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Giovani calciatori: motivazioni e gratificazioni
  Giovani calciatori: motivazioni e gratificazioni
  Autore: Aldo Zerbini
  Fonte: Assoallenatori
  Data di pubblicazione: 26 Maggio 2011
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Ormai è da tempo (circa vent’anni) che svolgo periodiche ricerche sul mondo giovanile calcistico e non. A tale riguardo, ringrazio infinitamente dell’ospitalità la rivista “l’Allenatore”, dove i miei lavori hanno trovato sempre un degno risalto. Questo interesse per la ricerca perdura in me dai tempi universitari, con due tesi basate su investigazioni di fatti concreti e non su studi teorico-deduttivi. Un metodo e una posizione legati quindi alla realtà, diciamo “scientifici”, tendenti all’oggettività. Mentre oggi assistiamo, al contrario, a esternazioni e commenti a dir poco superficiali da parte di quanti “lavorano” coi giovani, ambiscono organizzarli nel gioco del calcio e valutano le loro prestazioni. Tutti conosciamo lo stato della ricerca in Italia: quella psicologica e sociale, specialmente in ambito sportivo-calcistico, viene tenuta ancora “sottoterra”. Non interessa a nessuno e non c’è un euro da investire per seguire con scrupolo l’evoluzione delle generazioni di ragazzi che corrono dietro al pallone. Nonostante questo, il sottoscritto e pochi altri, ogni tanto, sentono l’obbligo morale e professionale di “tastare il polso”, sentire il cuore dei giovani. Sperando che qualcuno (dirigenti e tecnici) leggendo (leggono?) le relazioni, come la presente, vi trovi qualche spunto per migliorare innanzitutto il clima generale del calcio giovanile, premessa (speranza) di cambiamenti anche per i “grandi”.

Il campione da me sottoposto al sondaggio, mediante questionario, è stato pari a 310 ragazzi praticanti calcio che si presentavano alla visita d’idoneità sportiva nell’Unità Ospedaliera di Medicina Sportiva della asl 4 di Terni.

Già dal primo dato, ossia l’età, emerge prepotentemente il segno dell’abbandono precoce di quanti praticano il calcio. A diciotto anni quelli che restano e si presentano alla visita sono solo il 5% del totale, mentre dodicenni e tredicenni sono pari quasi al 40%. Il calo maggiore si ha tra la fascia dei sedici-diciassette anni (circa il 25%) e quella dei diciotto, dove il 20% denota di aver perso ogni motivazione, non si diverte più e se ne va. È dagli anni Ottanta che questo fenomeno si ripete senza che si attivi qualcuno che conta e agisca per cambiare uomini (dirigenti e formatori) e strategie preventivo-educative (metodi e contenuti), istituendo severi controlli (punizioni) dei comportamenti negativi.


E allora, passiamo a esaminare alcuni dei motivi che con molta probabilità causano la fuga dal calcio di tanti giovani. Tra i profili della demotivazione ci può essere anche lo scarso talento, ma potrebbero esserci anche qualità sociali e capacità intellettive fuori dal normale non riconosciute, oppure il disagio di chi è lento e necessita di tempo. Queste ferite, inferte da “addetti ai lavori”, non solo tecniche, incidono sulla dignità di un ragazzo in corso di maturazione.

Dal grafico (Fig. 1) emerge che più del 20% dei giovani non è pienamente soddisfatto del proprio rendimento. L’insoddisfazione acuta è rilevabile intorno ai sedici anni. Le cause più probabili sono l’aver praticato uno sport per cui i soggetti non erano molto portati, ma anche l’aver avuto “allenatori” inadatti all’età evolutiva e impreparati alla formazione dei giovani: istruttori che si preoccupano di curare solo il proprio orticello (fascia di età), cui manca la visione unitaria di un processo che è continuo. Si lavora pervicacemente sulla fisicità delle prestazioni e sul risultato immediato, emarginando gli aspetti psicologici e la qualità del gioco. Di conseguenza i ragazzi accumulano esperienze socializzanti insufficienti, che non consentono loro di vivere con soddisfazione i diversi gruppi di appartenenza e in queste condizioni non trovano gli stimoli all’impegno individuale per migliorarsi.

Solo il 18% (Fig. 2) dichiara di non essersi mai fatto male e sebbene sia un dato di superficie – in quanto non sappiamo nel dettaglio il tipo d’incidente e il danno riportato dai ragazzi, è comunque un segnale che conferma come i rischi di infortuni ci siano eccome, specie tra i giovani calciatori, a causa, come già detto, di un gioco sempre più fisico, aggressivo, con allenamenti duri e frequenti. Per non parlare dello stress dovuto alle tante partite. D’altronde, basta vedere quello che succede ai corpi dei calciatori professionisti per rendersi conto della gravità del fenomeno.
Da considerare, inoltre, che dietro ogni aspetto considerato in questa ricerca c’è tutta una serie di “infortuni” psicologici e sociali che non vengono mai rilevati, ma che sono intensamente sentiti da chi li subisce. specie se adolescente.

