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Note Legali

  Canale Medicina e Psicologia
  | L'Allenatore protagonista del proprio apprendimento
  | Autore: Vittorio Tubi | Fonte: Notiziario Settore Tecnico
  | Premessa

Gli allenatori ammessi a partecipare al corso di formazione di Seconda Categoria, devono cimentarsi, da sempre, anche con la conoscenza di elementari nozioni di psicologia. Si è cercato, nell’ambito dei programmi e del tempo a disposizione, di privilegiare quegli argomenti che costituiscono materia di lavoro dell’allenatore. Così, accanto ad alcuni accenni sulla personalità e che cosa s’intenda per essa nelle più acclamate teorie attuali, ad alcune riflessioni sulla motivazione allo sport e all’attività agonistica, nonché ad alcune teorie fondamentali sulle dinamiche di gruppo, si è scelto di sollecitare gli allievi ad un lavoro di gruppo su temi specifici in parte assegnati dallo scrivente e in parte scelti dagli stessi partecipanti. Il corso di formazione rappresenta un momento importante di apprendimento, ma anche un’occasione insostituibile di comunicazione e contatto fra i componenti di un nutrito gruppo di specialisti con alle spalle anni di esperienza di relazione nei gruppi, sia come calciatori che come allenatori poi. Cinque settimane passate assieme in cui si condividono il vitto e l’alloggio e i momenti liberi dagli impegni di studio, sollecitano lo sviluppo di relazioni sociali contraddistinte dall’acquisizione di nuove amicizie e dallo scambio di molteplici esperienze, volte ad amplificare le conoscenze, ad acquisirne di nuove e a ricevere quelli stimoli di arricchimento e di crescita, presupposti indispensabili per la maturazione di una più solida identità personale e di ruolo. E’ soprattutto nell’ambito di questi obiettivi che gli allievi vengono impegnati nella riflessione ed elaborazione di alcuni temi. Nell’assegnare i compiti, si è sempre enfatizzato il valore dello scambio dell’esperienza, invitando i componenti dei vari gruppi a non inoltrarsi in aspetti scientifici o teoretici di difficile documentazione e comunque fuorvianti rispetto alla riflessione su esperienze concrete di vita sociale ed agonistica. I temi scelti spaziano abitualmente sui seguenti argomenti:
 - la personalità dell’allenatore;
 - la modalità gestionale di una squadra di calcio;
 - la gestione psicologica delle tensioni interne o esterne alla squadra;
 - il colloquio col giocatore;
 - la gestione dello stress;
 - la problematica genitoriale nell’ambito del settore giovanile;
 - la gestione psicologica del momento che precede la gara;
 - il ruolo del leader all’interno della squadra;
 - la mentalità vincente.
Con l’ultima lezione del corso gli allievi presentano all’assemblea il loro lavoro che diventa, a sua volta, stimolo di discussione nell’ambito del gruppo nella sua totalità. Con l’intento di valorizzare il patrimonio di scambi ed esperienze acquisite nel tempo, si è pensato di estendere, tramite pubblicazione, la conoscenza di alcuni dei lavori dei vari gruppi. Il sottoscritto ha più volte fatto presente la possibilità che alcuni lavori avrebbero potuto essere pubblicati, ricevendo dai corsisti autorizzazione in merito. Premesso che molti lavori avrebbero dovuto trovare conseguentemente rappresentazione, ci è parso utile scegliere quelli che, a nostro avviso, si presentano in una veste più semplice e come prodotto della riflessione su esperienze concrete e comuni. Oltre che ringraziare la disponibilità degli autori ci sia consentito distendere un saluto a tutti i corsisti ai quali si è sempre riconosciuto, e quest’esperienza ne è la dimostrazione, il ruolo di protagonisti del loro apprendimento
.

