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  Siamo la nazionale più vecchia del mondo  
  Autore: Jvan Sica  
  Fonte: Letteratura Sportiva  
 

Le illuminazioni vere, quelle che ti fanno comprendere un fenomeno arrivano sempre con qualche tempo di ritardo, credo che sia umano, tirare le fila di un evento mentre si svolge o appena terminato è da fessi o geni. E spesso le redini di un discorso di qualsiasi genere si tirano grazie ad un evento collaterale, che niente ha a che fare con il fenomeno in sé.

Lo sproloquio non è segno di insanità mentale ma è la giusta premessa a quello che ho capito guardando Italia-Costa d’Avorio. Siamo una squadra vecchia nelle idee, non erano gli uomini ad appesantire il gioco, ma come pensiamo di dover giocare al calcio in questo momento storico che ci impaluda e non ci mostra un bel futuro. Siamo una squadra antiquata perché l’unica ad alto livello che gioca ancora con ruoli e posizioni, mentre tutte le altre si schierano in campo per zone di competenza e attraverso movimenti di scambio, mai stabili e molto imprevedibili. Siamo una nazionale antiquata perché il campionato italiano non sa imporre una squadra nuova, davvero europea (l’Inter campione è per me figlia di uno spirito di gruppo fuori dal comune, una sorta di Termopili vittoriosa). E questo affossamento delle idee tattiche e del livello di calcio lo si nota soprattutto nelle altre nazionali, i cui calciatori giocano o hanno giocato in massa nella nostra serie A. Brasile, Argentina e squadre slave, nostri bacini preferiti di acquisto, hanno giocato un Mondiale pessimo dal punto di vista tattico, anche avendo Argentina e Brasile i calciatori migliori del mondo in molti ruoli (il paragone Piqué-Puyol con quello Lucio-Juan è una bestemmia, come anche l’accostamento Snejider-Van Persie-Kuyt con Messi-Tevez-Higuain). I calciatori che giocano in Italia ricoprono ancora ruoli quasi fissi, non soltanto nei compiti da svolgere, ma soprattutto nella limitatezza tecnica richiestagli. Ieri sera tutto questo è stato lampante.

Il centrocampo e l’attacco ivoriano sapevano giocare la palla a terra nonostante l’acquitrino, le punte si abbassavano, portando fuori zona i nostri difensori, i centrocampisti scambiavano le posizioni e si proponevano negli spazi d’attacco aperti dai movimenti delle punte. Noi avevamo De Rossi che giocava come il numero 4 trapattoniano degli anni ‘80 e Palombo era ancora più “furinesco”. Cassano era il classico numero 10 italiano, pochi movimenti laterali e gioco obbligatorio a più tocchi, con l’esigenza di saltare l’uomo per passare pulito il pallone. Non è riuscito a giocare un pallone in avanzamento, accompagnato da un compagno. Balotelli non ha ancora capito dove deve mettersi in campo, Pepe fa confusione, è una sorta di ala tattica che non salta mai l’uomo ma soprattutto non agevola tecnicamente i disimpegni dei mediani. Amauri ha giocato da solo, come un numero 9 degli anni ’70, a lottare fisicamente contro gli avversari. Il segnale vero della nostra arretratezza tattica? Siamo stati l’unica squadra del Mondiale, insieme alla Corea del Nord, in cui i mediani lanciavano lungo per gli attaccanti di fascia.

 
  L'Autore  
 

Jvan Sica (Salerno, 1980), scrittore ed esperto di letteratura sportiva e storia dello sport, ne scrive sul suo blog www.sportvintage.blogspot.com e su altre testate web. Addetto stampa della Biblioteca del calcio “Andrea Fortunato”. Ha pubblicato “L’Europa nel pallone. Stili, riti e tradizioni del calcio europeo” (Zona, 2008).

 
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Fonte: Letteratura Sportiva
 

 

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