Appena un terzo dei ragazzi afferma di non avvertire tensione (Fig. 3), a riprova dell’esagerata importanza che viene data dai tecnici, dai genitori e dagli stessi giocatori alla partita. L’ansia prodotta dal bisogno della vittoria per sentirsi forti, lper la paura di perdere e sentirsi in crisi con se stessi e con gli altri genera profondi sentimenti di disagio, un elemento che poi incide negativamente sul percorso sportivo dei ragazzi. La precocità delle tensioni nervose, come appunto quella di dover vincere da subito (a 6 anni!), e dei sensi di colpa per le sconfitte nonché il loro accumulo nel tempo provocano il rigetto del calcio da parte del giovane.

Collegato al punto precedente (Fig. 4), può capitare (nel 48%) di arrivare a litigi tra i protagonisti a causa delle sconfitte subite, di disaccordi su chi gioca e chi no, di allenamenti poco divertenti, di favoritismi legati alle simpatie del mister. La fragilità emotiva, l’incapacità di tollerare gli altri, il duro egoismo, se non narcisismo, la scarsa socializzazione e quindi la difficoltà a comunicare fanno sì che un ragazzo, al primo intoppo-frustrazione, si metta a litigare coi compagni. Gli “educatori” delle scuole calcio non concedono spazio sufficiente al pensiero dei loro allievi, non c’è tempo per conoscere cosa provano e quindi non allenano di fatto i loro rapporti sociali.

Quanto anzidetto non pare accadere nei rapporti tra genitori e allenatori, e infatti meno del 20% dei ragazzi (Fig. 5) dichiara di averli visti discutere nelle forme più accese tanto da provocare in loro un turbamento. Il dato ricavato dall’indagine è un dato positivo, perché riduce a sporadiche occasioni il fatto di vedere il desolante spettacolo di forti conflitti tra “educatori”. Resta comunque da verificare i perché e l’intensità degli scontri, per saltuari che siano.
Una buona cooperazione tra gli educatori rafforzerebbe la motivazione sportiva dei loro ragazzi e quindi sarebbe molto salutare per tutti.

Quasi la metà (48%) della popolazione investigata sogna di diventare qualcuno nel calcio (Fig. 6). Questo testimonia lo scarso senso della realtà da parte dei giovani, che è anche frutto di una proiezione dei genitori e degli stessi mister, che attendono dai figli e dagli allievi quei successi che a loro sono invece mancati e li vivono in forma vicariante attraverso di essi. I grandi, spesso, percepiscono il successo, anche effimero, come un toccasana delle frustrazioni che subiscono quotidianamente.
Tanto per fare un esempio nel recente mercato, appena chiuso, quanti giovani under20 italiani hanno trovato spazio? Ben pochi: e quanto si fa ad alti livelli condiziona poi l’intero movimento calcistico. Dunque cosa fare?
Per primo, curare la qualità del gioco espresso dai singoli, principio di fondo che dovrebbe, nelle fasce d’età giovanile, fare implicitamente la selezione dei migliori: ma questo potrà avvenire se si lasciano giocare i ragazzi con una certa libertà.

Secondo, la scuola primaria deve uscire una volta per tutte da due trappole: una è quella dell’ora di educazione fisica = ricreazione, il nulla, l’altra è fungere da “supermercato” per i vari tecnici di società che cercano ossessivamente bambini da portarsi dietro. La cosiddetta agenzia formativa della Pubblica istruzione, supportata da istruttori ben preparati messi a disposizione dalle società, dovrebbe educare agli sport col giocare a tutti gli sport. Che significa (finalità massima) mettere fanciulle e fanciulle nelle condizioni psicologiche di poter sperimentare e poi scegliere liberamente, in età adolescenziale, dopo aver maturato in sé dei criteri valutativi, la disciplina sportiva da praticare.

Terzo, sviluppare una pedagogia specifica per realizzare quanto detto utilizzando gli impianti scolastici di gioco-sport in orario pomeridiano (dando a tutti i plessi il minimo necessario), perché nell’oretta mattutina si può fare solo la “ricreazione” (scaricarsi-rilassarsi fa comunque bene) e non l’Educazione Fisica, una materia a cui si fa tanta fatica ad aggiungere anche espliciti contenuti e approcci psicologici e sociali, mettendola così sullo stesso piano degli altri insegnamenti.

 
 

 

 

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