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La storia del generale e dei
suoi grandi successi in panchina, dall’Ajax al Barcellona, fino alla
conquista di Euro 88 con la nazionale olandese.
Ricordo il grande Silvano, mio mitico prof. di filosofia del liceo,
sostenere, a ragione, che la storia del pensiero filosofico poteva essere
divisa in due grandi ere: quella avanti Kant e quella dopo Kant. Proprio
oggi, mentre pensavo a cosa scrivere in questo post su Rinus Michels, ho
concluso che Marinus Jacobus Henfrikus Michels è, per il calcio, quello
che il grande filosofo anglo-prussiano è per la filosofia:un genio.
La storia di Marinus comincia da lontano, da Amsterdam, e se è vero che il
destino lascia dei segni sulla propria strada, il primo che si manifesta
nella vita di Rinus è datato 9 febbraio 1936, il giorno del suo nono
compleanno: al piccolo vengono regalati degli scarpini da calcio e un
pallone con lo stemma dell’Ajax; per il bimbo il calcio è già una
passione, gioca con gli amici e si “allena” con suo padre. Un osservatore
dell’Ajax lo nota e nel 1940, a 12 anni, entra a far parte delle giovanili
dell’Aiace. L’Europa è già in guerra, le truppe del Terzo Reich invadono
l’Olanda, per gli olandesi ma soprattutto per l’Ajax sono tempi duri, il
club è storicamente legato alla comunità ebraica e vive momenti difficili
con tutta la dirigenza rimossa. Per Marinus sono gli anni
dell’adolescenza, la sua carriera rimane bloccata, difficoltà materiali lo
bloccano e problemi burocratici impediscono il suo ingaggio da parte dei
francesi del Lille.
Quando la guerra finisce Rinus ha 17 anni e l’anno dopo poco più che
diciottenne debutta nella prima squadra che milita in Serie B. Si gioca il
9 giugno contro l’ADO, l’Ajax stravince e il ragazzo segna 5 gol, nell’8 a
3 finale. La squadra viene così promossa in Prima divisione. L’anno dopo i
Lancieri vincono il campionato e Michels si ritaglia uno spazio sempre più
ampio nell’organico del club: tra il 1946 e il 1958 giocherà più di 250
partite segnando 122 gol. Non è un giocatore fenomenale ma è una persona
seria, si allena con costanza, cerca sempre di migliorarsi nonostante non
abbia qualità fisiche o tecniche eccelse, è un professionista che assapora
anche il gusto della nazionale Orange, dove debutta nel 1950 contro la
Svezia e dove collezionerà solo 6 presenze, con un record poco invidiabile
di 6 sconfitte. La carriera da calciatore finisce nel 1958, a soli
trent’anni, a causa di un infortunio alla schiena. È giovane per smettere
ma il ritiro dal calcio giocato non è che il preludio della sua epopea;
per un periodo fa l’insegnante di educazione fisica sfruttando il suo
diploma, insegna per un po’ in una scuola per bambini audiolesi poi nel
1965 quando l’Ajax chiama, lui risponde, ed è l’inizio di una sfida e di
una rivoluzione.
Rinus ha solo 37 anni e il club di Amsterdam è ancora una squadra
“normale”, sarà questo uomo simpatico e perfezionista a costruire il mito.
Guida il team alla vittoria di quattro campionati olandesi tra il 1966 e
il 1970 (solo nel 1969 vincerà il Feyenoord, futuro Campione d’Europa) e a
una triplice affermazione in Coppa d’Olanda. Michels comincia a costruire
un meccanismo perfetto, una squadra che gioca a memoria, i cui giocatori
non si limitano a interpretare il loro “compitino” ma che giocano in
funzione della situazione di gioco che gli si presenta. È nato il calcio
totale, terzini che spingono e crossano, punte che fanno i registi,
pressing alto e asfissiante, trappola del fuorigioco a volte esasperata ma
un gioco arioso, bello forse troppo, caratterizzato da un mix di
strapotere fisico (le sedute atletiche del Generale Rinus sono
leggendarie) e una grande abilità tecnica da parte di tutti gli elementi
della rosa, portiere compreso (Jongbloed preso dal NAC Breda era un ottimo
regista arretrato).
