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  La storia di Stefano Marangone: decidere di non lasciarsi morire  
  Fonte: Alleniamo.com  
 

29 Marzo 2011

 
 

La forza di Paola

 
 

SLA, una semplice sigla di tre lettere, che però porta dentro di sé una catastrofe fisica e psicologica in che ne è colpito a di chi vive al suo fianco; indebolisce e paralizza il corpo ma non la mente … quella corre veloce e ti porta in luoghi e spazi che non immaginavi esistessero.

Da oltre otto anni Stefano ed io stiamo combattendo la difficile battaglia contro la SLA. Nel 2002, anno della diagnosi, la sclerosi laterale amiotrofica era assolutamente sconosciuta, e ci siamo trovati nella disperazione più totale. Impotenti di fronte ad una patologia terribile, praticamente sconosciuta anche a livello sanitario. Ciò che i medici sono stati in grado di dirmi è che mio marito entro tre anni sarebbe morto soffocato da una crisi respiratoria e nel frattempo si sarebbe completamente paralizzato: nulla più, era un problema nostro! Per me è stato come MORIRE, e in quel momento era l’unico desiderio che avevo. Stefano ed io assistevamo impotenti al velocissimo progredire della malattia, completamente abbandonati a livello di assistenza, di supporto medico e psicologico: a febbraio mio marito giocava a calcio, a dicembre dello stesso anno non camminava più, se non sostenuto e non era più in grado di muovere le mani. I momenti di sconforto per entrambi sono stati molti, ciò che ricordo maggiormente dei primi anni è stata una profonda solitudine. Ad un certo punto ho capito che nessuno ci avrebbe aiutati e mi sono imposta di reagire, navigando su internet ho visto che con la SLA si poteva VIVERE, magari grazie a delle macchine per respirare e mangiare, magari comunicando con sintetizzatori vocali, magari…intanto trovano una cura… per Stefano non era finita! Da quel momento nessuno mi ha fermata, ho lottato perché Stefano avesse un comunicatore a tracciatura oculare, perché potesse comunicare con me e con il mondo, perché facesse sentire a tutti il suo “silenzio assordante”, comunicando le sue emozioni e le sue rabbie. Ce l’ho fatta, e non grazie alla sanità pubblica ovviamente!!! Da quel momento la vita di entrambi è cambiata. Purtroppo le difficoltà non mancano: l’assistenza sanitaria è ridotta al minimo, ci dobbiamo arrangiare quasi in tutto e comunque per ottenere le cose più banali si deve sempre implorare e lottare. Fortunatamente Stefano, però, è molto combattivo e non molla facilmente. Quindi posso dire che dopo 8 anni se abbiamo qualcosa è perché l’abbiamo conquistato con la tenacia e il desiderio di dare dignità a persone fantastiche che hanno menti geniali e la sola sfortuna di avere un corpo che non risponde più ai loro comandi. I malati di SLA della nostra regione sono quasi un centinaio ma siamo molto lontani da una seria presa in carico di malati così impegnativi, nel nostro caso ad esempio, solo io e le ragazze, che addestro personalmente e che paghiamo privatamente, siamo in grado di gestire questa patologia: l’assistenza sanitaria è ancora inadeguata.
Questo è il decalogo che ho coniato per la persona, o modernamente chiamata all’inglese care-giver, che sta accanto ad un malato di SLA:

1.Nessuno si preoccupa di lei;
2. deve lottare strenuamente a fianco del suo caro senza mai potersi lamentare o mostrare segni di cedimento;
3. se piange è una debole o esaurita;
4. se ride l' accusano che non gliene frega niente della persona che ha in carico;
5. se protesta per le carenze assistenziali le rispondono che il malato non è un loro parente;
6. se desidera staccare ed evadere un pò è un’egoista;
7. se al lavoro chiede i 3 giorni mensili della 104 i colleghi le dicono che se ha problemi stia a casa e non venga a creare disagi;
8. se non riposa la notte il giorno successivo nessuno la sostituisce nel sbrigare tutte le attività inerenti la gestione del paziente;
9. non può assolutamente allontanarsi da casa senza avere il cellulare acceso, che abbia campo e, se è in modalità silenziosa , va guardato almeno ogni due minuti (anche se si è dal dentista o ad una riunione di lavoro);
10.tutto ciò spesso porta alla fine il care-giver molto prima del malato.

Ma tutto ciò non va imputato alle fantastiche persone di cui ci prendiamo cura, ma ad un SISTEMA MEDICO - SOCIO-ASSISTENZIALE che proprio non ESISTE!!!

Tutti dovremmo imparare ed insegnare ai giovani e a chi ci circonda che ciò che “apparentemente” è banale, tante piccole azioni che compiamo spontaneamente nel corso della giornata, sono esse stesse la Vita.
Ho capito, grazie alla SLA, quanto prezioso sia dare e ricevere un semplice sorriso che rappresenta l’unica cura efficace per lenire il dolore, frutto della nostra inadeguatezza ad affrontare una situazione così immensamente difficile. Paola.  

