 |
Era l’inizio degli anni Ottanta quando ho cominciato a occuparmi del goal in generale e in particolare dei goal evitabili (le reti che si possono prevenire ed eludere mettendo in atto opportuni accorgimenti tattici difensivi), a cominciare proprio dal rapporto fra goal evitabili e inevitabili, ossia imparabili, pari rispettivamente a circa il 60% e il 40% di quelli complessivamente segnati.
Esaminando i primi, scrivevo che ero riuscito a mettere a fuoco una determinata categoria di goal la cui realizzazione presentava un comune denominatore: la causa si poteva far risalire a errori sistematici e ripetitivi dei difensori, sempre gli stessi, che solo un occhio attento, meglio se con l’ausilio della moviola, era in grado di rilevare, circoscrivere e valutare.
Si trattava appunto dei goal evitabili che, per opportuna distinzione, ho poi suddiviso in due grandi gruppi a seconda dell’errore commesso dai difensori con l’atteggiamento e la reazione durante l’azione conclusiva avversaria, prima che la palla entri in rete: quelli dipendenti dal mancato rispetto della posizione frontale attiva e quelli segnati per inosservanza del controllo visivo attivo.
Avendo trovato che la causa primaria, o meglio esclusiva alla base di questi goal evitabili era da attribuire a errori di tattica individuale difensiva, in altre parole al fatto che i difensori – o meglio, i difendenti – sui tiri calciati dagli avversari si girano, mostrando la schiena alla palla in arrivo senza fare regolare opposizione fisica frontale, oppure, sull’azione conclusiva avversaria, guardano solo la palla, il suo portatore, senza interessarsi di tenere d’occhio e marcare il diretto avversario, ho definito in modo specifico e dettagliato le due regole citate come segue:
Posizione frontale attiva
Modo corretto del difensore di opporsi fisicamente ai tiri in porta, come pure ai passaggi di appoggio terminale del diretto avversario al compagno, solitamente dalle fasce al centro, effettuati da fermo o in movimento, consistente nel rimanere rivolto verso il battitore, senza girarsi di fianco o di schiena, per controllare la palla in arrivo, la sua traiettoria, e cercare quindi regolarmente, con movimenti di spostamento del corpo e di allungamento delle gambe, in spaccata o in scivolata, d’intercettarla e impedire alla stessa, stoppandola, respingendola o deviandola, di entrare nello specchio della porta o di giungere al destinatario; il giocatore deve opporsi fisicamente al tiro con la stessa mentalità e gli stessi movimenti del portiere, attivando tutte le potenzialità atletiche del corpo per ‘parare’ la palla senza toccarla volontariamente con mani e braccia. .
Controllo visivo attivo
Atteggiamento da cui dipende la corretta scelta della posizione di marcamento da parte del difensore, consistente nel tenere d’occhio contemporaneamente, inquadrati nello stesso campo visivo, il portatore di palla che conduce l’azione offensiva e, se rimane fermo, il diretto avversario (situazione statica); al contrario, se questi si mette in azione per proporsi (situazione dinamica) cercando spazio, ma senza andare nettamente in fuorigioco, il difensore dovrà seguirlo alternando l’attenzione ora su di lui, ora sul portatore di palla, con rapidi e continui movimenti laterali del capo, in modo da controllare la situazione del gioco e, nello stesso tempo, effettuare spostamenti di posizione sull’avversario per marcarlo stretto se accentrato, meno stretto se defilato, con l’accortezza di non concedergli mai quello spazio che renderebbe vani l’anticipo, la copertura, il contrasto o l’eventuale uno contro uno, fatta salva la possibilità di andare sulla palla qualora non giunga al destinatario.
Il metodo di lavoro adottato, oltre alla parte scritta, comprende la registrazione dei goal con visione alla moviola degli aspetti esecutivi dell’azione conclusiva, analizzando nel dettaglio, fotogramma per fotogramma, il movimento tattico del difensore dove si manifesta l’errore, l’irregolarità comportamentale. In proposito, va riconosciuto che assistendo a una partita di calcio dal vivo non è sempre facile cogliere subito, in tempo reale, l’errore commesso dai difensori in simili circostanze di gioco: ciò è fuori della normale capacità di percezione visiva dello spettatore, essendo questi portato piuttosto a seguire con lo sguardo esclusivamente la circolazione della palla, la sua traiettoria, il tiro, il goal; meno, quasi per niente, l’atteggiamento del difensore, la sua reazione. Solo un occhio attento, allenato, che conosce e sa valutare la situazione in atto, è in grado di rilevare l’errore e attribuire la responsabilità del goal al difensore. Proseguendo nell’esame dei goal evitabili, mi sono avvalso costantemente dei filmati televisivi quale strumento dimostrativo a supporto della tesi sostenuta e dei suggerimenti avanzati per cercare di risolvere la problematica in questione. Occorre precisare che, se i goal evitabili causati dal movimento sbagliato del difensore – perché si gira o si mette di fianco sul tiro dell’avversario, sulla palla in arrivo, senza fare quindi regolare opposizione fisica frontale – sono contraddistinti da errori ben definiti, individuabili e simili tra loro, diverso, più interessante, complesso e ricco di prospettive, aperto a sviluppi nuovi nella scelta di tattiche difensive individuali e di reparto, è l’aspetto del gioco che si sviluppa attorno alle soluzioni da proporre in applicazione del controllo visivo attivo.
Tale regola prevede infatti che, in fase di marcatura del diretto avversario, nella chiusura degli spazi, nella scelta della posizione corretta da assumere nei suoi confronti, il difendente adotti un gesto tattico finora quasi del tutto assente nel panorama calcistico, consistente come accennato nel muovere lateralmente la testa per allargare la visione periferica e controllare l’evoluzione del gioco guardando la circolazione della palla, il suo portatore, tenendo d’occhio al tempo stesso il diretto avversario, in modo da marcarlo correttamente ed efficacemente.
