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  Canale Medicina e Psicologia
  | Lo psicologo nel calcio
  | Autore: Aldo Zerbini | Fonte: assoallenatori

Trovo spunto da alcune notizie circolate sulla stampa per riprendere un tema da me segnalato sulle pagine di questa rivista, “l’allenatore”.
Nel calcio le resistenze al cambiamento sono fortissime: dagli stadi alle regole, dalla mentalità
agli organigrammi e così via.
Lo staff dell’allenatore (non solo di A e B), in questi ultimi anni, si è arricchito di tante figure cooperanti: il personale tecnico, quello sanitario ed altri addetti .
Perché il calcio e i suoi allenatori fanno tanta fatica a dare la maglia e a far “giocare” lo Psicologo?
In Italia, ancora oggi, molti non sanno cosa sia la Psicologia e a cosa serva, figuriamoci quella Sportiva. (“mica siamo matti…”), Mentre in altri Paesi questa Scienza ha una sua dignità operativa da un secolo, da noi bisogna attendere gli anni ’60, per merito del compianto Prof. Ferruccio Antonelli, perché faccia i primi passi “sportivi”. Nel 1974 viene costituita l’Associazione Italiana di Psicologia dello Sport (AIPS). L’Associazione ha istituito da diversi anni un Registro di Esperti che raccoglie psicologi, e altre figure professionali ed uno per tecnici, iscritti dopo presentazione di lavori inerenti e il superamento di esami post-frequenza a master idonei.
Dopo tanti anni di “allenamento”, tra studi e ricerche scientifiche in tutte le problematiche sportive (moltissime sul calcio), numerosi interventi sul campo (rari nel calcio), e tanti congressi di alto livello, tali “atleti” meriterebbero di mettersi almeno la tuta…a fronte anche dell’inopinabile concetto che a parità di condizioni fisiche sono le qualità psicologiche che incrementano fortemente le possibilità di successo.
Chiamare a intervenire presso una società sportiva un professionista che vive altre realtà, che usa altri approcci, e che non ha l’esperienza concreta dei contesti, dei climi e delle personalità dedite allo sport, è sbagliato. Vissuto come un estraneo, non coinvolgerà, produrrà varie divisioni, sarà caricato di aspettative disparate, potrà somministrare solo qualche palliativo, esponendo se stesso e tutti gli interessati ai commenti poco corretti dei mezzi di comunicazione. È vero anche, che la nostra Associazione dovrà avere il coraggio di farsi avanti, di ottenere i riconoscimenti dovuti, stipulare accordi con il CONI, la FIGC, le Leghe, con l’AIAC stessa, fornire gli elenchi degli esperti idonei a compiere un lavoro efficace e poter iniziare a collaborare fattivamente.
Si potrebbe cominciare con i settori giovanili, mi pare che non vi siano ostacoli o dubbi sull’utilità dello Psicologo Sportivo che segua i ragazzi dalle scuole calcio alla maturità. A fronte anche degli abbandoni, delle personalità parziali di giovani talenti, di adolescenti sradicati dal loro ambiente e portati in “centri di allevamento”.
È prassi poi che i professionisti debbano sapersi autoregolare le difficoltà interiori per non farle pesare sulle prestazioni. Per giunta gli si impone di mostrarsi come modelli perfetti, senza debolezze, sempre tranquilli e forti, risultando diseducativi per i ragazzi in crescita.
I corsi di Coverciano e quelli che si svolgono nel territorio nazionale, costituiscono l’incontro cruciale tra i futuri allenatori e la psicologia dello sport, e quindi con la figura dello psicologo.
Da docente, per la regione Umbria, ritengo che, per una più approfondita conoscenza reciproca, essi necessitino di qualche ora di insegnamento in più, specialmente sul campo, e della giusta considerazione da parte dei Dirigenti. Lo stesso dicasi facendo riferimento ai medici sociali e la FIMS che, pur sapendo dell’unità corpo-psiche, non riescono ad accettare la vicinanza dello psicologo (alcuni ci hanno sostituito con gli psicofarmaci, altri col doping: violentandoci..). Sebbene, nel mio caso, entrai in una squadra professionistica proponendomi innanzitutto al medico della società, giovandomi anche del fatto che avevo un trascorso da calciatore dilettante.
