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   Allenare l’aggressività… si può
   Autore: Peppe Totaro
   Fonte: Peppetotaro.it
    Data di pubblicazione: 20 Aprile 2011
 

In questo primo articolo da allenatore voglio trattare un argomento che mi appassiona da qualche anno, ovvero l’aggressività nel calcio. Lo spunto per riflettere sull’aggressività mi è stato dato durante un aggiornamento tenutosi nel fantastico centro tecnico federale di Coverciano, in cui si parlò di relativismo e settore giovanile. Anche se non si affrontò direttamente il tema dell’aggressività, credo di aver ricavato da quel seminario alcuni suggerimenti metodologici davvero illuminanti.
Cercando in alcuni dizionari la parola aggressività trovo le seguenti definizioni (psic., etol.): “impulso che provoca comportamenti minacciosi o violenti” oppure “inclinazione a manifestare comportamenti che hanno lo scopo di causare danno o dolore”.
Si evince che nel linguaggio comune l’aggressività venga spesso accostata al termine violenza, sottendendo un doppio legame tra i due comportamenti. Senza soffermarsi troppo sull’aspetto sociologico, occorre precisare che talvolta l’aggressività è intesa come tendenza a imporsi con efficacia e determinazione, soprattutto in contesti lavorativi. Tuttavia anche su questa cognizione aleggia sempre l’idea che si tratti di una condotta scorretta e prepotente (forse non a torto).
Nel calcio l’aggressività non è un comportamento coercitivo, anzi è una qualità molto importante a livello individuale e di squadra. Volendo dare una definizione di aggressività calcistica (o agonistica o sportiva), questa potrebbe essere:
" Qualità insita nello spirito di un individuo o di un collettivo in cui si concentrano le seguenti virtù: determinazione, generosità, sacrificio, correttezza, nitidezza degli obiettivi, rispetto delle regole.
Nella sua accezione calcistica l’aggressività è un elemento estremamente positivo. Tuttavia è doveroso fare alcune precisazioni. Il significato di aggressività appena enunciato deriva da una interpretazione quasi dottrinale del gioco del calcio. Questo per sottolineare che la parte sana del mondo calcistico vede l’aggressività come ingrediente virtuoso ed essenziale per innalzare il livello di spettacolarità di questo sport. Tutte le altre interpretazioni condite di violenza e intimidazione non ci riguardano perché non hanno nulla in comune con il calcio vero.
Fatta questa premessa nozionistica, si può osservare e analizzare l’aggressività come requisito. Perché un calciatore è più aggressivo di altri e, più in generale, cosa porta un calciatore a manifestare la propria aggressività agonistica? Non credo che sia semplice spiegare da cosa possa scaturire l’aggressività, ciò nonostante vorrei dire la mia su alcuni punti abbastanza oscuri agli occhi di molti calciofili.
L’opinione di molti è che l’aggressività sia riconducibile a due fattori. Il primo è la motivazione, che incide in modo determinante sull’aggressività. La motivazione è quell’agente psicologico, fisiologico, e cognitivo che guida il comportamento individuale verso uno scopo (definizione tratta dal libro L’allenatore psicologo di Massimo Cabrini). Nel calcio la motivazione determina l’atteggiamento dell’atleta (io oserei dire del gruppo) nei confronti di un obiettivo. Quando si parla di motivazione occorre fare distinzione tra motivazione intrinseca ed estrinseca. I calciatori intrinsecamente motivati hanno un bisogno innato di dare il massimo di se stessi. Viceversa il calciatore estrinsecamente motivato è una persona più dipendente dal mondo esterno e necessita spesso di nuovi stimoli. Fatta questa distinzione, a mio parere non così netta nella realtà, è chiaro che i giocatori con una grande motivazione intrinseca siano facilmente propensi all’aggressività, ma non è detto che questa attitudine si manifesti nel modo corretto e utile per la squadra.
Il secondo fattore è l’incitamento. Incitare significa esortare, stimolare in qualche modo i propri atleti al raggiungimento del successo finale. Sull’incitamento c’è molta confusione. Troppo spesso mi capita di percepire nelle persone la convinzione che dall’incitamento dipenda tutto, in particolare l’aggressività in una competizione. Durante una partita di calcio giovanile, mi ricordo che un genitore (o pseudo-tale) criticava aspramente l’allenatore di suo figlio perché non incitava la squadra con urla e rimproveri come l’allenatore avversario. Sono convinto che un allenatore debba essere il primo tifoso della propria squadra, ma ciò non significa che sia necessario fare la “danza della pioggia” in panchina. L’allenatore deve farsi sentire e incitare la propria squadra, ma deve avere soprattutto la sensibilità di capire il momento giusto per farlo, non può trasformarsi in un’attrazione circense come purtroppo spesso accade. Per la cronaca l’allenatore criticato dal genitore ha vinto con la sua squadra rimontando un 2 a 0 e terminando la partita 3 a 2 fuori casa… alla faccia del pessimo incitatore.
Motivazione e incitamento fanno parte del calcio e sono fattori importantissimi, ma non si può credere che dipenda tutto da essi, in particolare l’aggressività. Per quanto l’aggressività sia una manifestazione della propria indole, non ritengo giusto pensare che solo giocatori dal carattere determinato e/o incitati assiduamente possano essere aggressivi in partita. L’aggressività si può allenare lavorando sul campo con una metodologia appropriata. Anche la motivazione può essere “allenata”, ma su questo ci concentreremo un’altra volta.
Ma come si può allenare l’aggressività? Ho sempre creduto che con esercitazioni mirate si possa incidere fortemente sull’aggressività della squadra, ma le idee migliori sono arrivate da un aggiornamento federale in cui per la prima volta ci spiegarono un concetto apparentemente scontato come il relativismo.