  | Caratteristiche fondamentali dell'Allenatore

Relazione di gruppo presentata da Angelo Colombo, Stefano Desideri, Luciano D’Agostino, Guido De Maria, Luca Fusi, Cuono Di Costanza, Giancarlo Favarin e Ubaldo Rigetti (Corso di IIª Categoria) In questi ultimi anni, la figura dell’allenatore ha assunto un ruolo molto complesso e ciò è dovuto soprattutto ai continui progressi registrati in ambito scientifico (metodologie d’allenamento), tattico ed organizzativo, all’invasione sfrenata di calciatori stranieri, l’introduzione della libertà di svincolo (legge Bosmann) ed i continui cambiamenti gestionali all’interno dei club. L’allenatore, in tutto questo contesto, deve rappresentare il punto di riferimento, quindi essere un tramite tra i giocatori e la società e, nello stresso tempo, rispettare le regole di programmi all’uopo discussi con la dirigenza. Deve in pratica guidare il gruppo, cercando di creare ed instaurare con le varie componenti un buon rapporto, sia in campo che fuori, mostrare consapevolezza e competenza nella propria funzione di guida, possedere una capacità professionale elevata, accompagnata da una forte personalità e, infine, possedere la necessaria esperienza. Proprio perché vi è una costante evoluzione calcistica, l’allenatore deve sempre aggiornarsi pur portandosi dietro importanti esperienze maturate in passato, positive o negative che siano. Quanto tempo è passato dal vecchio “Metodo di Pozzo” che portò l’Italia alla conquista di due titoli mondiali! Si è passati da un calcio “champagne” dei vari Sivori, Rivera, Suarez e Corso, che con i loro tocchi di classe infiammavano le platee, ad un calcio senza anima, frutto di duri e rigorosi allenamenti e di continui esasperanti moduli tattici che non lasciano più spazio alla creatività, all’estro e alla fantasia. Oggigiorno, l’allenatore deve inoltre operare con una equipe di persone competenti (preparatore atletico, allenatore in seconda,medico, psicologo, massofisioterapista etc.) e con loro lavorare all’unisono. La personalità dell’allenatore è la capacità di confrontarsi e migliorarsi per tener compatto il proprio gruppo. Caratteristiche importanti sono: la valutazione, l’osservazione, la creatività ed una certa dose di autocritica. Tenere un comportamento irreprensibile, badare a formare con attenzione un ambiente pulito, allontanare le possibili critiche dopo qualche risultato negativo, trovare soluzioni ideali per fare coesistere le varie diversità che derivano da fattori quali: educazione, affetto, ambiente, cultura, civiltà ed alimentazione. Una dote importantissima è quella di non tradire mai se stesso e la propria filosofia, essere cioè convinto dei propri mezzi, mostrando fermezza circa la scelta degli undici da mandare in campo, comportandosi in modo razionale e con psicologia per riuscire a cogliere, nel modo di comportarsi dei giocatori, sintomi dei loro problemi senza tuttavia dare mai l’impressione di voler entrare all’interno della privacy di ognuno. Senza queste necessarie premesse metodologiche, si correrebbe il rischio di fallire, sia nei risultati, sia nell’immagine della propria credibilità, creando all’interno del gruppo insanabili fratture assai difficili da ricomporre. Altro concetto importante è quello riguardante l’identità personale e l’autostima che ci dà la consapevolezza di essere in grado di capire le nostre reali potenzialità in base alle esperienze positive conseguite nel corso degli anni ed essere quindi in grado di combattere e vincere le difficoltà che ci si pongono davanti. Parimenti l’allenatore deve essere in grado di mostrare competenza ed autonomia di giudizio, accompagnata però da semplicità e chiarezza comunicativa, per realizzare un rapporto di empatia basato sull’ottimismo.

  | Gestione dei rapporti con le varie componenti

La professione dell’allenatore diviene particolarmente difficile quando il primo comandamento sia quello di cogliere sempre e soltanto risultati positivi e talvolta, pur raggiungendoli, non si è immuni dalle critiche. La posizione in vista dell’allenatore lo espone costantemente ad opinioni altrui spesso contrastanti, spesso mirate, maliziose e feroci, all’indomani di un risultato negativo. Chi fa questa professione deve abituarsi a questi continui “linciaggi” indossando un’ideale “corazza”. Buona norma è quella di rendersi più cauti rispetto all’ambiente esterno, crearsi uno spazio libero dove non sentirsi succubi di pressioni esterne, evitando di rilasciare interviste ad un solo giornalista ma anzi ricercando la pluralità dei contati con i mass media. Nel farlo, mai comportarsi d’istinto, specialmente nei momenti più negativi, ma esibendo sempre un comportamento ed un atteggiamento caratterizzato da equilibrio ed autocontrollo. Va da sé che, pur mantenendo con i componenti della propria società (presidente, dirigenti, etc.)un comportamento improntato alla massima correttezza, l’allenatore deve sempre puntualizzare, in maniera categorica, di essere lui e solo lui il responsabile tecnico e che solo a lui spettino certe decisioni.

  | Solidarietà e competizione

Solidarietà e competizione sono due aspetti a volte contrastanti, a volte compenetranti. La solidarietà è un aspetto “classico” del gruppo: più un atleta si identifica col gruppo, più potrà godere di solidarietà. Il gruppo, infatti, riconosce come sua parte chi ne è veramente partecipe, chi sappia annullarsi in favore del gruppo stesso. Esce dal gruppo e, quindi, non ne riceve più la solidarietà chi vuole emergere come singolo, chi usa il gruppo per garantirsi una propria visibilità. Chi è attaccato al gruppo può permettersi degli errori in quanto troverà sempre il sostegno da parte dei compagni. Al limite, un buon allenatore può preferire che vi sia una forte solidarietà all’interno del gruppo, magari anche a suo danno, ricordandosi sempre che il proprio ruolo lo pone, comunque, come figura alternativa a quella del gruppo stesso. La competizione sana è quella accompagnata dalla solidarietà, tendere cioè a conquistarsi un posto in alto ma come forma di miglioramento di se stessi. Assistere alla crescita di un compagno istiga all’imitazione, l’ammirazione porta a copiare il comportamento altrui, porta a godere delle performance altrui, porta a esprimere solidarietà a chi, in quel momento, non gioca e, in caso di gol, si corre ad abbracciare chi siede in panchina. Competizione sana significa “io voglio fare meglio di un altro” e non “desiderare che un’altra faccia male ciò che fa”.  

