|
|
Lo
sviluppo dello sport nel mondo porta a dichiarare che esso riveste
notevole influenza nello sviluppo del giovane e contribuisce a
formare il fisico, la personalità e le abitudini sociali. La pratica
sportiva è un mezzo per sviluppare caratteristiche positive come la
capacità di affrontare e superare difficoltà, la consapevolezza
delle proprie possibilità, l'autonomia, la motivazione, il successo,
la capacità di collaborare con gli altri. Queste potenzialità dello
sport che sono indubbie, non si realizzano però in modo automatico.
E cioè lo sport di per sé non determina e fa affiorare sempre questo
complesso di influenze positive; al contrario può ingenerare
altrettante influenze di tipo negativo qualora le figure adulte
(genitori - tecnici - dirigenti) che organizzano e gestiscono lo
sport giovanile non spingano verso una direzione positiva e rendano
lo sport di fatto educativo. Per contro è bene dire che lo sport
possiede una tale forza intrinseca educativa con una serie di
regole, comportamenti, consuetudini, valori che a volte il giovane
rimane miracolosamente immune da forzature ed aspetti diseducativi
dell'ambiente in cui cresce. Numerosi autori hanno evidenziato come
l'esperienza sportiva dei giovani atleti sia influenzata fortemente
dall'allenatore ed in particolare dal suo modo di porsi nei rapporti
con i ragazzi (modalità di interazione). Small e Smith (1988)
ritengono che l'allenatore sia determinante per il livello di stress
competitivo che i ragazzi possono vivere nell'attività agonistica.
Nel concetto di stress è insita la datata diatriba tra agonismo e
non agonismo. Chi è favorevole allo sport competitivo afferma che le
gare (o le partite) offrono l'occasione agli atleti di imparare a
gestire situazioni stressanti; chi è contrario, ritiene che la
competizione racchiuda in sé un fattore di stress eccessivo in grado
di inibire desiderio e piacere e ridurre il divertimento.
Per Martens, Vealey e Burton, lo stress è definito come il processo
che porta all'ansia di stato, la quale deriva dalla percezione dello
squilibrio fra richieste dell'ambiente e capacità personali di
risposta. In pratica c'è un livello di ansia che può essere
considerato fisiologico e anche utile per la prestazione, nel quale
l'atleta percepisce lo squilibrio reale e non altera
artificiosamente le differenze fra richieste dell'ambiente e
capacità di risposta. L'ansia di tratto è quell'ansia dove gli
equilibri non vengono rispettati ed è provocata da livelli di stress
eccessivi. Con i giovani, in particolare con i bambini, l'allenatore
influenza notevolmente il modo in cui viene percepito il livello di
capacità personale come pure l'importanza del risultato, della gara,
della partita. E' l'allenatore infatti che esprime valutazioni sulle
prestazioni, sui livelli e ritmi di apprendimento, sulla padronanza
delle tecniche specifiche. Assieme ai genitori, inoltre, è
l'allenatore che, in prossimità di una competizione può caricare il
ragazzo di aspettative, esagerando i toni sull'importanza della gara
e del risultato. Questo atteggiamento viene amplificato
ulteriormente nei soggetti ansiosi e con bassa autostima. Il
comportamento dell'allenatore è significativo anche per quanto
riguarda le motivazioni alla partecipazione e l'abbandono. Il suo
atteggiamento è decisivo per mantenere vivo nei ragazzi l'entusiasmo
verso la pratica e per favorire l'acquisizione e lo sviluppo di
competenze e abilità. Una ricerca su come i giovani atleti
percepiscono i comportamenti del proprio allenatore prima e durante
una competizione e come vorrebbero fosse l'allenatore ideale è stata
effettuata nel 1995 su 332 soggetti nella fascia d'età 10 - 14 anni
(Bortoli, Malignani, Robazza) praticanti sport individuali e di
squadra. Il questionario prevedeva una scala a 5 punti con le
valutazioni da : no per niente a: sì, moltissimo. Lo stesso
questionario veniva riproposto anche per allenatore ritenuto
ideale. I risultati relativi al proprio allenatore hanno messo in
evidenza che, in generale, gli atleti non erano del tutto
soddisfatti del proprio allenatore, manifestando l'esigenza di
modalità diverse d'interazione.
In particolare per i ragazzi l'allenatore dovrebbe:
- arrabbiarsi e urlare di meno durante le gare
- dare importanza anche al divertimento e non solo al risultato o
alla vittoria
- incoraggiare e sostenere l'atleta in caso di errore.
Ciò non significa che l'allenatore deve spersonalizzarsi, rinunciare
al suo modo di essere, perdere l'entusiasmo di far ciò che fa,
spesso in forma gratuita, ma deve solo padroneggiare meglio certe
situazioni e quindi deve crescere non solo nella tecnica specifica
ma anche da un punto di vista pedagogico e didattico proprio perché
le sue competenze tecniche possano meglio attecchire qualora
supportate da strategie di tipo motivazionale.
Un cenno a proposito del concetto di vittoria.
Sulla vittoria Small e Smith hanno espresso la seguente filosofia:
- vincere non è tutto, è un obiettivo importante ma non è l'unico
- la sconfitta nella competizione non è un fallimento personale o
una minaccia al proprio valore come persona
- vittoria e successo non sono sinonimi; anche una sconfitta può
coincidere con un miglioramento della prestazione o con il
raggiungimenti di un obiettivo stabilito.
- successo non è solo vincere ma soprattutto lottare per vincere.
Per l'importanza che gli aspetti motivazionali assumono nei giovani,
gli allenatori dovrebbero conoscere le strategie per rendere la
pratica sportiva un'esperienza gratificante ed eliminare o almeno
ridurre le cause di abbandono precoce.
Alcune di queste strategie sono le seguenti:
- analisi del compito
- istruzioni pre-pratica
- modalità di presentazione delle proposte
- uso del feedback
- individualizzare le richieste
- stimolare la scoperta individuale di risoluzione del compito. |