 
 

Lettera di Stefano ad un sito di calcio dilettanti

 
 

Mi chiamo Stefano Marangone, classe '66 di Rivignano (ud), da 8 anni sono malato di SLA (sclerosi laterale amiotrofica) una malattia neurodegenerativa, in poche parole si paralizzano tutti i muscoli volontari del corpo, quindi per vivere c'è bisogno di avere un tubo nello stomaco per alimentarsi ed uno in trachea per respirare artificialmente.
Il calcio è stata sempre la mia grande passione, ho giocato in molte squadre della bassa friulana in tutte le categorie dei dilettanti: Palmanova, Talmassons, Castionese, Rivignano, Varmo, Teor, Futura e Lavariamortean. Una vita nel meraviglioso mondo del calcio dilettanti tanto è che a 35 anni ancora giocavo e i primi sintomi della malattia (trascinavo la gamba) li imputavo alla "vecchiaia" calcisticamente parlando.
Il calcio in questi ultimi due anni è stato accostato alla SLA in quanto si è riscontrata una incidenza superiore alla media nei calciatori professionisti ed ha fatto molto scalpore l'uscita allo scoperto di Stefano Borgonovo giocatore di Milan, Fiorentina e Udinese degli anni 90.

 

 

Si sa che in Italia quando si parla di calcio c’è subito riscontro mediatico e così la SLA adesso è conosciuta, tra le possibili cause legate al calcio c’è l'abuso di antinfiammatori, traumi continui (specialmente colpi di testa) e l'uso di pesticidi nei campi d'erba.
Non è ancora stata dimostrata la correlazione calcio sla, però si è visto quello che il calcio può fare a livello di ricerca, con i fondi raccolti dalla Fondazione Vialli - Mauro e della F.I.G.C.
Devo dire con ORGOGLIO che il calcio dilettanti mi è sempre stato vicino con partite e tornei giovanili a me dedicati... dimostrando lo spirito di aggregazione e i sani principi che lo contraddistingue e di cui il calcio dorato dei professionisti avrebbe molto da imparare!!!
Un grande mandi a tutti
Stefano

 

La moglie

 
 

Si sente sola e prostrata, ma neppure questo, in tanti anni di logorante convivenza con la malattia del marito, è riuscito a togliere solarità al suo volto sorridente. Paola Ecoretti è fatta così: un trattore corazzato, quando si tratta di sostenere il suo Stefano di fronte al mondo esterno, un angelo di moglie affettuosa e incrollabile, nella loro intimità domestica. Dietro quelle quattro mura, nelle quali, fin da subito, ha comunque chiamato ad aiutarla una badante.
«A otto anni dalla diagnosi – racconta Paola – non c’è stata una sola ora, e dico una, durante la quale la sanità pubblica si sia presa totalmente in carico la sua malattia. Basti pensare che sono persino dovuta entrare in sala operatoria, quando a Stefano è stata posizionatala Peg, perchè medici e infermieri non erano in grado di comunicare con lui e avevano chiesto a me di fare da tramite». Stesso copione subito dopo la Tracheostomia. «Eravamo nell’area Emergenza – ricorda – e, in maniera abbastanza arrogante, mi era stato detto che avremmo potuto vedere Stefano soltanto negli orari stabiliti, perchè era compito loro occuparsi di lui. Ebbene, poche ore dopo ho ricevuto una telefonata dall’ospedale: mi chiedevano di tornare, indicando come auspicabile la mia presenza 24 ore su 24, perchè,
anche in questo caso, loro non riuscivano a comunicare con lui». Lo sconforto di Paola è tanto. «La verità – continua – è che coloro che non conoscono direttamente la nostra situazione, non hanno la benchè minima idea della solitudine e delle quotidiane difficoltà che dobbiamo affrontare». Difficoltà che la “care-giver” Paola, come si dice con espressione anglosassone, ha riassunto in un vero e proprio decalogo. Per rendere l’idea, basterebbe il primo punto: “Nessuno si preoccupa di lei”. Ma ecco, di seguito, gli altri nove.
“Lottare strenuamente a fianco del suo caro, senza mai potersi lamentare o mostrare segni di cedimento”. “Se piange o si arrabbia è una debole o una esaurita”.“Se ride l’accusano che non gliene frega niente della persona che ha in carico”. “Se protesta per le carenze assistenziali le rispondono che il malato non è un loro parente”.“Se desidera staccare ed evadere un po’ è un’egoista”. “Se al lavoro chiede i tre giorni mensili della L.104 i colleghi la criticano alle
spalle, dicendo che se ha problemi stia a casa e non venga a creare disagi”.“Se non riposa la notte il  giorno dopo nessuno la sostituisce nello sbrigare tutte le attività inerenti la gestione del paziente”. “Non può assolutamente allontanarsi da casa senza avere con sè il cellulare acceso e con campo. Selo tiene silenzioso, lo deve guardare almeno ogni due minuti, anche dal dentista o a una riunione di lavoro”. “Non può più avere una vita sociale degna di tale nome”.

 
  Correlazioni  
  Decidere di non lasciarsi morire. La storia di Stefano Marangone e la forza di Paola
Fonte: Alleniamo.com

 

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