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Ottimizzazione
L'ultimo articolo è stato concluso con questa frase:
"L'obiettivo finale era: il livello della prestazione doveva essere
il più vicino possibile al livello delle potenzialità individuali
del singolo portiere."
Intrinsecamente si desume che ciò da me cercato fosse l'utilizzo al
meglio ed al massimo di ciò che il singolo atleta già disponeva.
Miscelando tutti questi elementi a disposizione si otteneva
l'ottimizzazione. Questa impostazione non scartava le altre due
"grandi direttrici" quella tecnico-tattica e quella atletica ma si
integrava con esse. Le citate direttrici perseguono fondamentalmente
l'obiettivo incrementale diretto degli elementi positivi mentre la
mia direttrice persegue fondamentalmente l'obiettivo decrementale
degli elementi negativi. La preparazione tecnico tattica cerca di
migliorare la coordinazione aumentando e/o differenziando le
ripetizioni di gesti e situazioni tattiche. L'ottimizzazione scende
di un livello analitico e reinterpreta il rapporto posturale. Da un
altro punto di vista le due direttrici rappresentano un carico
esterno che "prova" ad essere assimilato come carico interno; la mia
direttrice rappresenta un carico interno che cerca realizzazione ed
adattamento all'esterno del corpo/mente. Un'altra analogia più o
meno calzante potrebbe essere la seguente: nelle auto di F1 la parte
atletica è rappresentata dal motore, la tecnico-tattica
dall'aerodinamica del veicolo. In questo contesto la mia direttrice
potrebbe essere validamente rappresentata dalle convergenze e
campanature dei pneumatici. Il lavoro più problematico dei tecnici e
meccanici è la messa a punto ove tutte queste componenti vengono a
confluire per ottenere la prestazione il più possibile vicino alle
potenzialità dell'auto.
Un altro esempio calzante potrebbe essere il seguente: posso
disporre di maggior danaro se aumento le entrate (preparazione
atletica e tecnico-tattica) oppure se ottimizzo le uscite
(diminuzione delle spese). Ovviamente il massimo si ottiene
interagendo con ambedue le direttrici.
Il metodo del tuffo lungo ne è un esempio: non miglioro la
componente atletica forza ma la redistribuisco diversamente in modo
temporale, sequenziale e posturale.
Strada facendo mi è stato fatto notare che i portieri da me allenati
non solo erano poco soggetti ad infortuni muscolari ma non vi era
presenza di mal di schiena nonostante alcuni ragazzi ne fossero
particolarmente soggetti, uno in particolare a 16 anni avrebbe
dovuto sottoporsi ad intervento chirurgico per ernia al disco.
Il mio interesse "conoscitivo" si è spostato verso questa nuova
argomentazione. Verificato che ciò corrispondeva alla realtà, ho
rielaborato il tutto da un diversi punti di vista ed ho ottenuto una
nuova teoria che disponeva di tutte le giustificazioni e relazioni
di causa/effetto. Ora andava testata sul campo. Nei tre anni a
seguire, nei camp estivi per portieri, mi capitarono ragazzi che
avevano seri problemi ad eseguire gli esercizi proposti. A livello
medico erano ritenuti idonei ma i problemi alla schiena limitavano
le prestazioni. Prima di continuare gli allenamenti facemmo una
chiacchierata nella quale illustravo quanto proponevo: una
reinterpretazione del gesto atletico attraverso una modifica
individuale della postura dinamica. Se utilizzavano il nuovo modello
posturale, generalmente non risentivano per nulla di fastidi e
dolori alla schiena, viceversa gli stessi si ripresentavano.
Trovato l'assetto, i problemi relativi al modello proposto erano la
stabilizzazione nel tempo e l'automatizzazione. Provai anche con
calciatori con ottimi risultati. A questo punto dovevo disporre di
una casistica molto più ampia per poter mettere a punto il tutto.
Preparatore atletico di una squadra di eccellenza
Per la verità, precedentemente, ricoprii il ruolo di preparatore
atletico in altre squadre anche professionistiche. La controprova
però di quanto voglio comunicare l'ho avuta a Termoli dove ho
iniziai il lavoro già in ritiro. Gli aspetti interessanti erano
l'elevata qualità dei giocatori ma con problematiche fisiche e la
libera scelta delle metodologie da seguire. Cominciai facendo test
ai ragazzi (test non condizionali) e ad ognuno di loro proposi una
nuova postura che tenesse conto dei problemi individuali. In pratica
tutti eseguivano gli stessi esercizi sul campo ma l'interpretazione
era diversa per ognuno. Con i dati relativi ottenni anche risposte
più precise per quanto riguarda l'apprendimento e l'automatizzazione
del nuovo schema corporeo. Di quell'esperienza ho i dati individuali
e giornalieri. E' storia di questi ultimi due anni le clip che sono
via via linkate.
La prima tentazione è quella di pensare che le testimonianze siano
scarsamente veritiere ma posso assicurare che i ragazzi dispongono
delle cartelle cliniche attestanti quanto affermano. La
documentazione medica è importante per stabilire quale tipologia di
problema avessero ed il percorso riabilitativo seguito. In più di un
caso i ragazzi erano fermi da uno o più anni e, a qualcuno, venne
pure consigliato di smettere con lo sport agonistico...
Si potrebbe quindi dedurre che il "lavoro" da me proposto rientri
nel campo delle cure mediche. Nulla di più falso. Gli atleti
rientrano nella mia sfera di azione quando vengono posti a
disposizione della squadra per gli allenamenti anche se
differenziati e non devono essere soggetti a terapie mediche.
Infatti l'assunzione di medicinali o la presenza di dolori mi
fornirebbero informazioni fasulle sull'utilizzo posturale del
soggetto e, conseguenzialmente, sarei indotto a correzioni posturali
non idonee o inadeguate.
I benefici che si ottengono non sono relativi a curare una
particolare sintomatologia (per esempio mal di schiena piuttosto che
adduttori) ma mirano a ristrutture lo schema corporeo in modo che
queste parti vengano sollecitate di meno ed in modo più adeguato.
Spesso, quando queste problematiche fisiche non sono gravissime, il
fatto stesso di diminuirne i carichi di sollecitazione porta il
comparto stesso ad assorbire il lavoro nel range standard. Non
scompaiono quindi i dolori perché vengono curati bensì perchè
diminuiscono le sollecitazioni delle parti dolenti; si ottiene il
movimento impiegando maggiormente altri comparti. In pratica viene
ridistribuito il carico di lavoro. |