Qualcosa in più si potrebbe fare con l’Università sia di Psicologia, penso agli indirizzi in bioenergetica ed evolutiva, che di Scienze Motorie, da orientare significativamente verso le materie del Gioco di base, poi del Gioco-Sport e quindi dello Sport agonistico, con le implicazioni psicosociali ed etiche connesse.
I miei convincimenti giovanili sull’importanza di una cultura psicologica per gli sportivi, mi condussero perfino a presentare una tesi di laurea in psicologia dello sport, una rarità nelle nostre università.
Ma, come dicevo all’inizio, le “scarpette” ce le possono far calzare solo gli allenatori, essi sanno bene che fare il tuttologo è controproducente, mentre è indispensabile specializzarsi in sintesi e decisioni di gioco del calcio.
Il mister potrà avviare questo processo parlandone col Presidente ed il proprio staff, mettendosi alla ricerca di uno psicologo qualificato, che vuol dire un conoscitore di calcio, col quale sarebbe sufficiente un colloquio per verificarne la competenza.
Per iniziare una proficua collaborazione lo dovrebbe convocare sin dalla preparazione alla stagione agonistica, in modo di avere tutto il tempo per conoscersi e trovare il modo di coordinarsi operativamente. Superato il momento critico dell’accettazione, tra i primi passi da compiere c’è quello di preparare insieme un progetto-obiettivi e le modalità degli interventi: “ che cosa – come – quando – dove –“.
Personalmente consiglio di non iniziare con i test, ma facendo dell’informazione su temi fondamentali per il calcio, ad es.: personalità-motivazioni-attenzione-,etc, poi le dinamiche di gruppo, i linguaggi del campo e quant’altro si reputi importante. Tali contenuti potranno essere approfonditi durante incontri periodici a cui dovrà partecipare l’intero collettivo, un dibattito aperto che richiamerà sistematicamente situazioni concrete, e che pertanto agirà come prima forma allenante.
La seconda fase consisterà nel lavorare sui piccoli gruppi, sulla psicologia dei settori, in aula e sul campo: difesa, centrocampo ed attacco, quindi sui moduli di gioco della squadra che il mister intenderà adottare.
Terza fase, operare sulle specialità, ad es. il portiere, i calci di rigore, le punizioni, etc, con training mentali personalizzati, registrazioni da ascoltare, con simulazioni operativo-emotive di situazioni critiche spazio-temporali della gara (es. i goal in zona cesarini), nonché i recuperi post-infortunio. Sarebbero sufficienti 15’-20’di allenamento psicologico, per 2 o 3 volte alla settimana, prima di una esercitazione specifica sul campo o al martedì quando si analizzerà la partita vera.
Si potrebbe aggiungere una fase ulteriore, quella di fine anno agonistico, per lo scarico dello stress accumulato, utilizzando tecniche di rilassamento e di recupero psicofisico.
Mentre per i nuovi calciatori, che verranno a far parte dell’organico, un profilo psicologico completerebbe le valutazioni tecniche, riducendo gli abbagli e gli investimenti improduttivi.
Lo psicologo dovrà costantemente rappresentare la psicologia di tutti, se venisse percepito come dominato da qualcuno, o che s’interpone o vissuto come giudice farebbe solo danni.
Egli rappresenterà anche gli aspetti inconsci e irrazionali, un potenziale che se ben coltivato potrà far rifiorire la creatività, l’intuizione e le giocate spettacolari.
Lo psicologo dovrà assumere una posizione di equilibrio con tutti, sapersi muovere negli spazi e nei tempi del gioco del calcio, direi in punta di piedi, disponibile e riservato, discreto e non protagonista. Lavorare sul versante del positivo, sui punti di forza dei singoli e del gruppo, non è affatto semplice, per cui gli psicologi che “scenderanno in campo” non dovranno avere una preparazione rigida, astratta, e né essere dominati da approcci rivolti al negativo o al patologico.
In questi ultimi tempi sono circolati sui mass media altre denominazioni, per aggirare il tabù del termine “psicologo”, alcuni si fanno chiamare motivatori, altri preparatori mentali, chi addirittura facilitatore, poi i tanti consulenti e osservatori. A mio avviso dovrà “giocare a pallone” solo “chi ci sa fare”. Di falsi psicologi, di bidoni, ce ne sono già troppi che palleggiano a bordo campo.

L'Autore: Aldo Zerbini, psicologo dello Sport

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