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Non è la continuità di risultati che
manca alle squadre italiane, come ha
detto Giancarlo Abete dopo le sconfitte
interne negli ottavi di Champions League
patite da Milan e Roma, ma molto più
semplicemente la mancanza di
programmazione, la mancanza di cultura
sportiva, nonché quella economica,
lacune che si sono riflesse nei gesti
sconsiderati di Gattuso e nelle parole
al vetriolo di Borriello.
Diciamolo chiaramente: la quarta attuale
forza della Premier League è scesa sul
terreno di San Siro dando lezione di
tattica, tecnica e cultura dello sport a
coloro che vengono identificati, dal
giornalista collettivo nazionale, come
la squadra che vincerà lo scudetto,
perché chi c'ha Ibra vince. Una squadra
ucraina che non gioca una partita
ufficiale dall'8 dicembre 2010, è scesa
sul terreno dell'Olimpico impartendo una
lezione di tattica, tecnica e cultura
dello sport a coloro che vengono
identificati, sempre dal collettivismo
giornalistico, come gli unici che
potrebbero dare fastidio a chi c'ha Ibra.
Balle! Che vengono propinate ad
intervalli regolari senza informare
sulle reali potenzialità dei soggetti.
Il Milan non vincerà lo scudetto, e la
Roma faticherà e non poco a trovare un
posto per la prossima Champions League;
questo, visto con i miei occhi, pare
lampante.
I giallorossi, e non da quest'anno, sono
arrivati al capolinea. Gente come Taddei,
Perrotta, Mexes, Juan, e lo stesso
Totti, hanno disputato la loro ultima
"vera" stagione quattro anni fa, quando
contesero fino all'ultima giornata lo
scudetto ai neroazzurri, quando in
panchina sedeva Luciano Spalletti,
quando De Rossi era il centrocampista
più ricercato del mondo. Gli "acquisti"
estivi hanno confermato il trend
"metropolitano": Adriano su tutti, un
giocatore stipendiato lautamente che un
giorno viene fotografato in Brasile e
l'altro pure. E meno male che Borriello
(quello che l'altra sera diceva di aver
segnato 25mila gol) aveva dichiarato:
"Vado alla Roma perché c'è un
programma".
I rossoneri, seppur in maniera diversa,
stanno ricalcando il cammino di Totti e
compagni. Seppur primi in classifica,
Cesare Prandelli ha pensato bene,
nell'amichevole disputata contro la
Germania, di non convocare nemmeno un
milanista, se non il solo Cassano.
L'età media della squadra scesa in campo
l'altra sera contro il Tottenham si
aggira intorno ai trent'anni, ed in
campo s'è vista un'assoluta mancanza di
idee e di voglia; a meno che i gesti di
Gattuso e Flamini, qualche affiliato al
collettivismo, non li consideri una sana
voglia di agonismo.
Oggi c'è chi scrive che il problema del
Milan non è Ibrahimovic, come chi da
anni continua a scrivere che il problema
della Roma non è Totti. Il problema,
invece, nonostante molti si siano
trovati spiazzati dalle sconfitte, è
dovuto proprio da una programmazione che
ha portato, sia in casa rossonera che in
casa giallorossa, l'assoluta mancanza di
futuro, componendo rose vecchie e logore
che lasceranno, a breve, solo cenere.
La settimana prossima scenderà in campo
l'Inter, contro il Bayern Monaco, nella
rivincita di quella che a maggio è stata
l'ultima finale di Champions. L'Inter
vincerà, confortando Abete che spera nei
neroazzurri per invertire il trend,
perché ha programmato (anche se sembra
strano) il futuro, investendo sui
giovani e puntando su di un tecnico
capace.
Mercoledì sera, a nord di Londra, è
andato in scena il calcio. Nessuno ne ha
parlato, pochi ne hanno scritto, forse
per invidia, forse per non aumentare
ulteriormente la rabbia, o forse più
semplicemente per incompetenza, perché
il giornalista collettivo avrebbe fatto
fatica a capire come un gruppo di
ventitreenni, costati la pazienza di
aspettarli, ha offerto al mondo interno
uno spettacolo unico; senza mettere le
mani in faccia a nessuno, senza segnare
25mila gol.
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