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  + -   MEDICINA E PSICOLOGIA DELLO SPORT
   La psicologia della difesa
   Autore: Aldo Zerbini -  Fonte: Assoallenatori
    La psicologia della difesa raccoglie in sé molteplici prospettive : quella del portiere, della stessa “porta”,  degli esterni, che con i due centrali formano la linea difensiva; su questa impostazione dobbiamo poi considerare le inclusioni tattiche e di personalità di alcuni centrocampisti (2 o 3 a seconda del modulo adottato). Già riferito in precedenza come nelle circostanze di calci piazzati contro o in situazioni particolari di difesa del risultato, tutti dovranno serrare le fila.
Che lo spirito difensivo di un gruppo deve essere costantemente vivo per l’intera partita, tanto che gli attaccanti sono e devono considerarsi i primi difensori.
Un gruppo con queste caratteristiche potrebbe consentire al proprio allenatore di alzare la linea difensiva per un tempo più lungo rispetto a quello ipotizzato o spostarla in base a intuizioni o in riferimento a certe situazioni lette di momento in momento durante la partita. Ad esempio quando l’unica punta avversaria si è preso un giallo, fatto che fa calare la carica offensiva degli altri, il mister e/o il gruppo dovrebbero far crescere la forza di centrocampo e quella di attacco proprie.
Molti spunti in tal senso sono stati forniti dalle serie di prestazioni psico-sociali difensive della nazionale ai Mondiali, prestazioni che sono risultate determinanti per la vittoria.
Personalmente, poi, ho avuto un supplemento di tecnica e di tattica difensiva dal Presidente Ulivieri (detto Renzaccio, così lo chiamavano quando allenava la Ternana), che venendo a Terni si è esibito in mezzo alla sala Consigliare in un repertorio di mosse di marcatura ad uomo ed a zona. Peccato che tra gli scranni non ci fossero i politici nostrani ad apprendere come si temporeggia, si ostacola e s’interviene “correttamente” sull’avversario.
Ma, tornando al focus della disamina, il modo in cui i due esterni si legano ai pilastri (portiere e centrali) e viceversa, è cruciale per evitare o limitare gli attacchi larghi e le verticalizzazioni , per seguire il campo dei forze mobili in orizzontale (spostamenti verso i lati), in avanti (fuorigioco) e trasversalmente allorquando necessita fare le diagonali.
Come detto negli articoli precedenti la guida principale della difesa è il portiere, per cui le comunicazioni con questo non dovranno mai interrompersi, poi ci sono le guide situazionali come l’ultimo difensore che detta l’allineamento e il centrocampista arretrato che dirige la difesa dal davanti e fa da cerniera col reparto centrale. L’intero sottogruppo difensivo raggiunge la massima prestazione allorquando riesce a mettersi in sintonia con il ritmo della gara, quando vede e segue con concentrazione le dinamiche offensive avversarie.
Le caratteristiche psicologiche più redditizie degli esterni di difesa sembrano essere quelle di un’elevata attenzione sulle linee anzidette, un’aggressività oppositiva più mobile, di fascia lunga, meno statica dei centrali. Una prontezza mentale nel riguadagnare gli spazi di competenza o apertesi più avanti, tutti elementi dinamici che sottendono una grande facilità di corsa e un alto adattamento psicologico, che va da un’aggressione media, di controllo, ad un’altra stringente e poi liberare l’elastico della ripartenza. Chi gioca sulle corsie esterne dovrà possedere una grande capacità di spesa energetica psicofisica e facilità di recupero, sia in partita che nell’arco di un campionato, i giovani danno più garanzie di un ultratrentenne. Inoltre, a seconda degli avversari, il calciatore che presidia questa zona deve saper accettare anche il combattimento diretto (fare il vecchio terzino) trovandosi contro uno che gioca largo, che punta e sta in giornata. Il saper marcare ad uomo resta sempre un fondamentale anche perché spesso un laterale viene chiamato a sostituire un centrale, quello della sua parte, l’atteggiamento cambia, qui il ruolo da svolgere è più statico, si sta più raccolti. La lotta avviene in spazi e movimenti ridotti, uno che deve giocare in difesa se ha la mentalità giusta sa affrontare i rischi e commette pochi falli , all’avversario lascia solo le possibilità di fare il fenomeno.
