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Per il gusto del Bastian contrario
(quanto ci piace, addirittura in politica, ma siamo matti?), il
bello di sottolineare in rosso le esagerazioni/retoriche/frasi di
senso comune del giornalismo sportivo italiano è un nostro filone.
Questa volta il focus si dirige su un dogma espresso alla fine degli
anni ’90 e tenuto in vita fino ad oggi: il calcio contemporaneo fa
disputare troppe partite impegnative e le rose di cui disporre sono
troppo striminzite per essere competitivi nelle diverse competizioni
che si disputano.
Bisogna scegliere, Paese o Europa? E abbiamo creato anche le
specialiste, il Milan è europeo, la Juve italiana, l’Arsenal è
inglese, il Manchester mondiale, e così via.
Dal 2006, solo il Milan ha vinto nel 2007 la sola Champions League,
mentre nel 2006, 2009 e 2011 il Barcellona ha bissato Liga e
Champions, nel 2008 il Manchester ha fatto il double, nel 2010
l’Inter ha realizzato addirittura la tripletta mourinhana.
Il solito torto marcio degli addetti ai lavori o è cambiato
qualcosa?
La risposta purtroppo non è quella che tutti si attendono: le rose
sono sì più ampie e performanti ma in campo vanno sempre gli stessi
(Messi e Xavi giocano anche contro l’ultima in classifica, Mourinho
non cambia mai i titolari, Ferguson ama ruotare di più ma le partite
vere le giocano sempre gli stessi).
L’unica risposta possibile, per non abbandonarsi al fatalismo, è il
valore delle due competizioni, una volta ritenute inconquistabili in
coppia. Liga e Serie A si sono olandesizzate, basta partire bene e
mantenere una velocità di crociera decente per vincere il
campionato. Contro le squadre dal nono posto in giù è facile vincere
anche con qualche riserva, dal nono in su basta spingere un po’
sull’acceleratore. La Premier League non è facile per i top team
come le altre due ma si avvicina.
I grandi team hanno creato delle vere e proprie all stars, in questo
caso parlerei di realmadridizzazione. In pochissime squadre di
seconda fascia giocano nel loro periodo di carriera migliore
buoni/ottimi calciatori. Con la Sampdoria, il Tottenham, il
Villareal, i vari Pazzini, Carrick e Rossi giocano fino ai 24/25
anni, poi passano nelle grandi squadre e sbilanciano ancora di più
le forze in campo.
I giovani campioni nel calcio non spostano più come prima. Gente che
nelle squadre giovanili fa sfracelli, fino ai 24-25 anni sono
assolutamente impercettibili (ovviamente Messi non fa testo). Una
volta che riescono a dare continuità alle loro prestazioni, come
dicevamo, vanno nelle grandi squadre.
La Champions League non è quella di inizio 2000. Il girone è una
formalità, mentre agli ottavi becchi o la squadra più debole o
quella in crisi. I quarti e le semifinali sono quattro partite in
tutto e la fatica si può anche fare. Il secondo girone allungava la
competizione, ma soprattutto la rendeva più complicata da
affrontare.
Questa la situazione. Cambierà? Se il flair play finanziario sarà
fatto rispettare sul serio, il livello generale si alzerà, i giovani
campioni possono pure pensare di non correre verso le grandi, le
competizioni diventeranno più difficili.
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MAGAZINE
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Altri articoli
dell'Autore |
Titolo: L'era
delle squadre
vincitutto
Autore: Jvan
Sica
Fonte:
Letteratura
Sportiva |
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Jvan
Sica, (Salerno, 1980),
scrittore ed esperto di letteratura sportiva e storia dello sport, ne
scrive sul suo blog
Letteratura Sportivae
su altre testate web. Addetto stampa della Biblioteca del calcio
“Andrea Fortunato”. Ha pubblicato “L’Europa nel pallone. Stili, riti e
tradizioni del calcio europeo” (Zona, 2008). |
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