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Il
collettivo. Le difficoltà e cosa serve per formarlo |
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| Autore:
Vincenzo Prunelli | Fonte: Notiziario
Settore Tecnico |
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Introduzione |
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Nel calcio il termine “collettivo” è il più abusato e frainteso. Quello che si chiama collettivo, infatti, è una situazione statica e priva di sviluppi,
che si raggiunge per il solo fatto di giocare insieme o di aver risolto, o non avere lasciato sviluppare, difficoltà di conduzione. E’ una condizione che non va molto più in là di una conoscenza reciproca e di un’intesa in campo, o di un adeguarsi senza portare contributi creativi. A volte si vede qualcosa di più, un insieme che arriva e si perde per caso, ma che offre molte opportunità per capire. Sono i momenti di grazia di una squadra, che prima comincia a vincere in modo più o meno inatteso, e dopo conferma le vittorie. In questi casi, l’euforia coinvolge noi, i giocatori e l’ambiente, azzera tensioni, ruggini e soggezioni e man mano, con le conferme, diventa sicurezza. Ma, se non ne capiamo i motivi e non li stabilizziamo, questi momenti non reggono. Tocca a noi capire cosa è cambiato nella squadra, quali meccanismi si sono messi in moto o si sono creati, cosa fa rendere la squadra al suo potenziale, come siamo cambiati anche noi. Possiamo accorgerci di esserci comportati con più tranquillità, aver lasciato più spazio all’inventiva dei giocatori, di essere intervenuti di meno e di aver accettato che ognuno facesse anche da solo. E possiamo scoprire certe attitudini o abilità che prima non si erano mai espresse o, addirittura, qual’è
la vera forza dei giocatori e della squadra. Sarebbe il momento per
cercare di capire cosa è successo per poterlo ripetere, ma nello
sport non si vede ancora l’utilità di indagare le situazioni
favo-revoli. Ci si illude che siano state ottenute grazie ai metodi
usati o a una maturazione sopravvenuta o operata nella squadra, e si
pensa che esse possano continuare all’infinito. Ma neppure una
situazione così favorevole, se resta solo provvisoria e non
indagata, può essere il primo passo verso il collettivo. Resta
infatti legata a fatti casuali e non riassume in sé le condizioni
per ulteriori ampliamenti. Quali sono le attuali difficoltà a
formare un collettivo? Non ci possiamo aspettare una capacità di
cooperare e di produrre nell’età adulta che non sia stata allevata
ed educata prima. Un giocatore senza la maturità e l’autonomia
necessarie non può assumere gli insegnamenti in modo critico e
consapevole, essere cooperativo e produttivo in ogni momento dello
sport o rispondere a una condizione in cui ognuno usa di sé le
capacità migliori per il miglior rendimento di tutti. E se siamo
abituati ad agire in modi direttivi, e quindi deresponsabilizzanti,
e non siamo preparati a sfruttare tutte le componenti emotive ed
intellettive del giocatore, non possiamo aspettarci di essere subito
in grado di costruire e guidare un collettivo. La creazione di un
gioco collettivo dipende infatti dalla partecipazione attiva di
tutti i giocatori all’elaborazione di schemi e tecniche e da un
allenatore preparato alla vita di gruppo, in modo da esserne
partecipe e, al tempo stesso, tecnico - guida. |
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Che cos'è il
collettivo? |
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Il
collettivo è pensare e trovare insieme le soluzioni in campo e
fuori, creare e partecipare alle creazioni degli altri, scoprire
possibilità di gioco nuove e applicarle senza rischiare di risultare
incomprensibili. E’ scoprire cosa è successo nella partita, errori e
colpi di genio, o cosa va corretto e cosa va sviluppato, e trovare
le soluzioni e trasformarle in conoscenza e strumento di tutti.
Volendo creare un’immagine, in campo il collettivo è un’idea che
nasce, cresce e si arricchisce con l’apporto di tutti, un operare
che non è mai fermo, perché è ciò che si sa fare, ma, di più, la
ricerca di ciò che è ancora possibile e la somma di tutto ciò che
via via si produce insieme. Cosa serve per creare un collettivo?