Causare una punizione pericolosa dal limite o il rigore, è frutto di un impulso “cattivo”, di un’aggressività non allenata che altera i tempi dell’anticipo o che non fa attendere qualche attimo prima di andare al contrasto, una condizione psicologica che deforma la valutazione degli spazi e delle distanze, che non ti fa portare il nemico a sbagliare, o a infilarsi in un vicolo cieco.
La psicologia della difesa comprende inoltre le qualità difensive di chi siede in panchina, per le corsie laterali, pronti all’occorrenza (garanzia) per sostituire chi sta in difficoltà, qui ed ora, per vari motivi. Senza dimenticare l’incidenza fondamentale che svolge la prestazione difensiva del mister, sia nel saper allenare l’intero reparto in questione e sia nel saper intervenire in partita.
Su questo telaio, in parte semifisso (i centrali) e in parte mobile (gli esterni) dovranno incastonarsi le prestazioni difensive di 2 o 3 centrocampisti, in funzione della forza degli avversari (e la propria, in quest’area), e della tattica voluta dal mister. Le capacità di questi uomini nel gestire gli spazi dinanzi alla linea più arretrata completano la psicologia della difesa. Chi gioca a centrocampo dovrebbe essere per natura un versatile, chi sta sul versante difensivo dovrebbe mostrare di possedere un carattere, dove prevale, seppur di poco, il “prima non prenderle”. Individui con una propensione a salvare la casa e il territorio circostante (un tutto), valori che sentono affettivamente più vicini di quelli delle offese al nemico, del desiderio di conquista, che magari lo lasciano fare maggiormente ai compagni più dotati di questo istinto. I centrocampisti difensivi sono i più esposti alle girandole e alle incursioni verticali degli avversari, trovandosi nel mezzo delle manovre, per cui il senso della posizione è per loro basilare, tanto nell’opporsi in varie modalità: affrontare, temporeggiare, chiudere, affiancare, contrastare il nemico che avanza, quanto nel saper commisurare le distanze con i compagni.
Personalità portatrici di queste doti vivono il “proprio territorio” come parte di sé, chi ha fatto una vita da mediano sa cosa significa impegnare la propria psicologia su spazi molto variegati, sentirsi sempre in continuità (tela del ragno) con le più svariate situazioni di gioco.
La fase difensiva comprende altresì la gestione della palla una volta sottratta al nemico, in zone a rischio, che se ben eseguita fa sì che questi si ritiri dalle proprie parti, ciò vuol dire smorzamento dello spirito bellicoso avversario. La disponibilità temperamentale del centrocampista difensivo consiste nel voler in tutti i modi (a terra, in alto,ecc) impedire ogni tentativo anche solamente di minaccia del “nemico”, di colpirlo in anticipo e scoraggiarlo, demotivarlo (lavoro ai fianchi) costantemente.
Aggiungere un terzo centrocampista difensivo o prepararne uno per una data gara potrebbe rivelarsi un’ottima scelta, ciò dipende e dal carattere del tecnico e da altri fattori quali: lo stato di forma dei compagni di reparto, le condizioni di salute di alcuni, dalle diffide di taluni, dal periodo del campionato.
Negli ultimi tempi si va manifestando una carenza di ricambio di difensori italiani d’alto profilo, i tecnici dei nostri settori giovanili tralasciano, o perché sono impreparati o perché pensano a vincere i loro campionati, di scoprire e di curare la crescita di difensori di talento. Ora con le nuove direttive Uefa e Figc che incentivano una maggiore attenzione da parte delle società ai vivai, i settori giovanili, che fino ad oggi sono andati avanti col solito sistema (chi è bravo emergerà) dovranno dotarsi di un raffinato progetto scopri-talenti. Individuare un potenziale campione di un dato ruolo, seguirlo e farlo maturare in modo molto specifico comporta, dagli istruttori di base in su, una preparazione particolare, specialmente psicologica, in quanto si tratta di fare un lavoro su singoli senza turbare gli equilibri dei gruppi di appartenenza (le gelosie, il montarsi la testa, ecc).
L’ideale in un prossimo futuro dovrebbe essere quello di far sedere in panca, della prima squadra, un giovanissimo del vivaio per ogni reparto, ciò costituirebbe un autentico successo della cultura calcistica nel nostro paese, ottenere il massimo del risultato col minimo investimento, una tra le tante prestazioni etiche da realizzare per rimettere la “palla al centro”.
L'Autore: Aldo Zerbini, psicologo  dello sport.     
 

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