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  PROPOSTE PER IL SETTORE GIOVANILE  
  Settore Giovanile dell'AC. Mantova:"La Scuola Calcio secondo noi"  
  Fonte: AC Mantova  
  La scelta degli obiettivi di un allenamento è il risultato di uno studio e presa di coscienza da parte dell’allenatore-educatore di numerose variabili relative al protagonista del suo agire, il bambino. Ad esempio con bambini di 7-8 converrete nel pensare sia importante lavorare su una parte tecnica di conduzione, una parte tattica di 1contro1, una coordinativa che può toccare tutte le capacità dall’equilibrio all’anticipazione motoria, una psicomotoria che è la capacità di percepirsi in una situazione di gioco e una cognitiva morale che è il rispetto delle regole e dei compagni.
L’allenatore che inizia il suo allenamento con queste premesse è come se avesse acquistato una barca con la quale vuole attraversare il fiume. Raggiungere la riva opposta è per lui raggiungere il suo vero obbiettivo.
Si perché gli obbiettivi che abbiamo elencato non sono altro che attrezzi, mezzi per raggiungere il vero obbiettivo di un allenamento che è il miglioramento e l’apprendimento da parte del bambino di nuove possibilità ovvero il cambiamento di un comportamento o di un atteggiamento nel modo di giocare.
Mutare una forma precedente che significa far emergere nuovi comportamenti cognitivi, comportamentali e affettivi..
 
