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1. Allorquando,
nel 1985, scrissi un libro intitolato Prima del risultato sapevo
benissimo che, nel titolo, poteva annidarsi un equivoco. Era un
invito rivolto al mondo del calcio, d’accordo, ma a far che? Ad un
certo livello di metaforicità, il titolo invitava a guardare altre
cose prima che al risultato. Invitava, cioè, a non assumere
atteggiamenti pragmatici. Il risultato, allora, era quello della
partita di calcio – il suo esito numerico conclusivo – e l’invito
rivolto ad allenatori, istruttori e dirigenti era quello di guardare
anche altre cose prima di emettere giudizi: guardare al lavoro
svolto, alla qualità della prestazione, alla crescita del singolo
calciatore e della squadra di cui era componente.
Ma fuor di metafora, il titolo invitava a scelte radicali in ordine
alla didattica, ovvero a quella fase del rapporto tra allenatore e
calciatore in cui la competenza calcistica doveva essere trasmessa,
comunicata da una parte e ricostruita in proprio dall’altra. Anzi,
fatta propria.
2. Da questo punto di vista, il risultato era qualsiasi cosa. Un
cross dalla linea di fondo durante una partita, uno stop orientato,
un passaggio nello spazio vuoto sulla corsa del compagno, ma anche
una sedia, un paio di scarpe, una percezione qualsiasi o una sua
semantizzazione. Parlavo di risultato nel suo senso più generale
possibile.
E cercavo di mostrare i vantaggi che avrebbero potuto conseguire da
questa prima assunzione: il vantaggio dell’ingegneria inversa –
parto da qualcosa e mi chiedo come la si è ottenuta, cerco di
ricostruire tutti gli eventi o la sequenza operativa che l’hanno
generata.
3. Questo atteggiamento mi era stato suggerito dai miei studi
linguistici, particolarmente dedicati ai rapporti tra linguaggio e
pensiero ed al modo con cui indagare sulla loro natura. In pratica,
voleva dire la rinuncia alla tradizionale domanda filosofica che
comincia con “Che cosa é…?”, sostituendola con una domanda più
tecnica, “Come faccio a farmi…?”. Va da sé che, quando i risultati
tirati in ballo si servivano della percezione, della
categorizzazione e della semantizzazione si doveva attraversare la
vita mentale, mentre rimaneva possibile – per altre tipologie di
risultati – fermarsi all’indagine sui comportamenti pubblici –
attività motorie e gestualità che, nel gioco del calcio, ne
costituiscono la “tecnica di base”.
4. Nel proporre questa estensione non potevo nascondermi le
difficoltà che avrei incontrato. Nella quotidianità, in definitiva,
quasi mai ci poniamo il problema di come abbiamo fatto ad ottenere
qualcosa. Lo prendiamo bello e fatto. Non ci chiediamo come facciamo
a percepire l’automobile che sta arrivando, ma l’accreditiamo
volentieri e alla svelta di un contenuto di verità e, innanzitutto,
la scansiamo. Comportarci così ha i suoi vantaggi. Aumenta le
probabilità di sopravvivere. E’ economico. Nel dialogo con gli
altri, per esempio, facciamo molto più alla svelta se non ci
soffermiamo a chieder conto dei significati delle parole che si
stanno usando. Perlopiù, andiamo avanti ritenendo che tutti si dia
loro il medesimo significato, anche se così non è quasi mai.
Soltanto in certe circostanze – allorché si rischia l’incomprensione
-, si ferma il ritmo del dialogo e si prova a verificare e a
negoziare con l’interlocutore quel significato da cui potrebbe
dipendere l’incomprensione. Tuttavia, è anche vero che, in certi
ambiti dell’operare umano, l’atteggiamento operativo, o da
ingegneria inversa, è assunto più facilmente e quasi di necessità.