In breve, il relativismo parte dal seguente presupposto: il comportamento del giocatore è in relazione all’istruzione ricevuta durante la settimana. Non bisogna dire al giocatore, ma far fare per far capire. In altre parole, nulla va lasciato al caso, ma tutto è relativo al lavoro eseguito sul campo e alla comunicazione. Saper comunicare è una cosa importantissima, farsi capire, riuscire a entrare nella testa dei giocatori. Se il mio giocatore riesce a capire cosa gli sto dicendo (con il lavoro sul campo), allora può migliorare. Così anche se abbiamo giocatori che tendono a rendere solo se stimolati o richiamati a voce alta, non servirà urlare in caso di errore, perché se alleniamo bene il nostro calciatore capirà da solo lo sbaglio.
Estendendo il concetto di relativismo, si possono inserire delle proposte che allenano i giocatori per migliorare aspetti che generalmente si affidano all’estemporaneità o alle doti innate del calciatore. Proprio in quest’ottica l’aggressività può essere allenata per avere un riscontro sul campo che permetta all’allenatore di non torturare le proprie corde vocali e soprattutto dare un notevole contributo al miglioramento della squadra e del singolo. Naturalmente è necessario proporre contenuti adatti ai giocatori a disposizione e saper leggere i risultati delle esercitazioni per programmare le proposte successive.
Da quando mi interesso di aggressività sportiva, ho elaborato una serie di esercitazioni per allenare questa qualità. Spiegarle e rappresentarle tutte richiederebbe troppo spazio, quindi mi limiterò a illustrarne solo una, probabilmente la più semplice. Nell’immagine a sinistra (cliccarci sopra per ingrandirla) si trova lo schema dell’esercitazione e di una sua variante (è disponibile anche il PDF).
Cominciamo con una semplice descrizione del gioco. I giocatori si dividono in due gruppi (rossi e blu). Ogni gruppo è provvisto di un portiere che si piazza dietro una linea ideale che congiunge due cinesini (la distanza tra i cinesini è a scelta). I due gruppi, o meglio le linee, distano tra loro 20 metri (in realtà la distanza di partenza dipende molto dalle caratteristiche dei giocatori). L’obiettivo dell’esercitazione è impedire all’avversario di calciare. Infatti, il gioco comincia con la consegna del pallone da parte del portiere rosso al proprio giocatore che si pone davanti a lui rivolto verso il gruppo opposto. Nel momento in cui il portiere dà la palla, il giocatore dei blu parte dalla propria linea verso il rosso cercando di non farlo calciare verso il portiere o inducendolo all’errore (non importa fare gol, ma solo centrare la porta delimitata dai due cinesini). Ovviamente l’obiettivo del rosso sarà quello di calciare correttamente prima che sopraggiunga il blu (fig. 1). Dopo che il rosso ha calciato (o non è riuscito a farlo per l’intervento del giocatore blu) si riparte dal portiere blu che darà la palla al suo compagno e stavolta sarà il rosso ad aggredire. Onde evitare che i giocatori tocchino pochi palloni, si possono prevedere più stazioni di gioco e consentire la formazione di gruppi con pochi elementi.
L’esercitazione può essere arricchita in molti modi. A titolo esemplificativo, ma ognuno può sbizzarrirsi come vuole, riporto alcune varianti:
Il giocatore che dovrà calciare parte con le spalle rivolte alla porta avversaria, quindi sarà costretto a girarsi per poi calciare.
Il giocatore che dovrà calciare può dribblare l’avversario e poi calciare.
Anche il giocatore deputato all’aggressione parte di spalle alla porta avversaria.
Inserire dei gesti tecnici preliminari al tiro, ad esempio controllare la palla con una parte del piede, girarsi e calciare, girarsi senza toccare il pallone e calciare, etc.
Inserire un giocatore sponda che può aiutare il compagno a saltare l’avversario e calciare. La sponda può essere solo da un lato o da entrambi i lati.
Nel caso di una o più sponde, possono partire due giocatori per impedire il tiro dell’avversario.
Possibilità di proteggere la palla e scaricare a un compagno che può calciare in porta o ripassare la palla.
Se il giocatore che tira centra la porta totalizza 1 punto, se riesce anche a segnare 2 punti, altrimenti 0 punti. Se l’avversario riesce a indurlo in errore totalizza 1 punto, se intercetta la palla 2 punti, se la conquista 3 punti. Vince la squadra che accumula più punti.
I tempi dipendono da diversi fattori: categoria, distanze, numero di giocatori per squadra, seduta della settimana, etc. Questa esercitazione è molto dispendiosa, soprattutto se fatta con il giusto ritmo, quindi consiglio sempre di non eccedere oltre i 10-15 minuti complessivi.
Le altre esercitazioni vengono svolte principalmente con partite a tema e sono a disposizione degli interessati su richiesta.
Conclusioni
L’aggressività non è solo una peculiarità di difensori e mediani, anzi nel calcio moderno non è affatto così. Un esempio è dato dal giocatore che reputo il miglior rappresentante dell’aggressività calcistica, l’attaccante del Manchester United Wayne Rooney (emblematico quando nel primo tempo contro la Roma lotta e corre come un forsennato nella metà campo giallorossa per mettere la palla in rimessa laterale anziché farla andare sul fondo, consentendo così alla propria squadra di poter alzare il pressing). In Italia abbiamo esempi illustri di aggressività come De Rossi, Gattuso, Iaquinta e, anche se molto sottovalutato, Maccarone.
Che l’aggressività non sia prerogativa di difensori, lo capiamo anche pensando a una frase tipica del gergo calcistico come “aggredire gli spazi” (ma ci sono anche altri esempi), che indica l’attacco allo spazio di uno o più giocatori in fase di possesso palla.
Sull’aggressività ci si potrebbe dilungare ancora per molto. Una trattazione completa esula dagli scopi di questo articolo, anche perché prima di approfondire l’argomento mi piacerebbe avere il vostro feedback. In base alle mie esperienze da allenatore, agli aggiornamenti federali e alle “riflessioni notturne” ho redatto una serie di esercitazioni volte ad allenare l’aggressività, come quella descritta prima. Ho testato molte di queste esercitazioni con le mie squadre e ho sempre ottenuto esiti soddisfacenti. Sarò lieto di rispondere a tutti coloro che volessero contattarmi, anche per fornire il documento con tutte le mie esercitazioni sull’aggressività.