  I fondamenti del nostro allenamento:  
  Prima del risultato c’è un gioco e c’è un giocatore. Il gioco è il Calcio. Il giocatore è un bimbo. Per poterci chiamare allenatori in categorie della scuola calcio dobbiamo avere i piedi ben piantati per terra e capire fino in fondo cosa significa educare dei bambini a giocare.
1…che cos’è il calcio?
All’età di 6-7 anni solitamente si gioca liberamente a rincorrere o scappare, si gioca a “1-2-3-stella” a “nascondino”, “lupo mangia frutta”, si gioca a lanciare, rotolarsi e arrampicarsi, si gioca alla lotta, si gioca a dare pugni, si gioca a dare calci.
Il gioco che abbiamo scelto di allenare e fe sfondo della nostra professione è quello “dei calci”. Sì perché al bambino piace sia fare gol che calciare o per meglio dire per questa età..tirare calci. Anche se queste ultime parole possono forse apparire semplicistiche verso un gioco-sport come il Calcio così importante e strutturato nella nostra società, è vero altresì che specialmente per fasce d’età così basse le motivazioni che portano i piccoli a giocare sono diverse da quelle che spesso noi allenatori diamo per scontate.
Infatti il calcio per il bambino è un gioco che piace e gratifica perché è fatto di regole semplici, con compagni eroi o nemici antieroi che hanno ruoli diversi e con ambientazione più o meno varia a seconda della fantasia del mister e della situazione metereologica.
2…chi è il giocatore?
Il giocatore è una persona che si trova ad affrontare come detto prima situazioni inserite in un contesto di regole e ruoli. Il suo comportamento quindi nel gioco è, come nella vita, una cartina al tornasole dello stato d’animo, fisico e mentale che attraversa. Una persona è come gioca. La postura , la personalità e il carattere di un essere umano si manifestano sinceramente quando egli si muove e quando gioca.
Quando una persona gioca possiamo osservare che immagine ha di sé ovvero come percepisce se stessa e il suo corpo in relazione all’ambiente esterno. Essa quindi condiziona il modo di rapportarsi con le cose e le situazioni, e nel nostro caso il modo di giocare, la percezione e reazione al pericolo e all’avversario.
Se un bambino nell’1 contro 1 dimostra di percepire l’avversario come paura del nemico da respingere lo vedremo difendere la palla senza pensare allo scopo che è il gol ma con il timore che prima o poi la palla non sia più sua.
Egli inizierà a difenderla prima ancora che il nemico sia giunto vicino a sé. Se invece il bimbo percepisce il nemico da respingere come un ostacolo da saltare in previsione del gol lo vedremo più propositivo e meno timoroso allo scontro. Infine se il bimbo vede stimolante la situazione di gioco e divertente superare l’avversario cercherà addirittura anche quando non serve di saltare l’amico.
3…che persone abbiamo di fronte?
Sono dei bimbi. Sono esseri umani che attraversano un periodo che va dall’egocentrismo dei 5 anni ad un atteggiamento più empatico e sociale verso i 10 caratterizzano il loro modo di giocare e stare in campo con litigiosità,voglia di affetto e di apprezzamento, voglia di mettersi alla prova e di fare quello che a loro piace.
Non sopportano aspettare, fare cose noiose e ripetitive; non provano attenzione per il linguaggio fatto di termini poco concreti e canonici in quanto non capaci di pensiero astratto. Possiamo capire che avere di fronte bimbi con queste peculiarità possa mettere in difficoltà una qualsiasi persona adulta abituata a fare ed essere tutto quello che loro non sono e non capiscono.
A questa età quindi il bambino considera in modo naturale e sano che la realtà sia centrata su di sé, e non perché viziato o educato male. Egli gioca in modo emotivo e impulsivo, vuole la palla per sé e pretende la massima attenzione dall’allenatore.
Il suo corpo rispecchia lo stato d’animo in cui vive: struttura ossea e muscolare molto plastica e adattabile ma fragile e incompatibile alla
sopportazione di carichi.
Le dimensioni mentale e corporea del bambino sono infatti talmente unite tra loro da diventare un tutt’uno, la stessa cosa. Il movimento non diventa altro che il suo modo di esprimersi e comunicare col mondo. Vediamo 3 giocatori differenti che portano palla. Pirlo il più delle volte cerca una via di fuga per aggirare l’avversario che gli si avvicina per contrastarlo; Gattuso mostra i muscoli e va dritto verso lo scontro; Kakà
affronta frontalmente l’avversario muovendosi rapido di conseguenza. Per il primo è fondamentale osservare continuamente quello che fa l’avversario per comportarsi di conseguenza, proteggendo palla e servendo i compagni, per il secondo l’osservazione passa in secondo piano rispetto alla prova di forza e grinta perdendo e recuperando palla, per il terzo l’avversario è uno stimolo per esaltare la propria fantasia per creare una grande azione personale. Tutti e tre i giocatori sono efficacissimi nel loro ruolo ma è indubbio che percepiscono loro stessi in modo diverso.
Anche il loro corpo dimostra atteggiamenti diversi. Pirlo di media statura, spalle chiuse, con ottima capacità coordinativa, freddo-introverso; Gattuso di bassa statura, collo taurino, spalle incassate, grande forza agli arti superiori e inferiori, discreta capacità coordinativa, sanguineo; Kakà di alta statura, spalle aperte, arti inferiori con discreta massa muscolare, capacità coordinativa sereno-introverso. Queste osservazioni che non hanno nulla di scientifico si limitano a far notare che atteggiamenti diversi nelle situazioni di gioco riflettono anche carattere e strutture corporee diverse.
Se un bambino nell’1 contro 1 dimostra di percepire l’avversario come paura del nemico da respingere lo vedremo difendere la palla senza pensare allo scopo che è il gol ma con il timore che prima o poi la palla non sia più sua. Egli inizierà a difenderla prima ancora che il nemico sia giunto vicino a sé. Se invece il bimbo percepisce il nemico da respingere come un ostacolo da saltare in previsione del gol lo vedremo più propositivo e meno timoroso allo scontro. Infine se il bimbo vede stimolante la situazione di gioco e divertente superare l’avversario cercherà addirittura anche quando non serve di saltare l’amico.
Bambini timidi, coraggiosi, tristi, entusiasti, impauriti, gregari, leader, emotivi, strategici, ansiosi, sereni, saggi, spontanei manifestano nei giochi e nei gesti motori l’immagine che hanno di sé che si perfeziona e modella in ogni fase della vita, allenamento compreso!
4…cosa allenare?
Dopo queste 2 premesse dobbiamo affrontare il problema principale. Cosa alleniamo del nostro bimbo?
Il bambino vuole la sua palla con la quale comunica durante tutto l’allenamento. Sin dai primi momenti di Calcio il bambino ama sfidarsi nel colpire bersagli o compagni, fare gol, calciare forte-alto-lungo, saltare oggetti, avversari…tutto in funzione del rapporto che si instaura tra la palla, il bimbo e l’ambiente esterno. Col passare del tempo cambia il suo atteggiamento e il suo carattere, egli cerca l’aiuto dei compagni dimostrando entusiasmo anche per i giochi di collaborazione.
Il bambino sappiamo che apprende facendo e imitando con una peculiarità che è propria dell’essere umano: il piacere, che per la sua tenera età è moltiplicato all’ennesima potenza. Egli ha bisogno di immaginare, emozionarsi e divertirsi per imparare. Autorità, noia, paura, sfiducia, critiche portano inevitabilmente il bambino a rifiutare la novità, il mettersi in gioco, il cambiamento. Noi dobbiamo essere consapevoli che siamo allenatori non solo di tecnica, tattica, coordinazione ma anche di emozioni.
5…come allenare? I ritmi del cambiamento.
Multilateralità, globalità e progressione didattica sono caratteristiche che ormai da anni sono state assorbite dagli allenatori nel loro operare. Quello che ci si può chiedere sul campo è cosa correggiamo e come correggiamo? Bisogna innanzitutto porre fine all’idea che il bambino sia un omino al quale bisogna insegnare tutto.
Perché il cambiamento sia efficace, il bambino ha bisogno del suo tempo per conoscersi e scoprirsi e nell’allenamento possiamo creare un ambiente ideale perché il bambino possa esprimere se stesso e i suoi bisogni.
Come allenatori spesso ci sentiamo in dovere di trasferire tutto il nostro sapere e le nostre osservazioni al bambino nell’immediato tramite la parola. Così gli diciamo come camminare, come correre, come giocare. Spesso e volentieri queste parole sono buttate al vento sia perché il bambino come in questo caso apprende facendo, imitando e immaginando e non tramite la riflessione e il dialogo astratto.
Per questo ci riallacciamo al discorso fatto in precedenza sull’immagine che il bambino ha di sé. Questa influenza il modo di essere, di vivere il gioco e di rapportarsi con a palla non è modificabile con la forza di volontà ma tramite il vissuto , le emozioni e le esperienze.
Per cui l’incremento della capacità tecnica e tattica in un gioco, in questo caso di calcio, sono strettamente legate alle caratteristiche coordinative e psichiche del giocatore, in questo caso il bimbo, che nascono dall’immagine che il bimbo ha di sé. Così al bimbo diciamo “piega quel busto , non vedi come ti si alza sempre la palla quando tiri, chiudi bene” oppure “alza quelle ginocchia ” oppure “devi passarla”.
Si deve sapere che la postura di un essere umano è il risultato di anni nei quali i muscoli non solo superficiali come possono essere adduttori-addominali,lombari, flessori dell’anca ma profondi si sono adattati a situazioni. Parliamo di muscoli profondi vertebrali, masticatori, respiratori che condizionano l’andamento della colonna, l’asse degli arti inferiori, l’ampiezza dell’arco plantare, l’atteggiamento delle spalle.
Postura, atteggiamento sul gesto tecnico, capacità di contrasto sono derivate dall’organizzazione di questi muscoli.
Come si può pretendere che un bambino con la sola forza di volontà dopo un nostro richiamo oppure osservazione riesca a correggere immediatamente un suo vizio postura o di gioco.
Correggere un atteggiamento tecnico nella posizione del corpo durante un tiro oppure cambiare un comportamento di gioco in una situazione di 1 contro 1 prevede un mutamento nel ragazzo. Abbiamo detto che una persona gioca come è. Mutare, cambiare un comportamento o una postura nel gioco, significa trasformare la persona e quindi l’immagine che la persona ha di sé grazie ad autonomia decisionale e autostima.
Urla minacce e critiche sistematiche servono a creare ragazzi che giocano senza scoperta, autonomia e strategia ma con la sola paura dell’autorità, mentre il cambiamento dei nostri bimbi non possiamo averlo se non con la perdita della paura.
6…lo stato d’animo del mister
 
