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La psicologia della
difesa raccoglie in sé molteplici prospettive : quella del portiere,
della stessa “porta”, degli esterni, che con i due centrali
formano la linea difensiva; su questa impostazione dobbiamo poi
considerare le inclusioni tattiche e di personalità di alcuni
centrocampisti (2 o 3 a seconda del modulo adottato). Già riferito
in precedenza come nelle circostanze di calci piazzati contro o in
situazioni particolari di difesa del risultato, tutti dovranno
serrare le fila.
Che lo spirito difensivo di un gruppo deve essere costantemente vivo
per l’intera partita, tanto che gli attaccanti sono e devono
considerarsi i primi difensori.
Un gruppo con queste caratteristiche potrebbe consentire al proprio
allenatore di alzare la linea difensiva per un tempo più lungo
rispetto a quello ipotizzato o spostarla in base a intuizioni o in
riferimento a certe situazioni lette di momento in momento durante
la partita. Ad esempio quando l’unica punta avversaria si è preso un
giallo, fatto che fa calare la carica offensiva degli altri, il
mister e/o il gruppo dovrebbero far crescere la forza di centrocampo
e quella di attacco proprie.
Molti spunti in tal senso sono stati forniti dalle serie di
prestazioni psico-sociali difensive della nazionale ai Mondiali,
prestazioni che sono risultate determinanti per la vittoria.
Personalmente, poi, ho avuto un supplemento di tecnica e di tattica
difensiva dal Presidente Ulivieri (detto Renzaccio, così lo
chiamavano quando allenava la Ternana), che venendo a Terni si è
esibito in mezzo alla sala Consigliare in un repertorio di mosse di
marcatura ad uomo ed a zona. Peccato che tra gli scranni non ci
fossero i politici nostrani ad apprendere come si temporeggia, si
ostacola e s’interviene “correttamente” sull’avversario.
Ma, tornando al focus della disamina, il modo in cui i due esterni
si legano ai pilastri (portiere e centrali) e viceversa, è cruciale
per evitare o limitare gli attacchi larghi e le verticalizzazioni ,
per seguire il campo dei forze mobili in orizzontale (spostamenti
verso i lati), in avanti (fuorigioco) e trasversalmente allorquando
necessita fare le diagonali.
Come detto negli articoli precedenti la guida principale della
difesa è il portiere, per cui le comunicazioni con questo non
dovranno mai interrompersi, poi ci sono le guide situazionali come
l’ultimo difensore che detta l’allineamento e il centrocampista
arretrato che dirige la difesa dal davanti e fa da cerniera col
reparto centrale. L’intero sottogruppo difensivo raggiunge la
massima prestazione allorquando riesce a mettersi in sintonia con il
ritmo della gara, quando vede e segue con concentrazione le
dinamiche offensive avversarie.
Le caratteristiche psicologiche più redditizie degli esterni di
difesa sembrano essere quelle di un’elevata attenzione sulle linee
anzidette, un’aggressività oppositiva più mobile, di fascia lunga,
meno statica dei centrali. Una prontezza mentale nel riguadagnare
gli spazi di competenza o apertesi più avanti, tutti elementi
dinamici che sottendono una grande facilità di corsa e un alto
adattamento psicologico, che va da un’aggressione media, di
controllo, ad un’altra stringente e poi liberare l’elastico della
ripartenza. Chi gioca sulle corsie esterne dovrà possedere una
grande capacità di spesa energetica psicofisica e facilità di
recupero, sia in partita che nell’arco di un campionato, i giovani
danno più garanzie di un ultratrentenne. Inoltre, a seconda degli
avversari, il calciatore che presidia questa zona deve saper
accettare anche il combattimento diretto (fare il vecchio terzino)
trovandosi contro uno che gioca largo, che punta e sta in giornata.
Il saper marcare ad uomo resta sempre un fondamentale anche perché
spesso un laterale viene chiamato a sostituire un centrale, quello
della sua parte, l’atteggiamento cambia, qui il ruolo da svolgere è
più statico, si sta più raccolti. La lotta avviene in spazi e
movimenti ridotti, uno che deve giocare in difesa se ha la mentalità
giusta sa affrontare i rischi e commette pochi falli ,
all’avversario lascia solo le possibilità di fare il fenomeno.