Prima di tutto delle società che non pretendano il poco subito a
spese di ciò che al momento è solo potenziale e rende solo più
tardi. A fine campionato le squadre soddisfatte sono sempre poche:
non è allora meglio lasciar lavorare l’allenatore? Dunque,
collettivo è esercizio pieno di intelligenza e creatività. Si parla
spesso di intelligenza, ma nello sport non vi sono ancora tecniche
specifiche per sviluppare e usare quella del giocatore. Si usa la
capacità di imparare e di eseguire, cioè il capire e l’applicare,
che è il primo gradino dell’intelligenza, ma non la critica e la
creazione, che ne sono livelli più “nobili”. Ma così che ne facciamo
del talento, che è tale anche perché è più creativo degli altri? Se
fa il compitino e non usa l’ingegno per inventare al momento uno
schema o una soluzione diversa, perché è cambiata la situazione o è
più utile cambiarla, che talento è? Il giocatore adatto al
collettivo deve essere preparato a creare e fare insieme, a proporre
schemi e ad adattarsi a quelli degli altri. Ma deve essere anche
disponibile a rinunciare a un vantaggio personale per mettersi al
servizio della squadra, e guardarsi dentro per capire cosa gli
manca, come e dove cercarlo e cosa potrebbe dare di più. Un
allenatore e un giocatore così sono i professionisti dei campi più
avanzati, dove vengono cercati, mentre lo sport spesso non ci lascia
lavorare e non sa come usare il giocatore, o ne ha paura, perché lo
considera ingovernabile. Un collettivo non si forma da solo, ma
dobbiamo cercarlo e costruirlo, e non è una situazione statica o un
traguardo, ma un processo evolutivo che usa tutto ciò che è attuale
come punto di partenza per ricercare livelli di funzionalità sempre
più elevati. E’ quindi un obiettivo ottimale mai del tutto
realizzabile che somma molti fattori, ognuno dei quali potrebbe, a
ragione, essere la vera essenza del collettivo: ad esempio, una
collaudata capacità di evolvere, un uso completo della creatività e
dell’iniziativa da parte del singolo e della squadra, un allenatore
preparato a creare motivazioni e obiettivi sempre nuovi e a usare le
spinte naturali del gruppo. |
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Il gruppo |
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Se
ne parla spesso, ma di solito ci si riferisce alla squadra che non
dà problemi o si impegna senza emarginare nessuno dei componenti. E’
già qualcosa, ma non è un gruppo. Il gruppo è una “somma” di
soggetti vincolati da norme chiare che permettono di produrre
insieme in gara e fuori e da precisi modi di vita e di lavoro. La
situazione di gruppo, infatti, è una modalità di relazione che sta
al di sopra dei caratteri dei vari componenti e influenza la
capacità di operare e il comportamento di ognuno, garantendo un
risultato sempre superiore alla somma delle capacità dei singoli.
Una squadra, quindi, è funzionale se ubbidisce ad alcune condizioni
ben precise. Sono: - una situazione in cui l’apporto e il modo di
comportarsi del singolo si adattano e condizionano quello degli
altri in una forma di scambio reciproco;
- il far riferimento a un modello unitario nato dal contributo di
tutti, così da incanalare idee, iniziative e comportamenti in modi
di agire comuni e produttivi;
- la consapevolezza di appartenere a un gruppo reso tale da tratti
comuni e da regole e norme condivise da tutti;
- un rapporto di solidarietà e di cooperazione che permette di
elevare la funzionalità complessiva e di soddisfare bisogni
personali non ottenperabili altrimenti. Il clima di gruppo è dunque
un rapporto che permette di cogliere vantaggi individuali superiori
a quelli che si possono ottenere da soli. Ad esempio, permette al
singolo di raggiungere la posizione che gli compete e gli riconosce
la collocazione più funzionale, in quanto il contributo di ognuno
diventa indispensabile per raggiungere gli obiettivi comuni. Nello
sport si ha paura che troppa libertà porti all’anarchia, ma il
gruppo consente definire le gerarchie secondo meriti, perché
riconosce il ruolo del singolo e la sua indispensabilità e, quindi,
autorità dell’allenatore, che viene ad assumere posizione di guida
inserita a tutti gli effetti nella struttura relazionale della
squadra. Infine, i caratteri del gruppo sono interdipendenti e tutti
indispensabili, ma non si può ipotizzare che possano arrivare tutti
a una realizzazione completa. Ed è per questo che il collettivo, che
potremmo definire il gruppo che opera, una condizione mai del tutto
definita e raggiunta. |
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L'Allenatore |
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Per formare e gestire un collettivo serve un allenatore preparato che non abbia paura di perdere