Anche il difensore che nel reparto fa la differenza numerica, fungendo da libero, non mancherà di girare lateralmente il capo per controllare la circolazione della palla e contemporaneamente il movimento marcante dei compagni, pronto ad intervenire in seconda battuta laddove necessario. Nella realtà calcistica odierna, invece, da quando s’è imposta la zona quale tattica difensiva, i difensori, nel disporsi a protezione della porta, sono soliti stare in linea, a forma di pettine, con gli avversari, gli uni alternati agli altri, distanziati tra loro da spazi non sorvegliati, oltre misura e quindi rischiosi. Tutto ciò accade perché i difensori che dovrebbero marcare a uomo nella zona di competenza – ma in pratica sul campo dimostrano chiaramente di non saperlo fare – si muovono e si posizionano solo in funzione della circolazione della palla, con la precisa intenzione d’intercettarla quando arriva in area, trascurando così di controllare il diretto avversario, spesso dimenticato e lasciato indisturbato, libero di agire.
Nella fattispecie i difensori, stando in linea, cercano di proposito d’occupare entro l’area di rigore una posizione che valutano sia quella corretta, efficace per andare con successo sulla palla in arrivo, neutralizzare il tiro o intercettare il passaggio tagliato o dalle fasce, senza preoccuparsi troppo di quanto sta accadendo alle loro spalle. Nella circostanza, quando si è in fase di marcatura, non perdo mai l’occasione di sottolineare che la vera minaccia per il portiere non deriva tanto dalla palla calciata in funzione del passaggio o dell’appoggio, quanto piuttosto dall’attaccante destinato a riceverla, chiamato alla conclusione, capace di trasformarla in goal: quindi voler intercettare a tutti i costi la palla, talvolta andando in due sul portatore, costituisce un errore tattico difensivo da eliminare.
Formulata la regola del controllo visivo attivo, ho sentito la necessità d’approfondire ulteriormente l’esame e lo studio dei goal evitabili ad esso pertinenti, stabilendo che, come provato dalle immagini filmate, la causa dei relativi errori tattici non risiede soltanto nell’atteggiamento del singolo difensore, ma risente anche, in maniera determinante, sia della difesa a zona sia della tattica del fuorigioco, sua diretta emanazione.
Proprio per la disposizione in linea dei difensori e l’attenzione privilegiata rivolta alla palla a scapito della marcatura dell’avversario, aspetti collegati alla difesa a zona, i goal evitabili dipendenti dall’inosservanza del controllo visivo attivo trovano terreno fertile per essere segnati. Dopo aver valutato e studiato attentamente tutti questi aspetti che interessano la tattica difensiva, partendo dai goal evitabili e dal controllo visivo attivo, sono arrivato a elaborare un nuovo sistema difensivo che ho chiamato difesa elastica e che considero essere la naturale evoluzione, il superamento della difesa a zona. Da precisare che tale sistema difensivo non va confuso con l’elastico difensivo, ossia la tattica di movimento della linea difensiva dal basso in alto e viceversa.
L’elemento distintivo principale della difesa elastica rispetto alla difesa a zona, mutuato dal controllo visivo attivo, sta nel movimento laterale, repentino della testa cui i difensori devono far ricorso, senza soluzione di continuità, per controllare visivamente la circolazione della palla e contemporaneamente tenere d’occhio il diretto avversario. La marcatura non è vincolata al mantenimento della linea difensiva, è incompatibile con la sistematica ricerca della tattica del fuorigioco, non si esercita solo nella zona di competenza, ma varia con la posizione dei difensori in rapporto alla dislocazione della palla, centrale o sulle fasce, riduce o allenta in modo elastico gli spazi nei confronti del diretto avversario in rapporto alla sua posizione-pericolosità, ma sempre con la sicurezza e l’accortezza di controllarlo in modo da non farsi sorprendere e intervenire d’anticipo o di contrasto, mai rimanendo immobili.
Riporto qui di seguito la definizione di difesa elastica:
Nuovo, moderno sistema tattico difensivo che consiste nel marcare alle spalle il diretto avversario, da parte del difensore centrale e, stando in posizione laterale interna, leggermente arretrata, da parte dei difensori esterni, quando la palla giocata è frontale alla porta; quando invece questa è giocata sulle fasce, i diretti avversari sono marcati alle spalle dal difensore esterno, di fianco da quello centrale e dal lato interno dall’altro difensore sul bordo opposto, stando leggermente arretrati e a distanza variabile, sempre più stretta entro l’area di rigore, con l’accortezza di mantenere tali posizioni previo controllo visivo attivo, portando lo sguardo in rapida successione sul portatore di palla e sul diretto avversario, per tenere d’occhio la situazione del gioco e quindi valutare e decidere in tempo reale quanto staccarsi o avvicinarsi (concetto di elasticità) nella marcatura per contrastarlo, non lasciarlo indisturbato, intervenire d’anticipo o non farsi sorprendere nell’eventuale successivo uno contro uno; la tattica del fuorigioco, derivato del gioco a zona, non si presta alla difesa elastica e pertanto non va ricercata a priori, salvo che il diretto avversario, nel tentativo di smarcarsi, non venga a trovarsi in posizione nettamente irregolare rispetto alla linea difensiva.
Con la difesa elastica ho voluto suggerire le linee-guida di una moderna tendenza sul piano della tattica difensiva individuale e di reparto che spero possa fare scuola, contribuendo – vantaggio non trascurabile – a rendere il gioco del calcio più dinamico, spettacolare ed emozionante.
|
|