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  Fabio Capello  
  Autore:  Francesco Caremani  
  Fonte:  Storie di Sport  
  L’Inghilterra è il segno del destino, è il paradiso del calcio, è il sogno avverato di un uomo chiamato Capello.
Anche Azeglio Vicini, ex Ct dell’Italia, se lo ricorda e presentandolo a Coverciano in apertura del terzo seminario d’aggiornamento, “Il calcio e chi lo racconta”, organizzato dall’Ussi e dalla Figc, si abbandona all’iconografia: «con un suo gol l’Italia vinse a Wembley per la prima volta».
Il Commissario tecnico dell’Inghilterra arrossisce e non è emozione, semplicemente non ama parlare del passato, di quello che ha fatto, anche perché il Fabio allenatore è arrivato lì dove il Capello giocatore non ha nemmeno appoggiato lo sguardo.
Umanità friulana, performance e umorismo british, qualche sassolino dalle scarpe, c’è tutto questo e molto di più nelle parole dell’ex allenatore della Juventus, sollecitato sulla quale ha detto: «Una società super organizzata, perfetta, dove ho potuto lavorare concentrandomi sul lavoro di tecnico. Imbarazzo? Sì, quello di aver vinto due scudetti sul campo…».
Rispetto, delle persone e dei ruoli, all’ennesima potenza, lavoro ai massimi livelli, risultati conseguenti, in estrema sintesi il cocktail di una filosofia di vita che non prevede la parola fine, ma un continuo inseguire se stesso e i propri limiti: «Le medaglie degli scudetti bianconeri le tengo in un baule, insieme a tutti gli altri trofei, non voglio bacheche in casa».
Guai a far scendere la polvere sulle vittorie, meglio cambiare, meglio passare per quello che non si è, meglio rimettersi continuamente in gioco rischiando in proprio, come a Madrid: «Quando dopo quattro anni di vittorie al Milan Galliani mi disse “se non vinci lo scudetto la tua avventura finisce qua” io risposi che avrei vinto e poi me ne sarei andato. E pensare che all’inizio della carriera mi avevano bollato come yes man».
Eccolo lì Capello a vantarsi senza ricordare la bacheca che virtualmente si porta dietro le spalle, sottolineando contraddizioni ed errori di chi da sempre lo giudica e lo racconta.
Un caudillo con idee severe e non contrattabili, le stesse che lo hanno portato sulla panchina dell’Inghilterra: «Un sogno avverato. L’Italia? No, non m’interessa».
«Ho trovato giocatori veloci e bravissimi sul piano tecnico – dice il Ct dei suoi ragazzi – ma ho dovuto lavorare sulle loro paure, poi abbiamo iniziato il nostro cammino verso Sudafrica 2010».
«Il vassoio? È vero, mi sono arrabbiato perché due giocatori mandavano sms durante il pranzo, ero davanti al buffet e per rimettere a posto un coperchio ho fatto cadere il vassoio, qualcuno ha scritto che l’avevo lanciato».
Un altro sassolino che se ne va, un altro fendente a una categoria che non ama, mettendo in evidenza come in Spagna e Inghilterra i giornalisti sportivi siano decisamente più preparati, soprattutto sotto l’aspetto tattico. Non mancano, però, i tormentoni e se Lippi se la dovrà vedere con Cassano da qui alle convocazioni, a lui è toccato Owen, il golden boy inglese: «Ognuno il suo», glissa Fabio.
Marchiato come antipatico per eccellenza, a Capello non difetta la schiettezza e racconta, attraverso aneddoti ed esperienze dirette, la superiorità del football spagnolo e di quello inglese rispetto al calcio italiano. Impietoso il confronto tra il nostro sistema e quello degli altri due Paesi, soprattutto se visto dal grandangolare delle curve: «In Spagna ti lasciano lavorare e c’è grande rispetto, così come in Inghilterra. In Italia? Ci vorrebbe più coraggio da parte d’istituzioni e società, stadi di proprietà e rispetto della legge».
«Una volta a Roma – ricorda Fabio “Massimo” – ci hanno messo davanti a 5.000 tifosi che contestavano, ho accettato ma non ero affatto d’accordo con la società».
Sicuramente non rammenta quando nella Capitale parlava dello strapotere del Nord, lui che da lì veniva, lui che è figlio di quello stile di vita: «In famiglia mio padre mi ha insegnato il rispetto ed io lo pretendo da parte dei giocatori e dello staff, verso tutto e tutti. Più mi faccio odiare e maggiori risultati ottengo? Se per odio s’intende il rispetto estremo ben venga».
Nessun rammarico, nessun pentimento, nessun regalo dialettico alla risata o all’applauso facili, se lo può permettere Capello, per quello che ha vinto e per ciò che rappresenta, lui italiano di Pieris Commissario tecnico della Nazionale che ha inventato il calcio.
Ma dall’Olimpo non dimentica quando allenava i ragazzini del Milan e catechizzava i genitori, ricordando che un tecnico deve essere anche un educatore senza compromessi, come quella volta a Madrid che durante l’intervallo un giocatore si permise d’intervenire mentre parlava: «Bene, avete già un allenatore, allora io non servo» e se ne andò.
In sala c’è la Coppa del Mondo, l’originale, quella alzata al cielo da Cannavaro nel 2006, Capello nemmeno la guarda, esce e se la lascia alle spalle.
Anche quella, come l’Inghilterra, è un sogno.
  L'Autore:   
  Francesco Caremani, giornalista professionista free lance, collabora con importanti testate italiane e straniere. Ha scritto dieci libri, tutti di sport. L'ultima fatica letteraria "Oltre il 90° La storia di Flavio Falzetti, tornato al calcio dopo 35 cicli di chemioterapia" sta ottenendo un grande successo dalla critica e dal mondo calcistico italiano

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