  Quando l’errore viene trasformato in orrore.  
  Dobbiamo essere consapevoli delle aspettative che noi mister abbiamo rispetto alla risposta che i bimbi hanno al suo allenamento. Se le aspettative superano le reali capacità dei bimbi si perde concretezza, pazienza e voce.
Questo succede quando si crede che i bimbi siano in grado di fare cose che invece non riescono a fare. L’errore maggiore è non capire i modi e i tempi dell’apprendimento del bambino non sono così diretti e brevi come si crede.
Così il mister diventa un ulteriore motivo di ansia e fretta per il bimbo e si può facilmente intuire che con allenatori ansiosi, il bambino impara a non innervosire il mister assecondando i suoi voleri invece che giocare. Ognuno di noi ha il suo metodo più meno efficace.
Le parole giuste nei momenti giusti non possono essere contenute in manuali e possono benissimo nascere da chiunque, indifferentemente dalla squadra allenata o dalla qualifica acquisita. Sicuramente sapere quanto sono affascinanti e complesse le dinamiche dell’apprendimento del bambino permettono all’allenatore di vedere i suoi giocatori ed i loro difetti in modo diverso, cercando nel cambiamento del bambino anche un cambiamento del proprio allenare e quindi..di se stesso. L’obbiettivo non è quindi correggere il bambino e cercare di togliere tutti i difetti (ammesso che siano difetti, ammesso che il mister corregga la cosa giusta, ammesso che la cosa corretta possa essere correggibile per l’età e per le sue potenzialità) ma far sì che il bambino abbia a disposizione un ambiente nel quale si possa strutturare un’immagine di sé che possa dare autonomia di scelta e autostima per scacciare le paure di mettersi alla prova..
 
  Correlazioni  
 

 
 

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