio, è imprevedibile e meravigliosamente illogica.
 

 
    L'Autore  
 

 

Aldo Zerbini è psicologo del calcio (zerbinialdo@virgilio.it)

 
 

 

 
 
   

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