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Cercheremo di fare in modo che anche l'argomento che toccheremo in
questa occasione risulti altrettanto interessante come nel nostro
primo incontro e per questo vi rinnovo l'invito
che vi abbiamo fatto in quella occasione, cioè di interpretare
questi nostri contributi non come una lezione frontale,
particolarmente in questo caso, visto che parliamo di un argomento
di cui
nessuno può dire di avere la piena comprensione, ma come uno scambio
di opinioni, in cui ognuno porta le proprie conoscenze in qualsiasi
momento lo desideri.
Qual è l’argomento di questo incontro? Parleremo di genitori e sport
e lo faremo in ambito abbastanza specifico come il mondo del calcio.
E' un argomento piuttosto sentito, visto che
poi ci è stato sostanzialmente richiesto, ma è anche un argomento
interessante perché vi si concentrano aspetti molto diversi, tanto
diversi che, come dicevamo, nessuno può dire di
averne compreso appieno tutti gli aspetti e tantomeno di aver
risolto alcuni problemi che sono associati ad esso.
Una prima cosa interessante è che se l'argomento è piuttosto sentito
dalle società, da parte dei genitori, cioè i diretti interessati, si
tende a minimizzarlo. Sembra che non ci sia una reale
consapevolezza del ruolo del genitore nel rapporto che il proprio
figlio ha nei confronti dell'attività che pratica, della società che
lo accoglie e dello sport in generale.
Si tende a considerare il proprio apporto solo, o principalmente, in
termini “strumentali” (portare il figlio alla partita, agli
allenamenti, acquistare i materiali ecc.) ma il ruolo del genitore
è in realtà importantissimo non solo per la creazione della
personalità del bambino nei confronti dello sport, ma anche per
tutti gli aspetti generali che vengono mediati da un'attività
importante, nella vita del piccolo individuo, come quella sportiva.
È importante per tanti motivi, evidentemente, ma per comprenderli
dobbiamo fare una cosa che a voi sembrerà “bizzarra”, ma che noi
riteniamo invece indispensabile. Dobbiamo riuscire
a guardare il mondo con gli occhi dei bambini, dei ragazzi e degli
adolescenti, perché se invece lo guardiamo dal nostro punto di vista
ogni cosa che diremo da questo momento in poi
risulterà un semplice passaggio sterile di informazioni, magari
anche interessanti, ma senza nessun effetto pratico.
Perché bisogna assumere il punto di vista del bambino? Perché per il
bambino, e nelle successive fasi evolutive, il mondo è completamente
diverso da come lo vediamo noi. Per cui
non potremo mai comprenderlo se assumiamo una visione
adulto-centrata che ci porta spesso a considerare il bambino come un
“piccolo adulto” (se non una “tabula rasa” come
definivano gli empiristi Hume e Locke nel ‘700), in tutto e per
tutto simile a noi ma con possibilità e capacità limitate.
Facciamo un esempio: nel mondo degli adulti, esistono alcuni
compartimenti ben definiti nella vita, di cui abbiamo piena
consapevolezza, e sui quali regoliamo le nostre aspettative, i
nostri
atteggiamenti e i nostri comportamenti. Esiste il lavoro, esiste la
famiglia, esiste lo sport.
Ciascuno di noi mette in ordine tutti questi aspetti secondo le
proprie disposizioni personali e secondo l'ambiente in cui vive. Lo
sport, generalmente, è considerata un'attività
gerarchicamente meno importante rispetto, ad esempio, il lavoro e la
famiglia, che giustamente assumono priorità, per motivi evidenti.
Per il bambino c'è la scuola, ci sono i
genitori, c'è il calcio. Se il bambino va male a scuola, la prima
cosa che succede, è che gli si vieta di andare a giocare a calcio.
Naturalmente un genitore può avere buoni motivi per non far
giocare il figlio a calcio, ma quello che bisogna sapere è che il
figlio non darà a questa cosa lo stesso significato. Per il bambino
scuola, genitori e calcio sono un contesto unico ed
indistinguibile in cui loro orientano i loro comportamenti solo in
funzione di compiacere i genitori
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