La rivoluzione non sconvolge solo l’Olanda ma l’Europa intera, il
Totalvoetbal di Michels si diffonde come la “buona novella” del calcio,
anche se la prima grande recita della compagine di Michels si rivela un
flop. Si gioca a Madrid, è la finale della Coppa Campioni 1969, i Lancieri
affrontano il Milan di Rocco e ne prendono quattro con tre gol di Piero
Prati e un Gianni Rivera autore di una prestazione di grandissimo
spessore. Sbagliando s’impara, si dice, e il Generale Rinus si presenta
con le sue truppe due anni dopo, stessa occasione, l’ avversario è il
Panathinaikos allenato da Ferenc Puskas e questa volta si gioca nel tempio
di Wembley, il 2 giugno. E’ un match senza storia fin dall’inizio, i greci
e il loro allenatore ci capiscono poco, pochissimo, al 5’ l’Ajax è già in
vantaggio, segna Van Dijk, poi gli olandesi irretiscono gli avversari con
il loro moto perpetuo e armonico, creano sette, otto occasioni da gol,
soffrendo ben poco in difesa, all’85’ arriva il 2 a 0, è finita, mamma
butta la pasta, l’Ajax è campione d’Europa.
Vinta la Coppa, Rinus decide di lasciare, le basi della rivoluzione sono
lanciate, i Lancieri vengono affidati a Stefan Kovacs, ex allenatore della
Steaua di Bucarest che porta avanti la filosofia di gioco del trainer
olandese e olia la macchina da guerra costruita dal Generale vincendo
altre due Coppe Campioni, una Coppa Intercontinentale (1972) e la prima
Supercoppa Europea (1973), e dando prove di calcio memorabili come la
finale di Coppa Campioni 1972 -dove Cruijff fa letteralmente ammattire un
giovanissimo Oriali- o il 6 a 0 al Milan nella Supercoppa europea 1973.
Il Generale va al Barcelona: è il 1971, il franchismo è al tramonto, il
dominio calcistico delle squadre madrilene no, Rinus esporta in Catalogna
il suo modo di intendere il fútbol e i risultati alla lunga si vedono. Ci
vorranno due anni e l’arrivo di Cruijff , ma poi sarà grande spettacolo,
con una data simbolo, 17 febbraio 1974. Real Madrid 0 Barcelona 5 con un
Santiago Bernabeu ammutolito e un gol spettacolare di Crujiff.
La metà degli anni Settanta sono forse il culmine della carriera da
manager di Rinus, nel 1975 tornerà all’Ajax per una sola stagione, nel
1976 ritornerà sulla panchina blaugrana per due annate nelle quali vincerà
una Copa del Rey (1978); l’anno seguente se ne andrà nella NASL,
l’antenata della MLS, anche in quell’occasione per una sola stagione.
Nel 1980 il Generale torna in Europa, al Colonia, quattro stagioni e una
Coppa di Germania, dopo quell’esperienza ce ne solo un’altra in un club,
la stagione 1988-1989 sempre in Germania, al Bayer Leverkusen anche qui
senza lasciare il segno. L’altro grande amore della carriera calcistica di
Michels è stata la nazionale olandese. Il Generale l’ha guidata a più
riprese, tra il 1974 e il 1992; la prima volta è stata alla vigilia dei
Mondiali di Germania del 1974, la Federazione olandese lo ingaggiò nel
marzo di quell’anno, a qualificazione già ottenuta.
Per l’Olanda è la seconda partecipazione e francamente non è tra le
favorite, ma i ragazzi guidati da Rinus avanzano abbastanza agevolmente, 2
a 0 con l’Uruguay (doppio Rep), 0 a 0 con la Svezia e poi 4 a 1 con la
Bulgaria con Johan Neeskens in cattedra. Il secondo girone pare il posto
dove i sogni arancione si debbano infrangere, ma la nazionale guidata dal
Generale affonda prima la corazzata argentina per 4 a 0 (grandi Crujff e
Neeskens), poi la piccola DDR ( 2 a 0) e infine il Brasile di Pelè
annichilito da un gioco improponibile per la cultura e la tradizione
calcistica dei verdeoro, abituati a correre poco e a far correre molto la
palla: l’Olanda è in finale.