autorità se i giocatori fanno da soli o trovano una soluzione migliore della sua. Dieci, quindici idee valgono più di una? E senza rischi, perché alla fine spetta sempre a lui decidere. Anzi, finalmente decide davvero, perché è più facile farlo con soggetti responsabili in tutto, e non solo del risultato. L’allenatore moderno, quindi, non provvede solo a far osservare le regole e a controllare se o come i giocatori fanno gli esercizi, ma armonizza e coordina le idee, le proposte e le iniziative di tutti: sposta il pallino sempre un po’ più in là, e i giocatori studiano i sistemi per raggiungerlo. L’obiettivo, cioè, è stabilito e definito dall’allenatore, mentre il giocatore lavora sui mezzi più adatti per conseguirlo. Per un collettivo serve quindi un allenatore che osservi, faccia delle sintesi, colga significati e finalità, trasmetta obiettivi chiari e stimoli modi e indirizzi comuni, così che ognuno possa accettare le norme come proprie e sapere di essere apprezzato e, dunque, si muova nella direzione più utile senza timori e bisogno di continue verifiche. La creatività, il rapporto e i vantaggi del collettivo. La creatività è la capacità di vedere nuovi apporti, di produrre nuove idee e intuizioni e di allontanarsi dagli schemi di pensiero comuni, e la condizione per conferire all’azione un più elevato grado di funzionalità. La creatività si presenta quasi come un tratto del carattere che va allenato e favorito, e non come una possibilità di concretizzare quando ve ne sia l’opportunità e l’occorrenza. Il giocatore e la squadra, quindi, se non sono esercitati a creare in qualsiasi momento dell’attività, non possono esprimere in gara qualcosa di diverso dagli schemi già provati e conosciuti. Quindi se il giocatore non può esercitare la creatività anche fuori del campo, non può essere creativo in partita. Sappiamo tutti a cosa serve la creatività in campo, ma occorre l’impegno a usarla anche fuori. Per farlo occorre cambiare la “mentalità”, quell’insieme di arrangiamenti e vecchie convinzioni, come il cosiddetto “carattere”, le partite sottogamba, le strigliate, le estenuanti concentrazioni o la rabbia, che sono diventati il bagaglio più ingombrante del calciatore. Ma la creatività non è subito produttiva. Essa è una qualità che sta al di sopra della ragione e, quindi, si può esprimere anche contro gli stessi interessi personali e della squadra. La direzione, quindi, va regolamentata, perché se non si offrono all’individuo le condizioni migliori per esprimerla in senso positivo, essa tende spesso a servire scopi in contrasto con le esigenze di un lavoro di gruppo. Anche troppa creatività ha i suoi rischi. Un’espressione troppo personale non si adatta e non partecipa a un comune modo espressivo. E qui arriviamo alla comunicazione. Se i messaggi non sono comprensibili, la creatività non è in grado di offrire grandi contributi. Anzi, spesso è più utile una buona comunicazione piuttosto che un superiore grado di creatività e di tecnica di alcuni che non si integrino nel gruppo. La creatività collettiva non può esprimersi senza un preciso rapporto. Non parlo, però, di legami affettivi, perché il collettivo è impostato su basi più mature, dove prevalgono la stima e il riconoscimento del ruolo indispensabile di ognuno. Nelle squadre tradizionali, invece, si instaura quasi sempre una gerarchia basata sul prestigio tecnico: chi ne ha di più non è motivato a produrre nuove idee, mentre gli altri non ne hanno abbastanza per proporle. La creatività è costruttiva solo se è libera di esprimersi, e sta alla nostra abilità valorizzare almeno le intenzioni e rendere comune ciò che è più utile al gruppo. Questo anche per risolvere eventuali contrasti e valorizzare coloro che non mostrano ancora autorevolezza. E’ necessario liberare il campo da tensioni e paure, in quanto il pensiero creativo di gruppo prende avvio solo dopo che sono stati rimossi i conflitti interni e si è creata una “mentalità costruttiva” e solo quando ognuno partecipa con tutti i propri
contributi. Ma
soprattutto perché la consapevolezza di pensare e di agire a un
livello comune e più evoluto è la condizione che rassicura e
incoraggia nell’azione. Altre condizioni che incoraggiano sono le
verifiche e la sicurezza che le proprie iniziative sono condivise e
aderenti a uno schema di pensiero comune e che il saper ragionare
secondo una comune metodologia fa trovare più rapidamente le
soluzioni più adatte e valide contromisure coordinate. La ricerca
del collettivo ha bisogno di continuità: perché le nuove
acquisizioni continuano ad elevare il livello d funzionalità della
squadra e perché via via nuove norme e metodi di lavoro obbligano ad
applicarle e rivederle. E, infine, perché anche una condizione
felice, se non viene indagata e allenata, è destinata a regnare. In
un collettivo il giocatore entra in campo consapevole di se stesso,
delle possibilità della squadra e della forza dell’avversario. E’
abituato ad analizzarsi, a ragionare e a comunicare con i compagni
ben sapendo che, da una collaborazione collettiva, le soluzioni ai
problemi nascono più numerose e complete, impegnano tutti in
iniziative già programmate e previste e possono comunque nascere in
qualsiasi momento con il contributo di tutti. In tale situazione,
quindi, l’attenzione, la creatività e le energie vengono indirizzate
al gioco senza inutili dubbi, paure o iniziative personali non
finalizzate alla collaborazione. |
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