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Alcuni mesi fa D. mi contattò chiedendomi un parere: lei era una
giovane calciatrice, molto brava nel suo ruolo, purtroppo incappata
in una sfortunata serie di infortuni al ginocchio. Aveva dovuto
subire un intervento in primavera, seguito da un periodo di
riabilitazione; quando fu pronta per scendere in campo si accorse
che la paura di farsi nuovamente male la attanagliava e le impediva
di allenarsi e giocare serenamente. Prima di farsi male D. giocava
tranquillamente, non aveva alcuna paura, quando vedevo un'avversaria
era così decisa e sicura che riusciva sempre a gestire la situazione
e prendere la giusta decisione in pochissimi secondi. Ultimamente
come vedeva un' avversaria avvicinarsi aveva paura, si tirava
indietro, il suo allenatore le aveva detto che dall'intervento aveva
subito una grande calo, le sue compagne di squadra (di cui era il
capitano non solo in campo ma anche per quanto riguarda grinta e
tenacia al di fuori del campo) le dicevano che forse non era ancora
pronta per giocare ma contavano molto su di lei, la stavano
aspettando ma lei sentiva questo peso come un'incudine sulla sua
testa. Aveva molta paura di rifarsi male, di dover sopportare di
nuovo tutto quello che aveva sopportato da sola durante i lunghi
mesi di infortunio ma ciò che più la spaventava era la paura di non
poter più giocare come aveva giocato fino ad allora, aveva paura di
doversi arrendere! D. aveva sofferto molto durante il suo
stato di fermo e la riabilitazione: lei adorava giocare, lo sport
per lei era fonte di realizzazione personale, aveva collezionato una
lunga serie di successi sportivi e l'unico suo desiderio era quello
di poter tornare ad essere quella di prima. Bisogna sottolineare il
fatto che in casa avevano preso molto male la questione
dell'intervento e dello stato di fermo a letto durato ben 40 giorni;
quando la vedevano uscire per recarsi agli allenamenti la facevano
sentire in difficoltà dicendole di non andare, che prima o poi si
sarebbe fatta di nuovo male e altre cose di questo genere. Iniziammo
così un lavoro di Mental Training incentrato sull'obiettivo a breve
termine di ritornare ad allenarsi e giocare senza timore. I pensieri
di D. durante gli allenamenti erano molto negativi, lei pensava
continuamente che avrebbe potuto farsi male, era terrorizzata
all'idea di battere il ginocchio, non riusciva a concentrarsi sulla
traiettoria seguita dal pallone, né sui movimenti delle avversarie:
non si confidava con nessuno, i suoi genitori erano all'oscuro di
tutto e lei riusciva a parlare dei suoi dubbi e dei suoi timori solo
con me. La situazione peggiorò quando il ginocchio si gonfiò
all'improvviso e il suo ortopedico le disse che forse avrebbe dovuto
operarsi di nuovo: lei sprofondò in uno stato di temporanea
depressione, fortunatamente ben presto superato grazie ai
miglioramenti conseguiti durante un secondo ciclo riabilitativo.
Cominciai a notare dei progressi dopo qualche settimana di lavoro:
il rilassamento le serviva molto per ritrovare calma e sicurezza, e
ben presto il suo carattere deciso e battagliero ebbe il sopravvento
sui suoi timori. Il momento decisivo avvenne quando il suo
allenatore e la sua squadra insistettero affinché lei tornasse a
giocare in una partita importante: lei non voleva giocare, era
combattuta tra il desiderio di provare e la sua grande paura. Io la
incoraggiai a scendere in campo, ero convinta che ce l'avrebbe
fatta: sottolineai il fatto che non aveva niente da perdere, che
rimandare il momento della verità non serviva a nulla. Il suo
allenatore era convinto che la sua forma fisica era adeguata, le
terapie erano terminate da un po' di tempo, non sussistevano dubbi
sul suo stato di salute e l'intervento non era più in vista. D. si
sentiva bene, aveva ricominciato ad allenarsi, pur con molte
perplessità, con determinazione e divertimento: gli unici ostacoli
erano quelli mentali. Le dissi che avere timore alla vigilia del
rientro vero e proprio è una reazione normale, direi quasi
"fisiologica": finchè non si ritorna a giocare l'immagine mentale di
noi stessi come atleti non subisce alcuna variazione, l'idea che
abbiamo di noi rimane immutata, cristallina, pressochè perfetta (ci
pensa la memoria a rimuovere eventuali discrepanze o imperfezioni
legate al passato). Ma chi subisce un infortunio è diverso da
com'era prima, ha un'esperienza alle spalle che, nel bene e nel
male, lo ha reso più sensibile ma anche più completo rispetto ad
altri atleti, ha acquisito maggiore consapevolezza, ha gettato delle
solide basi per costruire una realtà sportiva autentica, a 360°;
l'atleta sereno e soddisfatto, felice di poter giocare, cade e si
rialza, consapevole di essere in grado di farlo, consapevole che
l'infortunio o il piccolo incidente prima o poi arriva. Immaginavo
che lei sapesse intimamente che evitare, rimandare la partita vera e
propria ad un' altra volta serviva a procrastinare il momento della
verità, del confronto: aveva davanti a sè due possibili scelte,
rimandare ancora nel tentativo di trovare delle risposte, delle
rassicurazioni alle sue domande o affrontare il terreno di gioco, e
quindi anche il fantasma dell'incidente. La decisione spettava solo
a lei, io potevo solo dirle che secondo me era pronta, e questo lo
capivo dai suoi sogni, dal fatto che si immaginava giocare, dalla
voglia di scendere in campo che traspariva dai suoi discorsi, dal
fatto che mi raccontava che la sua condizione fisica stava
migliorando di settimana in settimana, dal fatto he secondo
l'allenatore stava rientrando in forma e soprattutto dall'entusiamo
che metteva nel raccontare le sue sensazioni legate all'attività
sportiva. Erano tutti segnali positivi, tutti particolari che
dovevano indurla a pensare che gli unici ostacoli che aveva di
fronte erano quelli mentali, erano pensieri, dubbi, incertezze che
servivano solo a confonderla e ad allontanarla da quello che voleva
veramente fare: giocare. Doveva prendere la sua decisione con calma,
una decisione che fosse solo sua e priva di condizionamenti esterni:
doveva ascoltare il suo corpo, ascoltare i suoi desideri e seguire
l'istinto. La mente ci può fuorviare, a volte ci raccontiamo da soli
qualche bella storia costruita apposta per affrontare una realtà che
non accettiamo completamente, ma le emozioni, le sensazioni non
mentono. E lei aveva tanta voglia di giocare, tanta voglia di essere
"come prima". In fondo lei aveva le stesse probabilità di farsi male
di tutte le sue compagne, di tutte le sue avversarie, aveva le
stesse probabilità di prima che accadesse l'infortunio, questa legge
non era cambiata. Le certezze di cui disponeva derivavano dal suo
bagaglio di esperienze, dalla sua forza, dai suoi desideri e dalla
sua caparbietà: bisognava far leva su tutto questo. D. decise di
giocare e fece bene: la sua prestazione fu non solo dignitosa, ma
addirittura brillante, proprio come lei era in grado di fare. Grazie
al suo ritorno in campo, e grazie ai preziosi incitamenti da parte
dell'allenatore, D. iniziò ad elaborare e a superare il suo
infortunio. |