La squadra è costruita a immagine e somiglianza dell’Ajax totale, la
filosofia è la stessa, un 4-3-3 molto duttile, un gioco dai ritmi
forsennati e fondato sulla versatilità dei suoi interpreti, che è la
quintessenza del calcio offensivo ma che garantisce anche grande copertura
difensiva dovuta all’eccezionale preparazione fisica dei giocatori. Gli
interpreti singoli sono di classe mondiale, Cruijff, Neeskens, Rep e
Rensenbrinck sono tra i migliori giocatori dell’epoca che uniscono alle
doti fisiche quelle abilità tecniche necessarie per il tipo di gioco della
squadra.
Nonostante le grandi potenzialità gli Orange non vincono. La finale all’Olympiastadion
di Monaco comincia bene, al 3’ Vogts atterra Cruijff, è rigore, i tedeschi
non hanno praticamente toccato pall., Crujff trasforma, è 1 a 0;
paradossalmente è l’inizio della fine, gli olandesi man mano calano,
l’arbitro Taylor da un rigore per la Germania Ovest, Breitner trasforma, è
1 a 1, siamo al 25’, poi al 43’ Gerd Muller raddoppia e gli Orange
spariscono dal campo, il Generale ha perso.
Con la sconfitta Michels lascia la guida della nazionale, la ritroverà
dieci anni dopo, nel 1984 per un solo anno, poi per un biennio tra il 1986
e il 1988; sarà un’altra grande avventura, un’avventura che porterà Rinus
al primo ( e unico) successo con gli arancioni, in Germania al Campionato
Europeo. Non è più il calcio totale ma il gruppo su cui l’allenatore può
contare è eccelso, il trio olandese del Milan (Gullit, Van Basten e
Rijkaard) costruisce l’ossatura di quella rosa, completata da ottimi
elementi come Ronald Koeman, Wouters, Van’t Schip e da un buon portiere
come Van Breukelen.
Il cammino verso la vittoria è tortuoso e l’Olanda, giunta seconda nel
girone, deve incontrare in semifinale i padroni di casa. E’ una partita
equilibrata, segna Matthaeus al 10’ della ripresa, Koeman pareggia al 27’
poi Van Basten risolve a due minuti dalla fine: è il suo quarto gol della
manifestazione, l’antipasto della finale. Sì, la finale, si gioca contro i
sovietici che hanno strappato proprio agli Orange il primo posto del
girone eliminatorio e che in semifinale hanno liquidato in quattro minuti
l’Italia di Vicini.
La finale è a senso unico, i russi hanno un ottimo gruppo (Mikhailichenko,
Protassov, Dasaev) ma gli Orange sono superiori a livello tecnico e
tattico ma soprattutto la nazionale olandese hain Van Basten un giocatore
unico, fenomenale, che in quella finale segnerà un gol di rara bellezza.
Un tiro al volo sul cross dalla sinistra, una parabola bellissima, dipinta
in modo tale che Dasaev non si rende conto della gran legnata.
E’ 2 a 0, aveva segnato Gullit poco prima ma quel gol non se lo ricorda
nessuno. Come suo solito Michels lascia dopo una grande manifestazione,
tornerà alla guida della sua nazionale nel 1990 dopo il Mondiale
conducendo il gruppo fino a Svezia 1992. Lì l’Olanda è tra le favorite
insieme ai tedeschi, il girone un po’ li aiuta, la Scozia non è temibile,
la CSI che sostituisce l’URRS non è all’altezza della rappresentativa di
quattro anni prima. Risultato: Germania e Olanda in semifinale, con Svezia
e Danimarca, ci si rivede in finale si pensa. La semifinale contro i
danesi per il tecnico olandese è una partita a scacchi con l’altro
allenatore, Richard Moller Nielsen. È una patta, si va ai rigori. Segnano
tutti, sbaglia invece chi generalmente non sbaglia mai, Marco Van Basten.
Gli Orange escono e il Generale si ritira.
L’allenatore di Amsterdam non accetterà più nessun incarico, non se la
sente, ha già avuto un infarto nel 1986 e non vuole rischiare; nonostante
sia a riposo De General rimane un opinionista ascoltato, poco invadente ma
con battute fulminanti come quella volta che ritirando un premio disse
“sono così contento che se fossi un cane scodinzolerei” o come quanto
disse che il “calcio è una guerra”.
Una guerra da cui il Generale si è congedato a 77 anni, nel 2005, con i
gradi di Allenatore del Secolo e di Cavaliere della Federazione olandese.
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