  | Il leader: solidarietà e conflitto

Il leader è il giocatore dal quale i compagni prendono stimolo, del quale si imitano i comportamenti, colui a cui si chiede aiuto. Solo il gruppo determina chi sia il leader e vi si identifica e essere leader è una capacità istintiva, innata. Il leader deve dare il buon esempio, altrimenti si parla di leader negativo. Un buon funzionamento del gruppo presuppone un buon rapporto tra il leader e l’allenatore che permette ai compagni di sentirsi nel gruppo “dei pari” ma tendendo ognuno al modello del leader. Una squadra può avere più di un leader ed allora diventa indispensabile che tra questi si sviluppi un rapporto di collaborazione perché, se c’è disaccordo, automaticamente si innesterà una competizione nell’accaparrarsi la stima dell’interno del gruppo, creando così conflitti interni che generano poi confusione. Quando non si riesce a far conciliare la presenza contemporanea di più leader, si può giungere anche alla necessità di cederne uno per riportare tutto il gruppo ad uno stato di generale solidarietà.

  | La gestione delle vittorie e delle sconfitte

E’ chiaro che l’imperativo di un allenatore deve essere la moderazione, alternandosi nelle funzioni di “pompiere” e di “incendiario”. Finché le cose vanno bene l’allenatore dovrà valorizzare le buone performances senza false modestie senza però distogliere l’attenzione sugli errori commessi pur se, tutto sommato, è andata comunque bene. E’ quando le cose vanno bene che è più facile correggere i difetti e richiedere il massimo impegno nel corso degli allenamenti in quanto l’ambiente, in tale situazione, è molto ricettivo. Occorrerà ribadire che tutte le squadre avversarie, nell’affrontarci, profonderanno il loro massimo impegno in quanto sarà per loro molto gratificante battere chi, sulla carta, è indicato come il più forte. Quando, invece, le cose non vanno bene, l’allenatore deve essere in grado di tenere alto il morale valorizzando le qualità, mostrando come, a volte, sarebbe bastato un po’ di impegno maggiore per evitare gli errori. Anche gli allenamenti dovranno essere svolti in un clima di allegria che eviti di far rimuginare sul passato e ribadendo che le sconfitte, come le vittorie, fanno parte del gioco. L’allenatore deve sforzarsi di dimostrare alla squadra che questa può legittimamente aspirare ad una migliore condizione di classifica e che gli avversari, se fanno l’errore di sottovalutarci, scopriranno a loro spese il loro errore di valutazione.

  | L'arrivo di nuovi giocatori e di nuovi leaders

Ogni qual volta si verifica l’arrivo di nuovi giocatori, dopo un po’ il gruppo tende a riassestarsi e a ricompattarsi. Gli equilibri precedentemente stabiliti, con la partenza di qualche elemento vengono stravolti e quindi tutto il gruppo tende a ricercare un nuovo equilibrio. Spetta all’allenatore preparare il terreno ai nuovi arrivati in modo che presto questi, insieme agli altri,si sentano partecipi e protagonisti di un intento comune. Come nel caso della nascita di un fratello, quando il padre affida al primo figlio un ruolo intermedio tra lui e il nuovo nato, così l’allenatore affiderà ai giocatori già presenti il compito di non far sentire al nuovo la sua posizione in stand by, l’essere cioè in una posizione in cui non si è né dentro né fuori dal gruppo, rischiando così di subire un senso di inferiorità. Se, invece, a giungere è un uovo leader, l’allenatore dovrà servirsi proprio dei leader esistenti nel gruppo coinvolgendoli nell’accettazione del nuovo compagno di squadra. L’allenatore dovrà assicurare che ci sarà un ruolo per tutti e ribadire che solo grazie all’aiuto dei leader esistenti il nuovo leader potrà rendersi utile alla squadra, non togliendo importanza a nessuno ma contribuendo a crescere l’importanza di tutti.  

  | L'Autore

Vittorio Tubi: Psicologo, docente di Psicologia ai Corsi Centrali per allenatori | Relazione di gruppo presentata da Luigi Fresco, Maurizio Galantini, Cesare Maestroni, Luciano D’Agostino, Repetto Luigi, De Santis Arcangelo e Michele Scola – Corso di IIa Categoria).

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