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Cristiano Lucarelli,
classe 1975, è uno che ha sempre inseguito il sogno del padre:
giocare nella squadra della sua città. Il ragazzo di Shanghai
(celebre quartiere popolare di Livorno) per poter indossare la
casacca amaranto ha rinunciato a una cifra enorme, più o meno
cinquecentomila euro netti (o un milione di euro lordi) a stagione,
e alla massima serie. Ma in serie A ci è tornato subito a suon di
gol e con il suo Livorno. Il risultato: 24 reti e il titolo di
capocannoniere del campionato, l'attenzione dei media e le lusinghe
della Nazionale, tutte cose che Cristiano ha ottenuto da vero
figliol prodigo. Un libro all'apparenza "leggero", su un calciatore
neppure tanto famoso; ma potrebbe sorprendervi, perfino farvi
ricredere sullo stereotipo del calciatore medio tutto frasi fatte e
veline. Il libro è scritto dal procuratore di Lucarelli, Carlo
Pallavicino, anche giornalista; è scritto, quindi, piuttosto bene,
contiene cenni storici su Livorno e la Toscana, e, pur essendo
Pallavicino un fiorentino, riesce a cogliere molti aspetti della
livornesità, in maniera a volte sbalorditiva. Ripercorre la carriera
di Lucarelli, ma raggiunge il climax raccontando l'ultimo,
strepitoso anno, che ha riportato in serie A il Livorno dopo 55
anni, facendo parlare familiari, amici, ultras, colleghi, e
dipingendo un personaggio schietto, anche discutibile se volete, ma
che potrebbe essere d'esempio, non tanto per la qualità del gioco,
quanto per il cuore e per l'attaccamento alla squadra della sua
città.
Non è "Febbre a 90" di Hornby, ma potrebbe piacervi, magari
immaginandovi una situazione analoga con la vostra squadra del cuore
se non siete livornesi. La prefazione è del regista livornese Paolo
Virzì, divertente anche quella. |
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