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Quando esistevano i
N.A.G.C., cioè i cosiddetti Nuclei di Addestramento per Giovani Calciatori che altro
non erano che delle piccole scuole di calcio dapprima organizzate e condotte direttamente dal Settore
Tecnico della F.I.G.C. e successivamente dalle società calcistiche con la supervisione del Settore Tecnico
tramite i suoi istruttori regionali, al palleggio veniva attribuita grande importanza. Sono ancora presenti nella mia mente le immagini veramente
strabilianti dei tanti bambini, di età compresa tra i 10 e i 14 anni, che, a
Coverciano, in occasione del Trofeo N.A.G.C., riuscivano
a mantenere tranquillamente il pallone in volo, senza cioè farlo cadere per terra, per molti minuti. Qualcuno addirittura per
oltre un’ora. Ciò ovviamente era possibile in virtù di un addestramento specifico, cui sistematicamente venivano assoggettati quei bambini
dai loro istruttori. Addestramento che, in verità, in molti casi era talmente esasperato da occupare la maggior parte del tempo di
ogni seduta di allenamento e da risultare così finalizzato più alla formazione del “giocoliere” che non del giocatore di calcio
vero e proprio. Fu questo il motivo che spinse il Settore Tecnico, dopo alcune edizioni del Trofeo
N.A.G.C., a ridurre a 5 minuti la durata massima
raggiungibile nell’apposita prova di palleggio. Verso la fine degli anni ‘70 i N.A.G.C. furono aboliti e differenti
procedure didattiche e una diversa impostazione programmatica furono introdotte nella
formazione tecnica dei giovani calciatori. A prescindere dal problema
già da noi ampiamente trattato in precedenti articoli del Notiziario - di quale sia il metodo più razionale
ed efficace dell’insegnamento della tecnica calcistica, se quello basato, sin dall’inizio del processo di addestramento dei
giovani calciatori, soprattutto sulla ripetizione di situazioni di gioco simili a quelle che si verificano in gara o quello più tradizionale
(dei N.A.G.C.) che considera come condizione prioritaria per l’addestramento della tecnica applicata la perfetta
assimilazione ed esecuzione dei cosiddetti “fondamentali” in forma pressoché stereotipata ed isolata dagli altri fattori del gioco (tattici e
di condizione fisica), sta di fatto che oggigiorno, a differenza del passato, vediamo sempre meno in allenamento bambini impegnati
per svariati minuti in esercitazioni di palleggio. Si ha l’impressione, in altri termini, di essere passati da un’epoca in cui all’abilità
di palleggio veniva attribuita molta importanza ad un’altra di scarsa considerazione e quindi di scarsa attività
addestrativa di questo gesto tecnico. Forse, anzi sicuramente, non era giusto costringere in ogni seduta di allenamento i bambini ad estenuanti esercitazioni di palleggio
con l’obiettivo primario di aumentare sempre più in termini di durata la loro capacità di mantenere il pallone in volo, ma trascurare
o sottovalutare quasi del tutto tale abilità ci sembra altrettanto sbagliato. È con il palleggio, infatti, che l’allievo può acquisire ed affinare
quella “sensibilità del pallone” senza la quale ogni altro elemento tecnico come il tiro, lo stop, la guida del pallone, il colpo di testa,
ecc. non può essere eseguito con la necessaria disinvoltura. Il palleggio non è fine a se stesso. Esso serve al perfezionamento di
ogni altro movimento di gioco, migliora il controllo del proprio corpo, affina la capacità di equilibrio e di
ritmizzazione. Palleggiare
con i piedi, alternando l’uso del destro e del sinistro, abitua a contrarre e decontrarre
i muscoli interessati in modo appropriato ed economico. Inoltre
l’accusa che la tendenza al palleggio prolungato rappresenti una
condannabile forma di esibizionismo, dannosa al futuro inserimento
in un gioco di squadra, non ha senso nei confronti del giovane, per
sua natura individualista ed egocentrico. Il fanciullo è sensibile a
tutto ciò che è appariscente ed eccitante (ed il palleggio lo è) e
vi si dedica volentieri, specialmente se si accorge che non è
difficile diventare un buon palleggiatore. Progredendo nel palleggio
egli acquista fiducia in se stesso e nei propri mezzi e comincia a
considerare il pallone un amico sempre pronto ad obbedirgli e a fare
tutto ciò che lui vuole. All’inizio era esattamente il contrario. Il
pallone raramente gli obbediva e lo costringeva a rincorrerlo
continuamente e a seguire i suoi capricci. In ogni seduta di
allenamento, qualunque sia l’elemento tecnico su cui l’istruttore
vorrà maggiormente insistere in quel giorno, si dovranno perciò
sempre dedicare alcuni minuti agli esercizi di palleggio, di cui
esiste una serie molto vasta dai più semplici (come il palleggio con
la coscia) a quelli più complessi di mantenere il pallone in volo
colpendolo con il piede, con la coscia, con la testa secondo un
ordine prestabilito. L’istruttore dovrà limitarsi a dare le
principali indicazioni, quindi le inevitabili correzioni. Salvo casi
particolari, è preferibile che il ragazzo impari da sé, per
tentativi. Con gli atleti più piccoli si consiglia di iniziare
l’addestramento al palleggio con una palla di gomma e con scarpe di
tela. L’apprendimento della sensibilità di “tocco” e del controllo
della palla è infatti agevolato dall’uso di una palla più leggera e
di morbide scarpette di tela. Ogni forma di rigidità e di forza deve
essere eliminata. Il pallone deve essere trattato con delicatezza,
come se fosse un oggetto fragile e da adoperare con la massima cura.
In conclusione, ridiano gli istruttori di giovani calciatori
importanza e il giusto spazio alle esercitazioni di palleggio,
l’acquisizione dell’abilità in tale gesto un obiettivo didattico
importante da perseguire fin dai primi passi calcistici e periodo
evolutivo in quanto il controllo del pallone non se stesso, ma serve
ad una sempre migliore esecuzione movimenti inerenti il contatto
uomo-palla, cioè della tecnica “vera” del football che deve
rappresentare l’obiettivo primario fondamentale di tutta la
preparazione giovanile. |