Causare una punizione pericolosa dal limite o il rigore, è frutto di
un impulso “cattivo”, di un’aggressività non allenata che altera i
tempi dell’anticipo o che non fa attendere qualche attimo prima di
andare al contrasto, una condizione psicologica che deforma la
valutazione degli spazi e delle distanze, che non ti fa portare il
nemico a sbagliare, o a infilarsi in un vicolo cieco.
La psicologia della difesa comprende inoltre le qualità difensive di
chi siede in panchina, per le corsie laterali, pronti all’occorrenza
(garanzia) per sostituire chi sta in difficoltà, qui ed ora, per
vari motivi. Senza dimenticare l’incidenza fondamentale che svolge
la prestazione difensiva del mister, sia nel saper allenare l’intero
reparto in questione e sia nel saper intervenire in partita.
Su questo telaio, in parte semifisso (i centrali) e in parte mobile
(gli esterni) dovranno incastonarsi le prestazioni difensive di 2 o
3 centrocampisti, in funzione della forza degli avversari (e la
propria, in quest’area), e della tattica voluta dal mister. Le
capacità di questi uomini nel gestire gli spazi dinanzi alla linea
più arretrata completano la psicologia della difesa. Chi gioca a
centrocampo dovrebbe essere per natura un versatile, chi sta sul
versante difensivo dovrebbe mostrare di possedere un carattere, dove
prevale, seppur di poco, il “prima non prenderle”. Individui con una
propensione a salvare la casa e il territorio circostante (un
tutto), valori che sentono affettivamente più vicini di quelli delle
offese al nemico, del desiderio di conquista, che magari lo lasciano
fare maggiormente ai compagni più dotati di questo istinto. I
centrocampisti difensivi sono i più esposti alle girandole e alle
incursioni verticali degli avversari, trovandosi nel mezzo delle
manovre, per cui il senso della posizione è per loro basilare, tanto
nell’opporsi in varie modalità: affrontare, temporeggiare, chiudere,
affiancare, contrastare il nemico che avanza, quanto nel saper
commisurare le distanze con i compagni.
Personalità portatrici di queste doti vivono il “proprio territorio”
come parte di sé, chi ha fatto una vita da mediano sa cosa significa
impegnare la propria psicologia su spazi molto variegati, sentirsi
sempre in continuità (tela del ragno) con le più svariate situazioni
di gioco.
La fase difensiva comprende altresì la gestione della palla una
volta sottratta al nemico, in zone a rischio, che se ben eseguita fa
sì che questi si ritiri dalle proprie parti, ciò vuol dire
smorzamento dello spirito bellicoso avversario. La disponibilità
temperamentale del centrocampista difensivo consiste nel voler in
tutti i modi (a terra, in alto,ecc) impedire ogni tentativo anche
solamente di minaccia del “nemico”, di colpirlo in anticipo e
scoraggiarlo, demotivarlo (lavoro ai fianchi) costantemente.
Aggiungere un terzo centrocampista difensivo o prepararne uno per
una data gara potrebbe rivelarsi un’ottima scelta, ciò dipende e dal
carattere del tecnico e da altri fattori quali: lo stato di forma
dei compagni di reparto, le condizioni di salute di alcuni, dalle
diffide di taluni, dal periodo del campionato.
Negli ultimi tempi si va manifestando una carenza di ricambio di
difensori italiani d’alto profilo, i tecnici dei nostri settori
giovanili tralasciano, o perché sono impreparati o perché pensano a
vincere i loro campionati, di scoprire e di curare la crescita di
difensori di talento. Ora con le nuove direttive Uefa e Figc che
incentivano una maggiore attenzione da parte delle società ai vivai,
i settori giovanili, che fino ad oggi sono andati avanti col solito
sistema (chi è bravo emergerà) dovranno dotarsi di un raffinato
progetto scopri-talenti. Individuare un potenziale campione di un
dato ruolo, seguirlo e farlo maturare in modo molto specifico
comporta, dagli istruttori di base in su, una preparazione
particolare, specialmente psicologica, in quanto si tratta di fare
un lavoro su singoli senza turbare gli equilibri dei gruppi di
appartenenza (le gelosie, il montarsi la testa, ecc).
L’ideale in un prossimo futuro dovrebbe essere quello di far sedere
in panca, della prima squadra, un giovanissimo del vivaio per ogni
reparto, ciò costituirebbe un autentico successo della cultura
calcistica nel nostro paese, ottenere il massimo del risultato col
minimo investimento, una tra le tante prestazioni etiche da
realizzare per rimettere la “palla al centro”.
L'Autore:
Aldo Zerbini,
psicologo
dello sport.
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