|
|
E' difficile inquadrare,
recintare, confinare questo libro nell'angusto spazio dei "libri
sportivi"... si fa presto a dire "è un libro del figlio di
Facchetti, su Facchetti, quindi parla di calcio", però non è così.
Il calciatore-Facchetti passa spesso in secondo piano, nel corso
della narrazione anche di aneddoti legati al campo da gioco, per
lasciare il palcoscenico al padre, al marito, all'amico Facchetti,
attraverso le esperienze che l'autore rievoca, quelle vissute in
prima persona e quelle raccolte in questi anni, ora condivise.
Gianfelice aveva già messo parte del suo personale rapporto con il
padre nella rielaborazione teatrale di un mito greco, "Dedalo &
Icaro srl", ma in modo meno esplicito, comunque filtrato dalla
storia e quindi non riconducibile sollo alla sua esperienza.
Aveva già affrontato ed esorcizzato anche il tema della paura della
morte, tipico del mondo occidentale, in un altro spettacolo, "Nel
numero dei più", ed il contrasto tra un'Italia che non c'è più e
quella che ci troviamo davanti al giorno d'oggi in "Aumma"... e
quindi non stupisce che questi temi riemergano con forza nel libro,
non in semplici ripetizioni di cose già dette ma per fissare qualche
punto fermo, per - ne sono praticamente certo - non doverci tornare
più. C'è il ricordo non triste di un padre che è morto, la
descrizione pacata della conflittualità generazionale che
caratterizza il rapporto tra genitori e figli, il riassunto senza
astio o rivalsa delle cattiverie e indegnità affrontate in 5 anni.
Lo posso dire senza tema di smentita, perchè l'ha detto lui in
maniera garbata ma decisa, prima durante e dopo la presentazione (e
nel libro): si è stufato di difendere in tutte le sedi (pubbliche,
giudiziarie e mediatiche) la memoria di suo padre. Perchè non ce n'è
bisogno, la storia è chiara, chi ha provato ad infangarne la memoria
può aver attecchito nella testa di alcuni poveretti, ma in generale
gli schizzi di fango rimbalzano e tornano indietro verso chi li ha
lanciati. Non c'è più quindi alcuna battaglia da combattere, per
lui. Era qualcun altro (la stessa FIGC) per altro a doverla
affrontare, se avesse avuto interesse a cambiare questo mondo marcio
del calcio italico.
Il libro non è un'agiografia di Giacinto Facchetti, quanto il
ricordo di un mondo di valori. Un ricordo che sia di stimolo a
cercarli nel presente e nel nostro futuro, non nel passato che non
può tornare.
Ho letto il libro tutto d'un fiato oggi, dopo essenre stato alla
presentazione martedì sera. Una serata molto bella, in una sala (lo
Spazio Oberdan) stracolma di persone che a Giacinto Facchetti hanno
voluto e continuano a volere bene, per quello che è stato. Un
incontro iniziato con poche semplici parole "siamo qui per
presentare un libro su Giacinto Facchetti" che fanno partire
spontaneo un lungo applauso con standing ovation, e proseguito tra
letture di brani del libro (concitata e forse troppo "teatrale"
quella di Lella Costa, timida e garbata quella del figlio di Candido
Cannavò, ferma e decisa quella del frequentemente bistrattato - a
causa sua e di quello che scrive eh! - Severgnini, che esorta a non
indietreggiare mai, quando qualcuno osa "paragonare
l'imparagonabile"), musica (un ottimo trombettista ci accoglie in
sala e ci saluta alla fine, sulle note di "you'll never walk alone",
ed oltre a lui Gaetano Curreri degli Stadio introduce il video della
bella canzone "Gaetano e Giacinto", dedicata al Cipe ed a Scirea) e
soprattutto testimonianze.
Molti iinfatti i testimoni di qualcosa condiviso con il nostro
numero 3, dai calciatori alle figure istituzionali: il gigante buono
Toldo, il quasi mistico Cordoba (silenzio assoluto in sala mentre
afferma sicuro che "è qui in mezzo a noi ora") che racconta la
grinta trasmessa prima delle partite e di come la sua scomparsa sia
stata una molla in più, nella stagione 2006-2007, Bonimba e Ferri,
da Facchetti aiutati e riportati alla base nerazzurra, i ricordi del
milanista ma amico vero Danova e del quasi "autista" Adelio Moro...
Un umanissimo Massimo Moratti viene sorpreso, nel momento di
raccontare il "suo" Cipe, con in mano la pistola giocattolo del
piccolo Lupo, il figlio di Gianfelice, ed è un ricordo quasi
commosso su quell'intera generazione (e forse pure della propria
gioventù); Tronchetti Provera ricorda l'assoluta assenza di malizia
di Giacinto e lo stupore che provava di fronte a situazioni per lui
incredibili (testimoniato pure dalla frase che da il titolo al
libro, "nella vita si dice una cosa ed è quella. Se no che gente
saremmo?"), Bedy Moratti ricorda le trasferte insieme, la sofferenza
condivisa ed i bei momenti, il direttore della Gazzetta Andrea Monti
mostra un modesto riavvicinamento al mondo Inter dopo gli strappi
estivi.
L'unico che riesce a dire una cosa con pochi fondamenti
logici-storici è Paolillo, per il quale "Facchetti fu da subito uno
dei miei preferiti, dalla prima volta che lo vidi" (è noto, e lo
hanno ricordato pure martedì sera, che all'inizio i commenti di
stampa e pubblico verso questo spilungone strappato all'atletica
erano poco lusinghieri. Quindi o Paolillo era un veggente, e ne
dubito, oppure as usual di calcio non capisce granchè ...
Vorrei chiudere questa recensione del libro e testimonianza della
serata con un'altra frase dell'indimenticabile Bandiera nerazzurra,
prima di andare allo stadio per il mio debutto stagionale, sperando
che porti bene:
"Ho sempre giocato per vincere. Anche da ragazzo, quando si
giocava per strada, si giocava per vincere. Non ho mai capito come
si possa giocare e non cercare di vincere. Se non ci riesci, va
bene, l'importante è sapere che hai fatto tutto il possibile."
|
|