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L’articolazione tibio
tarsica rappresenta uno dei distretti più frequentemente coinvolti
nei traumi sportivi, di conseguenza la chirurgia di caviglia negli
ultimi anni si è imposta in modo sempre più importante diventandone
indispensabile nella pratica ortopedica e medico sportiva. Le
lesioni dell’articolazioni tibio tarsica sono anche complesse, le
attività come quella lavorativa o sportiva, richiedono una
incessante dinamica dell’apparato locomotore e ci si accorge che le
lesioni traumatiche della caviglia sono in aumento ricoprendo circa
il 30% di tutti i traumi dell’arto inferiore.
I traumi che coinvolgono la caviglia oltre ad interessare le
strutture capsulo-legamentose interessano anche il distretto
sotto-astrgalico, l’esperienza descritta vuole portare a conoscenza
dei dati riabilitativi basati su proposte di protocolli
propriocettivi e di neurofisiologia applicati al caso di un paziente
di 40 anni, sportivo non agonista, che presentava una frattura
astragalica composta con fissazione posteriore del corpo
dell’astragalo causata da un fattore intrinseco descritto come un
colpo sotto la pianta del piede, nel trattamento chirurgico è stata
effettuata una osteosintesi interna con vite.
Metodo
Il trattamento riabilitativo inizia già con l’apparecchio gessato
con delle contrazioni isometriche del quadricipite, dopo rimozione
del gesso al paziente viene data l’autorizzazione al carico con
stampelle ed esegue cicli di Magnetoterapia (C100 60 G per 30
minuti). La concessione del carico mi consente già dal primo giorno
di applicare il protocollo propriocettivo per instaurare una buona
coordinazione motoria.
Attraverso degli esercizi svolti di fronte allo specchio prima con
sostegno delle stampelle e poi senza, si è cercato di fargli
acquisire una migliore coscienza è una migliore capacità di
controllo del proprio atteggiamento corporeo. Vengono inseriti in
questa fase le tecniche abituali di riabilitazione, trattamento
miofasciale, mobilizzazione attiva e passiva e manovre contro
resistenza manuale sviluppando delle sollecitazioni estrinseche
grazie al contatto con la mano in vari punti del piede ottenendo
cosi lo sviluppo di uno dei tre sistemi principali della
propriocezione quello sensoriale.
A questo sviluppo hanno contribuito le esercitazioni sulla sabbia e
superfici instabili capaci di attivare anche i numerosi ricettori
del corpo. In terza settimana il paziente era in grado di deambulare
senza sostegno, questo lo facilita nella formazione di quel rapporto
con l’ambiente che lo circonda in base ai vari obiettivi che deve
raggiungere. Nel corso del trattamento ho ritenuto fondamentale che
il mio compito era quello di dettare al paziente delle situazioni
reali che si basassero su argomenti specifici (funzione+contesto)
questo per non esporlo ad una generica esperienza dell’informazione
ma era importante che questa esperienza doveva essere specifica per
la funzione da recuperare in modo da sentire il corpo che compie il
movimento. L’esercizio terapeutico che ha avuto inizio dalla quarta
settimana ha come scopo il ripristino del controllo neuro-muscolare
in progressione funzionale al fine di avere una buona programmazione
motoria.
Nel rispetto di una graduale progressione, tenendo presente quelle
che sono le attitudini del paziente e le sue qualità coordinative,
sono stati introdotti esercizi a circuito che presentavano diverse
difficoltà da superare con l’obbiettivo di reintegrare il piede
nello schema corporeo, cercare l’integrità segmentaria ed eliminare
quelle alterazioni del piede che gli avevano cambiato l’immagine
statica e dinamica reintegrandolo nello schema corporeo dal quale è
momentaneamente escluso. Il lavoro di riprogrammazione motoria è
stato intervallato da esercizi di contatto, le tecniche specifiche
che si riconoscono negli esercizi di appoggio con carico e
deambulazione, nonché da esercitazioni attivo assistiti che
sostituiscono quelli di contro reistenza manuale ed elastica.
Queste esercitazioni restituiscono al paziente una idea segmentaria
del movimento utilizzando come confronto e partecipazione l’arto
sano che diventa parte attiva della riabilitazione. In questa fase
abbiamo un maggiore sviluppo e capacità di percepire la locomozione
dell’articolazione nello spazio più di ogni proposta propriocettiva,
è la mente che insegna al corpo0 come deve comportarsi per eseguire
un movimento, per fare questo si propone al paziente di ripetere più
volte il suo schema motorio partendo da esercizi semplici fino ad
arrivare a quelli più impegnativi. In questa fase della
riabilitazione si migliora l’armonia, la sincronia e il ritmo
motorio, l’allenamento riabilitativo aiuta ad acquisire la
gestualità necessaria al rapporto con il mondo esterno. Non è
importante il movimento che esegue ma lo sviluppo della
coordinazione motoria, no è più l’attività del muscolo che ci
interessa riabilitare, ma le scelte e il controllo dei suoi
movimenti in una successione armonica la cosiddetta catena cinetica.
Nel contesto degli esercizi per l’approfondimento motorio, proposti
a circuito ho considerato molto quelle reazioni di difesa dettati
dal dolore o dalla insicurezza, sono dati fondamentali e necessari
affinché la motricità volontaria non danneggi l’integrità fisica del
soggetto. Successivamente il paziente ha intrapreso un protocollo di
lavoro in piscina sviluppando delle esercitazioni di tonificazione
dei distretti muscolari che interessano la tibio-tarsica ed
esercitandosi alla camminata e corsa in acqua bassa.
Conclusioni
L’integrità della caviglia è chiaramente essenziale per l’autonomia
dell’individuo, ma in pratica non riceve tutta l’attenzione che il
suo ruolo merita. Le piccole lesioni, anche minime non trattate,
possono generare delle turbe statiche e delle sequenze le cui
conseguenze sono incontrollabili. Al contrario una presa con carico
precoce e una rieducazione attenta contribuiscono ad una rapida
reintegrazione. |