Se voglio riprodurre una sedia mi serve scomporla in tutti i suoi
pezzi e devo altresì imparare a ripetere la sequenza con cui questi
pezzi sono stati messi assieme. E’vero che posso vivere tutta una
vita senza averci la benché minima idea di come faccio a camminare,
ma, nel momento in cui non cammino più, qualche informazione
relativa alla biomeccanica del camminare ed alla neurofisiologia
coinvolta nel processo mi servirà.
5. Parrà strano, allora, sentirmi dire che, negli ambiti di sapere
dove prevale il mentale, l’assunzione di questo atteggiamento è
apertamente osteggiata. Si preferisce l’ontologia, ovvero quella
specializzazione delle discipline filosofiche che considera la
realtà e i suoi costituenti dati, considerati esistenti di per sé.
Perché si preferisce che l’attività mentale umana sia considerata
trascendente, qualcosa di mistico e di ineffabile, inindagabile.
Ma parrà ancora più strano sentirmi dire che anche nel gioco del
calcio – nell’ambito dove mi permettevo di proporre l’estensione
dell’atteggiamento operativo – ho dovuto imbattermi in una certa
resistenza – tuttora durevole.
6. Fatto è che nel mondo del calcio regna da tempo una sorta di
strana idea in base alla quale chi sa far qualcosa, per il fatto
stesso di saperla fare, sa anche spiegarla, trasmetterla ad altri.
Il che, palesemente, è assurdo. L’esecuzione di un gesto tecnico è
una cosa, la sua spiegazione è tutt’altra cosa. Tuttora, si badi,
questa idea è alla base del sapere organizzato per i corsi di
formazione degli allenatori e, ancor più esplicitamente, alla base
dei criteri in virtù dei quali società di calcio dal rilevante
profilo economico scelgono l’allenatore per le loro squadre –
giovanili incluse. Guardandoci attorno, peraltro, scopriamo
facilmente che non è soltanto il mondo del calcio ad essere afflitto
da questa contraddizione: neppure l’istituzione scolastica provvede
a che l’insegnante, oltre al sapere della propria disciplina, abbia
anche una competenza didattica. Anche lì si preferisce parlare di un
“dono”, o di una “missione” – in altre parole si utilizza un
apparato retorico che, come nei settori giovanili delle società di
calcio, serve semplicemente a giustificare investimenti
insufficienti e stipendi più bassi.
7. L’essere in “buona compagnia”, tuttavia, non allevia le nostre
responsabilità. Lo stato di crisi del calcio italiano consiglierebbe
drastici rimedi tramite investimenti sempre più mirati nei settori
giovanili – dove, dunque, la dimensione didattica non può essere
trascurata. Ma la stessa responsabilità di un allenatore di prima
squadra nel calcio d’élite non può che trovarsi di fronte al
medesimo problema semplicemente spostato più avanti
nell’articolazione del programma didattico.
Voglio dire che, se è quantomeno opportuno raffinare l’analisi di
ingegneria inversa in relazione ai gesti della tecnica di base ed
alla costruzione delle prime manovre collettive, è altrettanto
opportuno agire con uguale metodica in relazione all’organizzazione
di gioco espressa ai massimi livelli da calciatori professionisti.
8. L’alternativa è sempre quella: miro alla consapevolezza dei
processi che mi conducono ad un risultato o confido nella buona
sorte ? O nella giocata “magica” del talento ? Dico semplicemente
“fate come me” ed eseguo il gesto – e chi lo fa, bene e va avanti,
chi non lo fa, male e rimane escluso -, oppure eseguo il gesto e lo
analizzo in un tutte le sue componenti in modo tale che anche chi
non lo sa fare possa impararlo ?
Siano risultati di ordine tecnico, siano risultati di ordine
tattico, siano risultati di ordine individuale, siano risultati di
ordine collettivo, non avrei dubbi: scelgo la via della
consapevolezza. Nonostante sappia bene quanta fatica comporti e
quanto ancora ci sia da scoprire su noi stessi prima di poterci dire
soddisfatti della nostra competenza didattica. |
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