 
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L'Autore

 

Peppe TOTAROPeppe Totaro, laurea lode in Informatica nel 2004 presso l'Università degli Studi di Messina, con una tesi sul Monitoring di basi di dati orientato al Tuning e  Laurea Magistrale in Informatica nel 2007 sempre presso l'ateneo messinese, con una tesi sull'implementazione di un sistema Web di supporto al Nucleo di Valutazione universitario. Dal gennaio 2009 lavora all'Università degli Studi di Messina come impiegato a tempo pieno nell'area tecnica, tecnico-scientifica ed elaborazione dati - settore informatica - e attualmente è in servizio presso il Dipartimento di Protezionistica Ambientale, Sanitaria, Sociale ed Industriale (DiPASSI) con  mansioni riguardano le seguenti aree:
* Sviluppo software e Web application
* DataBase Administration e Tuning
* Data Processing
* Network Administration
* Ricerca scientifica
* Supporto tecnico-scientifico alla didattica. Inoltre, dal novembre 2010 è stato nominato dall'Università "Cultore della Materia" per il Settore Scientifico Disciplinare (S.S.D.) INF/01. Nel 2009 ha completato e conseguito con lode il Master di 2° livello in Scienze Forensi organizzato dalla Facoltà di Scienze MM.FF.NN. dell'Università degli Studi di Messina, in collaborazione con il Raggruppamento Carabinieri Investigazioni Scientifiche (Ra.C.I.S.). L'esperienza di questo Master costituisce una tappa fondamentale del suo percorso di formazione umana e culturale, in particolare per il tirocinio presso il Reparto Tecnologie Informatiche del Ra.C.I.S. di Roma durante il quale ha potuto svolgere un ottimo lavoro di studio e ricerca sul Digital Forensics, specificamente orientato a database Oracle, producendo una tesi dal titolo "Descriptazione di file protetti da password da DBMS Oracle". La sua seconda "professione" (in realtà è più di un hobby e meno di una professione) è fare l'allenatore di calcio. Nel 2007 ha conseguito, al primo anno utile, l'abilitazione di Allenatore di Base Diploma B UEFA rilasciata dal Settore Tecnico della Federazione Italiana Giuoco Calcio.
   

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